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, 17 Giugno 2021

Europeo itinerante, da Roma a Baku in due giri di Rolex


L'idea di un Campionato europeo di calcio distribuito tra le grandi e bellissime città del Vecchio Continente è molto affascinante e in un certo senso (soprattutto socio-politico) molto romantica. Tuttavia, Euro 2020 ha messo in evidenza tutti i limiti di un torneo itinerante pensato in maniera iniqua e le cui prime vittime - come sempre - sono i tifosi.


Vuoi conoscere l’Europa in un mese? Ti piacerebbe viaggiare di paese in paese per visitare le meraviglie delle città d’arte del vecchio continente? Quest’estate la UEFA – sì, la solita Union of European Football Associationse non un’omonima agenzia di viaggi – propone diversi itinerari imperdibili e cuciti su misura per te! Se sei gallese, turco o svizzero, potresti approfittare del Pacchetto A: un interessantissimo back and forth tra Roma e Baku con l’opzione di prolungare l’esperienza con una tappa ad Amsterdam, un breve ritorno a Baku e uno splendido finale di vacanza in riva al Tamigi. In alternativa, per polacchi, svedesi e slovacchi, è stato creato appositamente il Pacchetto E, pensato per unire simbolicamente gli estremi d’Europa visitando due delle sue perle più preziose: Siviglia e San Pietroburgo. In pochi giorni potrai guardare il sole specchiarsi sulle acque della Neva e del Guadalquivir, passeggiare tra l’ordine neoclassico della Prospettiva Nevskij e i vicoli medievali di Triana, sorseggiare vodka e amontillado per poi fare un salto a Budapest, Glasgow e Copenaghen e, se tutto andrà per il meglio, concludere con qualche giorno a Londra.

Questi itinerari vi sembrano completamente privi di senso? Pensate che nessuna persona ragionevole prenoterebbe un tour simile? Sono ovviamente d’accordo con voi, ma – come avrete capito – questi sono i possibili spostamenti a cui saranno costrette alcune squadre del gruppo A (quello dell’Italia) e del gruppo E (quello di Spagna, Polonia, Svezia e Slovacchia) nel caso riuscissero a passare il turno e arrivare sino in finale. Se le distanze sono un costo e una sfida logistica – e in alcuni casi un vero e proprio handicap per le squadre non ospitanti – diventa un vero e proprio incubo per i tifosi che, ridotti numericamente ma più affamati che mai di calcio dal vivo a causa della pandemia, avranno enormi difficoltà a seguire la propria squadra. Insomma, ancora una volta la UEFA dimostra che gli interessi dei tifosi sono un aspetto totalmente secondario nelle sue decisioni. Persino in un torneo che per moltissimi altri aspetti di salute pubblica, probabilmente, avrebbe avuto più senso nel suo formato classico. Persino in un torneo che rappresenta, a livello mondiale, il ritorno del pubblico nei grandi eventi e che di conseguenza dovrebbe tenere il pubblico più che mai in considerazione perché c’è poco da fare: sono i tifosi con facce dipinte e ridicoli travestimenti ironicamente a cavallo tra il patriottico e lo stereotipato che creano l’atmosfera tipica delle grandi competizioni tra nazionali, tanto all’interno dello stadio quanto in giro per le città durante i giorni di riposo.

In passato, gli Europei di calcio hanno sempre significato riunire persone provenienti da ogni angolo del continente in uno o massimo due paesi per guardare le partite, fare festa e conoscersi vicendevolmente. Con le partite diluite in dodici stati diversi, gli unici tifosi che si incontreranno saranno quelli delle squadre che giocano una contro l’altra e non lo faranno neanche in ogni partita: voglio vedere quanti gallesi faranno la spola tra Baku e Roma. Ahimè, Euro 2020 sarà con ogni probabilità un torneo spettacolare ma senz’anima, un prodotto scintillante ma costruito a misura di spettatore, vicino alle esigenze degli emittenti ma lontanissimo dalle esigenze del tifoso.

Ma da dove nasce l’idea di un Campionato europeo di calcio itinerante? Si tratta di un progetto che, insieme all’allargamento a 24 squadre partecipanti già introdotto nel 2016, vorrebbe celebrare il 60° anniversario della prima edizione. Scelta curiosa, a mio avviso, dal momento che il torneo del 1960 spiccava per caratteristiche diametralmente opposte: un numero ridottissimo di squadre nella fase finale (4) e partite giocate in sole due città, Marsiglia e Parigi. Al di là degli anniversari e dei presunti riferimenti storici, pare che la soluzione paneuropea così come l’ampliamento del parterre di partecipanti sia strettamente legata alle necessità politiche di monsieur Michel Platini, controverso ex presidente dell’UEFA, che nel 2007 era riuscito a farsi eleggere grazie ai voti delle federazioni nazionali minori – in particolare quelle dell’Europa orientale – a cui ovviamente aveva promesso un “premio”: maggiore possibilità di accedere alla fase finale (e grazie al sistema “asimmetrico” anche agli ottavi) e per alcuni persino la chance di ospitare almeno quattro gare. Più squadre, più partite, più città, più stadi e chiaramente più soldi (il che, sia chiaro, non è un male!). Già Euro 2016, seppur giocato in un solo paese, aveva dato i suoi frutti con 1,9 miliardi di euro di ricavi per un +34% di profitti rispetto all’edizione precedente. E quest’anno le cifre, nonostante il numero limitato di biglietti venduti, dovrebbe salire ancora.

