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, 23 Giugno 2021

Thiago: "c'è meno magia; i calciatori producono di più e più velocemente"


Il centrocampista di Spagna e Liverpool parla di quanto gli piacciano le contaminazioni culturali nel calcio moderno e di come questo sia cambiato negli ultimi anni. Dei suoi allenatori e compagni di squadra, di come da calciatore si sia vissuto la vicenda Eriksen e della pressione mediatica sugli sportivi. Tutto questo lo ha raccontato a Sid Lowe del The Guardian.


“Mio padre diceva sempre, e dice ancora: diversión con responsibilidad, divertimento e responsabilità,” racconta Thiago Alcântara seduto al centro di allenamento della nazionale spagnola di Las Rozas de Madrid. “È un motto che abbiamo e penso che dentro ci sia anche un bell’insegnamento per la vita.”

Cosa pesa di più, il divertimento o la responsabilità? Il calcio può essere un ambiente di lavoro tremendamente difficile.

Sì, ma per quanto il mio calcio si sia evoluto verso qualcosa di meno divertente, io sono sempre stato molto responsabile, anche da bambino. Il punto è, ed è sempre stato, come riuscire a fondere le due cose, farle convivere per essere ciò che sono.

E chi sei? Nato in Italia, nazionale spagnolo, di padre brasiliano vincitore dei mondiali, che ha giocato in Germania e ora in Inghilterra. In che modo tutto ciò influenza il tuo gioco?

Il più grande cambiamento che ho visto è quello generazionale più che geografico. Dall’epoca in cui giocava mio padre, quando adoravo guardare tutto quello che facevano i calciatori, come si comportavano prima e durante l’allenamento. Gli chiedevo ogni cosa, cosa bevessero prima della partita – i centrifugati di frutta, credo. Poi inizi a giocare e vedi Xavi, Andrés [Iniesta], Puyol, e continui a vedere cambiamenti, che sono più generazionali che culturali. Però è vero che ogni campionato ha una propria identità e questo ti forma.

Com’è cambiato il calcio da quando hai iniziato?

Ha preso un altro ritmo: più accelerato, più fisico. Il numero 10 è praticamente scomparso. C’è meno magia, meno fantasia. I calciatori producono di più, ma più velocemente. Non c’è bisogno di scartare l’avversario, perché sei già in corsa. I giocatori sono più sviluppati sotto ogni punto di vista. Si è perso quel giocatore diverso, quello che “fa respirare”: un playmaker un po’ più lento, anche se ha una tecnica sublime, non ha la possibilità di metterla in pratica. Chi non è veloce con le gambe, deve esserlo con la testa. Come per tutto nella vita, si tratta di adattarsi. Le cose continuano a muoversi. Il calcio cambia costantemente, viene espresso sempre in modo diverso.

Come ti spieghi l’aumento d’intensità nel calcio?

È qualcosa che ho notato, soprattutto quando gioco in nazionale. Arrivano giovani calciatori rapidi, affamati, ben preparati, molto diligenti. Quando avevo diciott’anni mi prendevo un caffè, mi sedevo e chiacchieravo. Poi, a cinque minuti dall’inizio dell’allenamento, mi mettevo gli scarpini e iniziavo a scaldarmi. Ora, mezz’ora o tre quarti d’ora prima, sono già tutti in palestra a fare mobilità o lavoro muscolare. Ci si è evoluti. Noi non lo facevamo perché nessuno ce l’aveva spiegato.

E ora i giocatori più esperti copiano la nuova generazione?

Ci ispiriamo a vicenda. È uno scambio reciproco. I giovani vedono i più anziani e si dicono: “devo arrivare a quel livello.” I più anziani fanno loro quell’idea di sviluppo e preparazione dopo un infortunio o vedendo le nuove leve e pensano: “okay, ci provo anche io.” C’è maggiore consapevolezza di come migliorare e col tempo facciamo nostri i nuovi metodi di allenamento. Ciò che conta è mantenere intatta la bellezza, la tecnica.

Puoi darci un esempio?

Pedri è un esempio di talento antico. Tutto è così naturale. Vede il calcio nello stesso modo in cui lo vedeva quando era molto piccolo.

C’è il pericolo di perdere questo tipo di talento? È colpa degli allenatori?

