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3 min

- di Giacomo Zamagni

Sei bellissima


Non sarà stato il girone più complicato del torneo, ma l'Italia si è fatta notare. Dentro e fuori i confini nazionali, Mancini e i suoi riscuotono consensi e creano entusiasmo. Una Nazionale così non l'abbiamo mai vista e forse potrebbe fare da volano per un cambiamento culturale all'interno del nostro movimento calcistico che timidamente mostra sempre più segni di modernità. Alejandro Mendo su Revista Panenka ha provato a fotografare questo momento "italiano" da fuori e la polaroid che ne è uscita, è appunto, bellissima.


Non riesco mai a mandar giù la semplificazione da Twitter secondo cui il calcio debba qualcosa a qualcuno. Non è vero. Il pallone è capriccioso e, alla bisogna, imparziale. Spartisce la giustizia quando bacia la rete. Fa scherzi, ma non inganna. Non si riposa mai per 90 minuti e ritorna sempre allo spogliatoio con risposte chiare per chi sa ascoltare. Per questo Buffon non vincerà mai la Champions che gli devono al Parma e l’Olanda non avrà il Mondiale che gli avevano promesso quando ancora portava i pantaloncini bianchi e non si chiamava Paesi Bassi. Viviamo un costante rebranding delle nostre certezze. L’hanno voluto loro: il ritmo al quale il prodotto si evolve lascia che si possa voltare pagina dopo pagina senza tener conto della storia né nei doveri né negli averi. L’idoneità emotiva generale. Avanti, avanti. Prima che l’ermetismo tattico della fase a eliminazione diretta cambi la narrazione, il bilancio di questi Europei rigurgita numeri. Gincana di pressing alto sul campo, esultanza di entusiasmo su tutti gli spalti. Qualcuno potrebbe dire che il calcio ce lo doveva.

Pellegrini, Orsolini, Chiesa, Cutrone e Adjapong intonano Il Canto degli Italiani e un bambino è costretto a coprirsi le orecchie prima della partita di qualificazione Italia-Polonia.

Se le nazionali giocassero come cantano l’inno, l’Italia rischia di fare un'insolita doppietta Europei-Eurovision. Chiamiamola egemonia artistica. Con l’ardore elegante di sempre, i ragazzi di Mancini promettono gridando di essere “pronti alla morte” prima di togliersi la giacca della tuta di rappresentanza con la rabbia di un pugile. L’arbitro fischia e la prendono alla lettera andando su ogni palla come se, più che dovergli qualcosa, tutto il calcio finisse il giorno dopo. Forse che sia l’Italia a sentirsi in debito col calcio? Barella, Locatelli e tutti gli altri giocano con la mano sul cuore: per passione e per nascondere, incidentalmente, le quattro stelle sullo stemma. Gli allori passati non frenano l’effervescenza di una squadra corale, energica, che vuole la palla e che piano piano a convinto un paese che se la strada per la vittoria se è tracciata da pennellate preziose ce la si gode di più. Catenaccio? TikItalia!

Prandelli ha raccolto l’eredità di Lippi e ha piantato un seme stilistico fondamentale, Conte ha migliorato immediatamente il cosa (adesso) senza perdere un minuto di sonno per il come (domani) e Ventura è stato il ripensamento funesto che ha aperto gli occhi al movimento calcistico italiano. Dopo aver toccato il fondo, la FIGC ha scelto Mancini per il proprio rinascimento. Impeccabile, la sua figura ha portato consenso e stabilità alla tumultuosa Nazionale. Con l’1-0 contro il Galles, Mancini ha eguagliato il record di trenta partite senza subire sconfitte di Vittorio Pozzo, un record che resisteva da 82 anni. Luigi Garlando, su La Gazzetta dello Sport, ha dedicato al CT il complimento definitivo: “fa sembrare eleganti perfino le ultime giacche di Armani”. Il mister controlla forma e sostanza. Gli otto cambi nell’undici titolare parlano chiaro; prolungare l’intensità anche dopo l’inno e fare in modo che “iniziare col piede giusto” non sia solo una frase fatta sono le chiavi del successo azzurro.

Provare entusiasmo per ogni atto dell’Europeo ha una parte di logica sentimentale – il poliamore che ci permettono le nazionali ci allontana dalla tossicità intrinseca dei club – e un’altra di puro istinto calcistico – viviamo di colori, sapori, suoni e pulsioni che ci sono mancate –. Vibro all’udire God Save The Queen e Ás Armas. Questa emozione adolescenziale dimostra che la passione non era morta, ma solo in letargo. Canticchio la marsigliese. Invece di chiedere conto al calcio, bastava farlo parlare. Non oso nemmeno pensare che il pallone mi debba qualcosa, tutto il contrario. Guardo le partite dai miei o da qualche amico affinché la monotonia invernale del mio salotto non si mescoli ai ricordi e ai tornei e nemmeno alle sensazioni estive. Mi batte il cuore per l’Italia. “Sei bellissima”, titola La Gazzetta con sincero stupore. Sogno uno maxischermo davanti al quale cantare "fratelli d’Italia" come tutti gli altri e sentirmi così partecipe di queste notti magiche. Esisto nel calcio.


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Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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