(Photo credit PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

Dopo questi ragionamenti un po’ di pancia, al limite del boomerismo, pensieri da tifoso nostalgico che vorrebbe sempre seguire la propria amata dal vivo, proverò ad analizzare la cosa in maniera più cinica. Nell’industria del calcio contemporaneo, specialmente in un periodo come quello in cui il calcio ad ogni livello si trova in enormi difficoltà economiche, è ovvio se non addirittura giusto che venga posta grande attenzione all’aumento dei ricavi. D’altra parte, più ricavi per la UEFA significa più ricavi per le varie federazioni nazionali, che è sempre una buona notizia ma lo è ancora di più per le federazioni minori, le quali guadagnano anche in visibilità e coolness, che spesso si rivela un fattore fondamentale per la crescita di interi movimenti calcistici. Quindi va bene, posso accettarlo, possiamo (magari temporaneamente) sacrificare gli interessi dei tifosi “da stadio” sull’altare della crescita economica. Ma dal lato più strettamente sportivo, quello degli atleti, di chi in prima persona dovrà giocare le partite, vera e unica essenza dello spettacolo-calcio?

Innanzitutto c’è sempre il solito problema, quest’anno tremendamente amplificato dall’interruzione e dallo slittamento dei campionati 2019/2020 in quasi tutta Europa, del numero di partite. Sono tante, davvero tante, e secondo molti (sempre più) protagonisti sono semplicemente troppe e continuare ad aumentarle non fa altro che mettere a rischio l’integrità fisica dei calciatori e offrire uno spettacolo di peggiore qualità. Per avere un’idea di quante siano troppe partite, si può dare un’occhiata ad un bella analisi pubblicata da ESPN una settimana fa: se nell’anno precedente ai mondiali del 2018 ventinove giocatori avevano giocato più di 5000 minuti e soltanto uno (Fabian Balbuena del Paraguay) aveva superato la soglia dei 5500, quest’estate sono ben settantasei sopra i 5000 minuti, ventisei sopra i 5500 e quattro (Maguire, Bruno Fernandes, Ruben Dias e Robertson) addirittura oltre i seimila che, tradotto, significa 67-70 partite in 11 mesi!

Alla stanchezza psicofisica e al rischio infortuni dovuti a una stagione giocata quasi senza soluzione di continuità dalla precedente, va sommata la stanchezza dovuta ai continui spostamenti transeuropei e la disparità di trattamento tra le squadre ospitanti e non o tra squadre capitate in un girone “favorevole”. Da un lato, come ha fatto notare Simone Conte su Wembley (il nuovo podcast de Il Post su Euro 2020), esistono enormi disparità interne ai gironi: se, ad esempio, gli azzurri giocheranno tre partite a Roma senza doversi mai spostare, Turchia Svizzera e Galles saranno costrette a volare quattro ore – più due ore di fuso orario – per spostarsi tra Italia e Azerbaijan. Tra la prima e la seconda giornata, Mancini e i suoi ragazzi non si dovranno muovere e avranno quattro giorni per preparare la sfida alla Svizzera. Gli uomini di Petkovic, invece, dovrà affrontare un viaggio discretamente lungo, arrivare a Roma tra sabato notte e domenica mattina, e avrà soltanto un giorno e mezzo per allenarsi. Buon per noi, per carità, ma non mi pare una scelta equanime. In più ci sono enormi differenze anche tra girone e girone: se il gruppo A è diviso tra Roma e Baku e quello E tra Siviglia e San Pietroburgo, il D si giocherà a Londra e Glasgow mentre l’F tra Monaco di Baviera e Budapest (in entrambi i casi poco più di un’ora di volo o sei/sette ore in treno). Infine, l’elefante nella stanza: come è possibile che alcune nazionali abbiano diritto a giocare tutte le partite del girone in casa, davanti al proprio pubblico, mentre altre saranno costantemente in trasferta?

Sebbene inizialmente l’idea di un Campionato europeo itinerante mi fosse sembrata grandiosa e da ripetere in ogni edizione, ammetto che non avevo analizzato l’organizzazione in maniera sufficientemente attenta e critica. Forse sarò miope, ma mi pare che questo nuovo formato anziché andare nella direzione di un calcio più equo per i calciatori, per le federazioni e per i tifosi, spinga verso l’esasperazione quelli che sono già tra i problemi più gravi del calcio professionistico contemporaneo. Certamente mi godrò comunque Euro 2020 e spero che lo farete anche voi, ma quantomeno lo farò con la consapevolezza delle tante storture che lo caratterizzeranno, e spero lo farete anche voi.

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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