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, 18 Giugno 2021

Mauro Berruto per Esperanto Sportivo: «Che Guevara era torinista»


L’ex allenatore della Nazionale di pallavolo maschile ci spiega che cosa significa essere tifoso “granata” nel mondo.


Tutti conoscono Mauro Berruto per diversi motivi. La maggior parte lo associa alla gioia che ci ha dato nove anni fa alle Olimpiadi di Londra 2012, con il bronzo della nazionale maschile di volley.  Dopodiché, è stato direttore tecnico della Nazionale di tiro con l'arco, ospite fisso della “Domenica Sportiva”, fino a diventare docente della Scuola Holden di Torino. In occasione dell'anniversario della tragedia di Superga, il 4 maggio abbiamo chiacchierato con lui a proposito del Grande Torino: ecco un breve estratto dell'intervista.

Emanuele: «Come è diventato tifoso del Torino e cosa significa per lei?».

Berruto: «Sono passati settantadue anni dalla tragedia di Superga e qualche anno in più dai successi di quel “Grande Torino” che ha vinto cinque scudetti di fila. Chi è nato a Torino, difficilmente ha in famiglia qualcuno che non abbia raccontato, indipendentemente dall'essere tifoso o meno, cosa rappresentasse il Torino a quel tempo. Era molto di più di una squadra di calcio, era il simbolo di un’Italia che si rialzava in quel momento con le ossa abbastanza rotte. Era un qualcosa che la città sentiva come proprio. I grandi campioni di quella squadra, ne cito uno - il capitano Valentino Mazzola, erano a portata di mano delle persone. Il fatto che quella squadra se ne sia andata tutta insieme, in quella maniera così tragica, quando la sua storia non era finita, rende tutto ancora più struggente. Il Grande Torino ha veramente cambiato un paradigma, trasformando una “porzione” in qualcosa di trasversale e comune.

Di questo, noi tifosi del Toro siamo ancora profondamente orgogliosi. Io faccio parte anche di una ulteriore minoranza che è quella che ha visto vincere uno scudetto del Toro. Avevo sette anni e non credo mi ricapiterà. In quel maggio del ‘76, quando vincemmo l'unico scudetto del dopo Superga, immediatamente, un “fiume umano” si incamminò verso Superga. Ho poi un altro ricordo che fa molto ridere, che è molto in linea con la fenomenologia del tifoso granata. Mio padre mi prese con la sua auto e andammo a festeggiare in Piazza Castello a Torino. Ai tempi intorno alla piazza si circolava tutto intorno. Al terzo giro la macchina si incendiò ed ero talmente felice di aver vinto lo scudetto che non sapevo ancora che non ne avremmo vinti altri.

È una storia molto “granata” perché noi siamo sempre sospesi fra la gioia, che non è solo legata alla vittoria o al risultato sportivo, e questa vocazione” al tragico. Un tifoso del Toro sa bene che se vuole la vittoria deve tifare qualche altra squadra. Quando posso parlo sempre del Grande Torino, però c’è un po’ la consapevolezza di essere davanti ad un limite difficile da oltrepassare che è quello di raccontare un qualcosa che fa parte di te e che non si riesce a trasmettere nel modo giusto. Credo che sia questo anche un po’ il motivo del perché ci sono ancora dei ragazzi tifosi del Toro».

E: «Riguardo al fiume di persone a Superga in quel maggio del 1976, Flavio Pieranni, autore del libro “FVCG, Forza Vecchio Cuore Granata”, per il quale lei ha scritto la prefazione, in una recente intervista ha dichiarato che “Sul serpentone che porta a Superga, non si vedevano così tante persone dalla Festa della Liberazione, dal 25 Aprile 1946". Credo che questo dimostri un po’ qual è stata la portata di quel settimo titolo per il Torino».

B: «Certamente, la percezione che stesse succedendo qualche cosa di incredibile era evidente. Quello è stato lo zenit della felicità, il momento più alto toccato dalla società negli ultimi cinquant’anni. Poi, abbiamo subito pagato l'anno dopo, in un campionato dove, ancora con i sessanta punti disponibili, il Toro ne ha fatti cinquanta, la Juve cinquantuno, quindi pagammo subito dazio».

E: «Un presagio di quello che sarebbe venuto dopo».

B: «Esatto, tra l'altro erano anche degli anni abbastanza particolari per la città e per il paese. Eravamo in pieni “Anni di piombo”. Il Toro di Radice rifece un po’ il miracolo del Toro leggendario del ’49, con una squadra capace di dimostrare al mondo, alle europee soprattutto, che avrebbe potuto rappresentare il nostro paese in maniera eccellente in giro per il mondo. Tant'è che era stata protagonista di un paio di tournée in Sudamerica, dove era arrivato il suo mito. Prima di “Capolavori” ho scritto un romanzo che si chiama “Independiente Sporting”. Questo libro mette insieme un fatto di cronaca vera con un’interpretazione. Il fatto di cronaca risale al 1952, quando Ernesto Guevara, che non era ancora il Che, nel suo viaggio di “formazione” in Sud America, insieme ad Alberto Granado, rompe la motocicletta e dopo essersi imbarcato su una zattera di fortuna raggiunge Leticia, un paese al confine tra Colombia, Perù e Brasile.

In questo villaggio deve guadagnare dei soldi per poter tornare a Bogotà, dove può prendere un aereo verso casa, e per raggiungere tale scopo inizia ad allenare la squadra di calcio del paese, facendo addirittura il portiere. Nel 2006, a Milano ho incontrato Alberto Granado e gli ho chiesto di raccontarmi qualche aneddoto sull’episodio. Ad una mia domanda “Ma voi eravate esperti di rugby?”, lui mi ha risposto: “Fingemmo di avere competenze perché eravamo argentini, quindi si presupponeva che di calcio ne capissimo”. Poi proseguendo, mi dice: “Per darci un tono nella gestione di questa squadra, ci eravamo ispirati a una formazione italiana che aveva fatto una tournée in Sudamerica e che aveva riscosso un grande successo di pubblico”. Lui conclude: “Non so se la conoscerai, era il Torino”. Al che ho detto: “Ok, questa storia è destino che io la debba raccontare”. Difatti, poi è nato il romanzo che parte da questo aneddoto vero che, perfino Ernesto Guevara nelle vesti di allenatore di una squadra di calcio di sciagurati, si ispirava alle gesta del Grande Torino che era arrivato fino in Sudamerica, con la sua fama».

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