Non si può dare la colpa agli allenatori. Il calcio è uno sport di squadra. Se il collettivo funziona, non hai bisogno di quella magia… alla fine, la magia si mostra naturalmente nei momenti di difficoltà. E se conosci i movimenti che devi fare, i passaggi che devi servire, il modo in cui devi difendere, allora le difficoltà spariscono. Quando sei in una situazione difficile, circondato dagli avversari, senza angoli di passaggio, allora devi fare qualcosa di diverso: quella è magia, l’improvvisazione. Posso dribblarlo? Lo dribblo. Il calcio si è evoluto in modo che i suoi interpreti pensino più al funzionamento collettivo che ai momenti individuali.

Il Covid ha cambiato il modo in cui si gioca?

Gli allenatori comunicano meglio con noi e anche i giocatori comunicano di più fra loro. Perdi di competitività, ma sviluppi altri aspetti. Con più sostituzioni, le squadre che giocano più reattive difendono per novanta minuti. Io sono un “hater” del calcio moderno: ho un’attitudine più tradizionale. Poi c’è la VAR, alla quale mi sono sempre opposto. Toglie l’essenza, il picaresco. Noi sbagliamo quando giochiamo e anche gli arbitri devono poter fare degli errori. Un sacco di episodi leggendari non sarebbero mai esistiti con la VAR. Quando segni, anche da centrocampo, aspetti sempre. Pensi: “spero che non ci sia stato un fallo durante la costruzione, spero non ci sia nessuno in fuorigioco, spero…”

Parli di cambiamenti generazionali, ma anche quelli geografici ti hanno formato. I compagni, i nuovi paesi, i diversi coach con diverse provenienze.

Certo. Gli spagnoli sono più tecnici, gli italiani più tattici. In Inghilterra il ritmo è più alto in ogni aspetto, mentre in Germania, si gioca in transizione difesa-attacco e attacco-difesa. In Francia, lo sviluppo dei giovani ad alti livelli è prioritario e quindi sono più sviluppati, soprattutto fisicamente. Avere compagni che provengono da posti diversi, giocare all’estero, significa imparare nuovi elementi che ti permettono di superare i tuoi limiti, che ti arricchiscono.

Sei uno dei sessantacinque giocatori convocati a Euro 2020 che giocano in una nazionale di un paese in cui non sono nati.

Il mondo è sempre andato in quella direzione; ogni cultura è mista. Stiamo semplicemente confermando ciò che abbiamo sempre saputo. Siamo il posto o i posti che ci hanno formato, dove siamo nati e cresciuti. Non ho confini culturali. Sono sempre pronto a imparare cose nuove. Devi sempre essere ciò che ti senti, assecondando i tuoi gusti, la tua esperienza, le cose che impari. Inoltre, esprimere il calcio del tuo paese, non vuol dire necessariamente esprimere ciò che è il tuo paese. È un incredibile mix culturale. Prendi il Brasile per esempio: ha un mestizaje africano ed è il paese calcisticamente più sviluppato. Il mix francese è spettacolare e produce calciatori incredibili. Il calcio è una forma di comunicazione e una via d’uscita. Quando vedi i milioni di persone che seguono il calcio, la soddisfazione e le emozioni dopo ogni partita, capisci la sua importanza, ma rimane sempre uno sport.

Può essere un aspetto opprimente? Pensare che la felicita di tante persone dipenda da te…

Al contrario. È una forte motivazione, non un peso. Siamo tutti cresciuti con quella pressione e la amiamo. Preferiamo uno staio con 90mila persone che giocare davanti agli spalti vuoti.

Thiago guarda gli spalti di Anfield inconsolabilmente vuoti.

Sei stato allenato da Guardiola, Tito Vilanova, Ancelotti, Flick, Klopp, Luis Enrique e molti altri. Come li metti a confronto e come ti hanno formato?

Da fuori si vedono gli allenatori da un punto di vista professionale; da giocatori, invece, abbiamo una prospettiva diversa, perché parte dalle origini. Probabilmente mi sento più attaccato agli allenatori che ho avuto da giovane rispetto a quelli che ho avuto da professionista. Se provassi a dirti tutti i coach che mi hanno formato, pfff, ci vorrebbe una vita.

Quando Pep è arrivato al Bayern ha detto: o Thiago o nada. Come ti sei sentito?

