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2 min

- di Marco Massera

Starbury: la scarpa da basket da 15$ che sfidò la Nike


14.98 dollari. Stephon Marbury. Una scommessa al ribasso. La storia di Starbury, il marchio che sfidò Nike, Jordan e qualsiasi logica di mercato.


Spendere poco e avere l'ultimo modello di scarpe. Mentre il giovane Stephon Marbury passeggiava per i marciapiedi di Brooklyn, sognando i lucidi parquet NBA, l'equazione deve essergli sembrata impossibile. Le vetrine dei negozi gli restituivano il riflesso di un consumismo che non poteva permettersi. Troppi soldi per un paio di Nike o di Air Jordan da cento, centottanta dollari. Troppi per lui e per una generazione di ragazzi di strada, cresciuta a playground, bollette e cappuccio abbassato sugli occhi.

Nel 2006, Stephon Marbury se ne ricordò quando lanciò Starbury, il marchio di scarpe con il suo soprannome. Più che un marchio, un'idea. Forte della sua immagine di pirotecnico playmaker dei NY Knicks, Marbury lancia Starbury come una rivoluzione. Una scarpa di qualità equivalente alle costose alternative blasonate, Nike e Jordan, ma ad un prezzo infinitamente più basso. 14.98 dollari.

Il primo boom di Starbury

La ricezione iniziale del pubblico è sorprendente. Le vendite del 2006-2007 vanno bene. Le Starbury sono una scheggia impazzita del sistema, potenzialmente fastidiose per pezzi grossi come Adidas e Nike. Oltre allo stesso Marbury, le scarpe "proletarie" vengono indossate da campioni del calibro di "Big Ben" Wallace e Steve Francis. Con il supporto della catena Steve&Barry's le Starbury arrivano alla seconda linea triplicando i modelli disponibili e allargandosi all'abbigliamento. Tutto sotto i 15 dollari.

La qualità si paga: ma quanto?

Con il successo arrivano le prime invidie. Sono davvero uguali a un paio di Jordan?

Il conduttore di un programma tv di ABC, John Stossels vuole vederci chiaro. E sottopone le Starbury a un test durante il suo programma. Il professor Howard Davis della Parsons School of Design, taglia in due pezzi prima le Starbury Ones e poi un paio di Air Jordan da più di cento dollari, per vedere come sono fatte. Il verdetto conferma: "Sono costruite nello stesso modo."

Il poco autoreferenziale tattoo di Marbury

La "crisi" di Starbury

Forse quel che fa paura non è la qualità delle scarpe, ma un modello di business controcorrente. Valgono davvero cento e più dollari, le varie marche blasonate sul mercato? Solo finchè c'è qualcuno disposto a pagarle. E senza un'alternativa.

Appena dopo il 2008, Steve&Barry's, la catena che produce le Starbury è costretta a chiudere. La crisi del 2008 ha messo in ginocchio l'America. I malpensanti sussurano di boicotaggio da parte dei grandi brand: se un negozio vuole esporre le Starbury, dovrà rinunciare ad uno dei marchi blasonati in questione. Difficile competere così.

La rivoluzione Starbury migra a Oriente

Sei anni dopo Stephon Marbury annuncia via Instagram il ritorno del brand, nel 2015. Nel frattempo Marbury è migrato, insieme alla sua rivoluzione, a Oriente. Laggiù è considerato una divinità cestistica. In Cina Starbury riprende il discorso lasciato in sospeso: in patria l'hype sembra finito, la rivoluzione non va più di moda.

L'egocentrico Stephon arriva a tatuarsi il suo stesso brand sulla testa. Forse non ha cambiato le cose. Ma per un attimo i grattacieli delle grandi corporations hanno tremato.

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Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facessero gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la montagna e i fumetti di Corto Maltese.

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