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4 min

- di Giacomo Zamagni

Un Magnum, tre Liuk: Euro 2020 è un amore estivo


Vuoi per la Nazionale guidata da Roberto Mancini che continua a collezionare risultati spumeggianti come mai prima d'ora, vuoi per una ritrovata socialità, questi Europei parlano alla nostra emotività. Revista Panenka ne ha scritto come fossimo dentro ad un romanzo e noi condividiamo.


Stava andando quasi tutto storto. Un po’ meglio, un po’ peggio, rispetto agli eventi passati. Ogni volta più grande, dopo un anno e un po’ difficile, la canicola e la voglia di riempire le terrazze con gli amici che non si è riusciti a vedere molto ultimamente. Un Europeo senza una sede fissa, come a rimarcare l’assenza di un legame che dia una coerenza culturale e temporale a questa mesata di partite. Il nome ufficiale ha mantenuto il 2020, meno male, è stato un sollievo per la cadenza quadriennale e, intanto, guardavamo Skillzy dall’alto al basso. Una mascotte, un ragazzetto fin troppo normale. Il bambino freestyler che non ci sembra saper giocare ad uno sport di squadra, nonostante i numerini che fa col pallone. Eravamo ossessionati dal pensiero di assistere ad una competizione avulsa dal momento storico. Cos’hanno a che vedere i trick da strada di Skillzy (ma che strada con quella faccia?) con Yashin, Marcelino, Džajić, “Torpedo” Müller che salta di gioia per celebrare un funerale di un portiere dopo l’altro, la volée di Van Basten, il rigore di Antonin, gli spalti vuoti nell’Italia degli anni di piombo, l’errore di Arconada, la Danimarca che rientra in fretta e furia dalle vacanze dopo l’estromissione della Jugoslavia, il golden goal, Maldini, Zidane, Kluivert, Charisteas, Torres, Del Bosque o l’invasione di falene prima del rocambolesco gol di Éder?

Celebrazione della Danimarca durante uno degli Europei più incredibili di sempre, quello del 1992.

E per finire, la polemica sui vaccini. L’ultima occasione per chi non gode di questo sport di dipingerlo come oppio del popolo con un grossolano colpo di pennello. Si è tornati a dire che “i politici” o “il governo” si piegano davanti al calcio. Come se questo “calcio” non avesse un significato che ingloba i funzionari di Ginevra tanto quanto i rifugiati di Lagos e risolvesse tutta la tensione di classe interna allo sport più seguito al mondo. Come se chi, per l’appunto, si piega davanti al calcio non fosse lo stesso ad aver prima proibito di giocare per strada ai bambini, come se in ogni caso la nazionale, una élite, non fosse un potere economico (e simbolico) di prim’ordine. Come se “la gente” si scordasse dei propri problemi per un Europeo. Come se tutto ciò non esistesse al di là del paternalismo e dell’accondiscendenza.

Ora basta con gli sproloqui, perché il torneo è iniziato. Non so se anche i lettori l’hanno percepito (magari), però il gelo iniziale è sparito. Non c’è stato nulla di particolare, ma la somma di tutto quanto. Come i Tik Tok con sotto Blue Monday e quell’azzurro aziendale. L’Italia è tornata. Le classiche quanto memorabili partite delle tre. Lukaku ci ricorda che non tutto ciò che luccica è Messi-Cristiano Ronaldo. Jordi Alba è lo stesso. L’Inghilterra procrastina ma promette tanto. Le lezioni di geopolitica con i nomi di Macedonia del Nord e Paesi Bassi. La sensazione che ogni giorno, come non succedeva da troppo tempo, possa succedere qualcosa. L’inno della Scozia e la parabola di Schick. “Oh, ma Paulo Sousa allena la Polonia!” Ás Armas a Budapest appena prima del match fra due nazionali che oggi rappresentano due dei tanti modi di sentirsi europei: l’ostilità intollerante contro la serenità che resiste alla destra dei nostri vicini, sempre poco apprezzati. Il gioco della Spagna, un po’ più verticale rispetto alla pallamano mostrata nello scorso mondiale e di nuovo senza l’etichetta di favorita, una cosa che si nota poco. Il problema non sta nel momento in cui smetti di uscire la sera, ma quando nessuno si sorprende più che tu non lo faccia.

Tutto in poco, pochissimo, senza neanche lasciarci il tempo di pensare. Come quando sfregarsi le mani ha il sapore di un bacio. Ci fa ritornare alla sospensione di quei giugni in cui finiva la scuola. Quei mesi che risuonano di cicale e radio e piatti e fette di cocomero. Mesi di polo coi colletti alzati, nuche abbronzate e il sollievo di una classe che legge “ammesso” di fianco ai nomi di tutta la lista, così che nessun amico resti indietro. E tu, come uno stupido, ti chiedi se aspettare ancora un anno di scuola per dichiararti. O, ancora meglio, non farlo mai e per mantenere platonico il tuo amore. Forse ci si può vivere il presente che ci si trova davanti in quei giugni, accettando l’impossibilità di pareggiare l’idealizzato frutto di anni e quindi non c’è bisogno stare male per forza.

Un frame da "Call me by your name" di Luca Guadagnino.

A cosa serviva continuare a immaginarsi, per un altro anno, lei quando scendeva giù in spiaggia e le acque che si aprivano, con gli altri bambini che le portavano i gelati più costosi del chiosco; gelati veri non ghiaccioli, quelli che comprano solo i fidanzati e gli anziani. Poi magari arriva un’altra ragazzina, inaspettata e con il telo da mare consunto. Con lei, tutto viene così naturale che non c’è bisogno di girare tanto, perché ti ha già detto che con un Magnum ti compri tre Liuk. All’improvviso lei, bellissima, a suon di solletico senza promesse ti ha liberato dall’idiozia; lei, quella con cui vivi ogni giorno e a cui una di quelle sere sembri strano e ti chiede cos’hai. E tu le rispondi che ora che è iniziato, hai paura che finisca. Un po’ come questi Europei.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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