È stata una fonte di enorme motivazione. Sono arrivato a Monaco molto giovane e per Pep, che mi aveva già allenato al Barcellona e dandomi molte opportunità nonostante ci fossero grandi giocatori davanti a me che avevano costruito quel calcio. Vedere tutti quei giocatori al Bayern e sentirmi dire “Thiago, ti voglio nella mia squadra”… è stato incredibile. Esigo sempre il massimo da me stesso e se devo farlo accanto al miglior allenatore del mondo, ancora meglio.

Lo stile di Klopp è molto diverso, e poi c’è la Spagna. Mr. Enrique è una specie di ibrido?

Penso ci sia un po’ di tutto e tutti in ogni allenatore. È facile adattarsi al calcio di Luis [Enrique] perché ha l’approccio analitico e posizionale di Pep, l’aggressività di Klopp e molte cose che ho visto al Bayern. È molto bravo a spiegarti cosa vuole: ha idee molto chiare, su cui abbiamo lavorato per tre anni, e ce le trasmette in modo diretto. I nuovi arrivano e capiscono subito i concetti perché non sceglie solo chi ha i “piedi buoni” e l’aggressività giusta, ma i giocatori intelligenti.

Con la nazionale hai incontrato la Polonia di Robert Lewandowski. Cosa mi dici su di lui?

Siamo stati compagni di squadra per sei meravigliosi anni e questa è la cosa più bella del calcio: le amicizie che durano nel tempo. È un giocatore incredibile e se ci fosse stato un Pallone d’Oro nella passata stagione, sarebbe stato lui. Per me è ingiusto non averlo assegnato online. Il suo lavoro non è solo fisico; è mentale. Segna più di trenta gol all’anno ma continua ad allenarsi, a perfezionare ciò che già fa bene e a lavorare su ciò che ancora deve migliorare. Questo è ciò che lo rende un vincente nato, un professionista modello.

42, 43, 41, 40, 55, 48. Sono i gol segnati da Lewandowski nelle ultime sei stagioni.

È ossessivo?

L’ossessione c’è sempre all’inizio di un percorso. Ossessionarsi con qualcosa è ciò che ti permette di imparare, di prendere l’abitudine, di trasformarlo in routine. Lui ne ha fatto uno stile di vita. Un attaccante è ossessionato dal gol ma lui non è ossessivo: è calmo, perché ne ha fatto la sua abitudine.

Cosa puoi dirmi su Morata? C’è molta pressione su di lui. Gli si chiede di segnare.

I gol si chiedono agli attaccanti, ma dobbiamo essere noi i primi a cercare di segnare così come Álvaro cerca sempre di dare il massimo anche in difesa. Dobbiamo segnare? Bene, proveremo a farlo, tutti noi. E così è anche per la Polonia.

Mentre guardi gli Europei, c’è una squadra in cui ti piacerebbe giocare?

Non penso in quale nazionale mi piacerebbe giocare – voglio solo giocare per la squadra di cui faccio parte – penso più a che squadra schiererei con i giocatori che vedo giocare. Potrei fare quattro o cinque squadre.

Puoi darci il tuo XI?

I miei undici – no, i miei 24 – sono tutti qui nella Spagna. Io guardo, tiro le mie conclusioni. Guardo alla loro proposta di calcio. Francia e Italia sono quelle che lo fanno meglio. Il Portogallo ci prova. La Germania. L’Inghilterra ha molto potenziale. In quanto a talento, sono spettacolari. Noi abbiamo un’idea, non da quando c’è Luis, ma da molto prima.

Cos’hai pensato quando hai visto cosa stava succedendo a Eriksen?

Per favore, lasciamolo stare. Stavamo andando al centro d’allenamento e tutti si sono messi la testa fra le mani: per favore lasciamo che si riprenda. In quel momento, il calcio svanisce tranne che per il fatto che stavamo andando ad allenarci e c’era un mix di “cosa stiamo facendo?” e allo stesso tempo, “speriamo che si stia bene, ovviamente per vivere la sua vita ma anche per tornare in campo”. Si provano sentimenti molto contrastanti: una specie di rifiuto, non si ha voglia di giocare, ci si chiede quale sia il punto; allo stesso tempo però si ha la sensazione di essere davvero fortunati a poter giocare a calcio e si percepisce quanto tutto ciò sia meraviglioso.

  • Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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