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3 min

- di Luigi Della Penna

I, Tonya


La storia di una delle sportive più conosciute del Novecento, raccontata in un grande film.


"I, Tonya", o come è stato distribuito da noi, "Tonya", ha tenuto banco per diverso tempo nell'ambiente della critica cinematografica. Sarebbe forse scontato scrivere che, in quanto film, non rappresenta la verità assoluta, ma un espediente narrativo ben riuscito che si basa principalmente sulle interviste rilasciate, nel corso degli anni, dai diretti interessati: uno dei pregi dell'opera di Craig Gillespie, è rappresentato dal fatto di mettere lo spettatore in condizione di capire che quanto sta guardando non è una verità assoluta, ma appunto, un racconto, anche contraddittorio, perché basato su versioni rilasciate da più persone.

Margot Robbie incarna la figura controversa di Tonya Harding, una delle sportive più chiacchierate e odiate della seconda metà del Novecento americano, salita, suo malgrado, agli altari delle cronache per lo scandalo legato all'infortunio ai danni di Nancy Kerrigan, avvenuto nel gennaio del 1994, quando quest'ultima viene aggredita e colpita ad un ginocchio, saltando così i Giochi invernali di Lillehammer. Le indagini porteranno all'identificazione del mandante nella figura dell'ex marito della pattinatrice, Jeff Gillooly. Tonya verrà poi squalificata a vita, nonostante continuasse a dichiararsi innocente. I dubbi sul fatto che lei fosse immischiata nella vicenda restano e, proprio in questo solco, il film di Gillespie riesce ad entrare senza alcun tipo di morale spietata, evidenziando con la forza delle immagini e delle espressioni facciali e corporali di Margot Robbie, le fragilità nascoste e la forza d'animo della Harding, cresciuta con una madre, interpretata in maniera ineccepibile dal premio Oscar Allison Janney, dispotica ed insensibile, che non perdeva tempo per essere violenta nei suoi confronti, così come l'ex marito: la prova attoriale di Sebastian Stan, in tal senso, è decisamente ben fatta, soprattutto per un motivo, legato alle scene nelle quali lui picchia Tonya, salvo poi assumere l'espressione più dispiaciuta del mondo e scusarsi con l'interessata.

Uno degli aspetti più interessanti della pellicola è rappresentato dal fatto che non esistano il bene e il male intesi come totalizzanti ed asfissianti descrizioni dei personaggi, perché l'opera di Gillespie, grazie anche ad una regia impeccabile e all'utilizzo di un sistema simil documentario, è avvolta da un cinismo realistico, da una voglia di superamento delle condizioni nelle quali i personaggi si trovano: la madre di Tonya è dura con lei perché vuole che diventi una grande pattinatrice, non le fa un complimento perché ha paura che la figlia non dia il massimo. Certo, non è scelta umanamente apprezzabile almeno dal sottoscritto, ma se non fosse stato per quegli atteggiamenti, duramente recepiti da Tonya, probabilmente lei non sarebbe mai diventata la pattinatrice che l'establishment americano faceva di tutto per boicottare, perché, a detta loro, non rappresentava quel prototipo aggraziato e pudico che loro avrebbero voluto. La Tonya di Margot Robbie è un'eccentrica anticonformista, volgare, violenta e scorbutica di riflesso, ma è anche un'anima martoriata e sensibile, che non possiede alcun caro al quale appigliarsi nel momento del bisogno, accerchiata da troppe persone che non hanno voluto il suo bene nei momenti nevralgici della sua vita.

In un mondo di finti modelli, Tonya, con il beneficio del dubbio, se ne infischiava di apparire dolce e mansueta, lei, ragazzina cresciuta nel marciume della periferia americana, o, per parafrasare Federico Frusciante, un cigno che si trasforma in animale da combattimento. Un film capace di farci capire quanto un genitore sia in grado di influire sulla vita del proprio figlio, tanto da portare Tonya a pensare di farla finita con il pattinaggio e che, in fondo, sarebbe meglio avere una madre equilibrata che una carriera sfavillante. Quel senso di incompiutezza, dato dalla voglia spasmodica di vittoria ad ogni costo, anche solo per avere il consenso materno, intaccherà indelebilmente la psiche di Tonya Harding. Gillespie gioca sapientemente con le maschere dei protagonisti, invitando lo spettatore ad andare oltre la superficiale visione dell'essere umano medio, perché dietro un personaggio, vengono celate lacrime versate in solitudine, sofferenze mai raccontate. Dietro gli sproloqui diretti ai giudici di gara, si nascondeva una ragazza desiderosa di voler essere premiata per il suo talento e non per il modo di vestire o le canzoni rock, quando le altre erano, almeno secondo la visione del film, manichini imbolsiti.

Un grande film lascia il beneficio del dubbio allo spettatore, consentendo ad ognuno di noi di creare la propria visione dei fatti, senza giudicare eccessivamente, ma lasciando trasparire le emozioni grazie a prove attoriali d'alto livello, oppure utilizzando le canzoni adatte, o ancora, facendoci intendere che, alle volte, stiamo bruciando sul rogo della fama e dell'informazione, una strega tale e quale a noi.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.

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