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- di Nicola Balossi

Considerazioni sparse post Djokovic-Tsitsipas (6-7 2-6 6-3 6-2 6-4)


Partita estenuante e mutevole, come sempre quando c’è di mezzo Nole. Alla fine, tra i mille volti visti, rimane quello sornione e beffardo di Djokovic, mentre Tsitsipas nasconde le lacrime sotto un asciugamano.


- Gli assenti hanno sempre torto, ma in questo caso dobbiamo rendere onore a Rafa Nadal e celebrarne la mancanza. In un certo senso questo cambiamento può essere liberatorio - perché onestamente ciò che abbiamo visto dal 2017 in avanti, dopo i funerali anticipati del 2016, è andato oltre ogni immaginazione: un dominio talmente spudorato e inappellabile da sembrare eterno e inviolabile, quasi anche un po’ angosciante - ma il fatto che sia stato Djokovic a decretarlo non soddisfa i giovani incendiari che aspirano alla rivoluzione. Nadal è stato fortissimo, ha gestito tutto come meglio non poteva, ma ha dovuto fare i conti con i propri limiti di tenuta contro l’avversario sbagliato. Per inciso, sono gli stessi limiti che avevano testato Thiem e Tsitsi a Melbourne 2020 e 2021, ma sulla terra questo fa molto più rumore. Detto del convitato di pietra, parliamo dei presenti. Djokovic è arrivato qui attraverso la sofferenza ma sappiamo che lui ci sguazza. Il greco, che ha dovuto giocare cinque set in semifinale contro Zverev, è il giocatore del momento: leader della race, semifinalista a Melbourne, campione a Lione e soprattutto Montecarlo. Ha sfruttato un tabellone favorevole e ora è qui per vincere, per sfilare lo scettro dalle mani dei sovrani;

- Servizio. Nel primo set sembra di assistere a una sfida tra big server sul veloce. Tsitsi, dopo un avvio balbettante, mette giù sette ace e difende la battuta con autorità. Nole soffre ancora meno, con una prima ingiocabile in questa fase. Le emozioni si concentrano nel finale: Nole annulla un set point sul 4-5, poi entra in modalità non sbaglio più, strappa la battuta a Stefanos e sembra avviato a sbranarsi il parziale. Qui avviene l’impensabile: Tsitsipas fa il controbreak immediato e si porta avanti nel tiebreak 4-0, poi 5-2. Adesso è il serbo a rimontare fino a 6-5. Di nuovo pensiamo “same old story” e di nuovo Stefanos smentisce con forza: piazza nell’angolino un coraggioso dritto in controbalzo sul set point. È l’ennesimo ribaltamento, questa volta definitivo per il parziale;

- Nel secondo set la superiorità del greco si fa schiacciante, adesso anche in risposta e in tutti i fondamentali. Djokovic cerca di abbreviare gli scambi a suon di smorzate ma appare rassegnato e apatico. Stefanos rimane imperturbabile, focalizzato sull’obiettivo senza farsi ipnotizzare dai tranelli psicologici di Novak che hanno irretito tanti altri prima di lui;

- La svolta. C’è un momento preciso in cui tutto cambia. È il quarto game del terzo set, quando Nole percepisce una crepa, un’esitazione, un fremito nella forza e ci si butta a capofitto. È il gioco più lungo, una lotta senza quartiere in cui entrambi esprimono un tennis di altissimo livello. Scontrarsi con Nole è una metaforica matrioska in cui ogni punto rappresenta una partita e non è mai finito finché non è finito. Da quel sudatissimo break nasce un nuovo match, che Novak prende progressivamente in mano come un destino crudele e ineluttabile;

- Non vedevamo un quinto set in finale dal 2004, dalla rimonta di Gaston Gaudio su Guillermo Coria. Poi è arrivato Nadal a portare equilibrio nella forza. Ci si arriva con Tsitsipas sotto un treno per la rimonta subita mentre Nole gioca sul velluto, come se avesse appena cominciato e potesse andare avanti per ore. Tsitsi lotta come un leone ma concede palle break in ogni turno e non ci mette molto a finire sotto. Così Nole alza il diciannovesimo Slam, dolce e inatteso, ma conquistato con una ferocia mentale senza eguali.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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