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5 min

- di Nicola Balossi

Orologio a cucù e dintorni


La Svizzera è una squadra solida e organizzata che lascia sempre ben poco al caso, conservando il più possibile il pallino del gioco (anche in termini di possesso palla) ed esercitando un pressing corale finalizzato a ripartenze rapide nelle fasi di maggior sofferenza.


Se pensiamo alla Svizzera, il calcio non è esattamente la prima cosa che ci viene in mente. Per un meccanismo psicologico piuttosto infantile e inevitabile noi italiani, le vittime per eccellenza degli stereotipi più stupidi e superficiali mafiaspaghettipizza, ci impegniamo a fondo per inquadrare anche gli altri in questo modo. Ovviamente i nostri cari vicini ricchi sono i primi a pagare il dazio di questa legge non scritta e così figurano nel nostro immaginario tutti presi dai loro segreti bancari, cibandosi di Emmenthal e cioccolato, cullando nella mente il mito di Guglielmo Tell e alcune perverse trasgressioni tra cui quella di gettare una carta per terra dopo aver calpestato un’aiuola. Questo in un paese privo di superfici orizzontali e forato come un gruviera da bunker antiatomici tenuti perfettamente da attempati militari armati fino ai denti sempre pronti e addestrati a non fare la guerra, espertissimi di trenini elettrici, peraltro di una puntualità disarmante. Posto che la Svizzera non è solo orsi, benzina e Serfontana, erba legale e capitali offshore, ci si domanda giustamente come sia possibile giocare a pallone in discesa (o in salita, dipende dal vostro grado di ottimismo) fra una montagna e l’altra.

D’altra parte il binomio Svizzera-sport è cannibalizzato da un monumento che fa ombra a tutto il resto, un po’ come se per un improvviso movimento tettonico fosse spuntato un ottomila in grado polverizzare l’ego delle varie punte Dufour, del Cervino, del Bernina e via dicendo. Roger Federer è un sole che illumina e al tempo stesso oscura, perciò ci limitiamo a una semplice citazione altrimenti rischieremmo di andare fuori tema e parlarne per ore (cosa che – per inciso - ci verrebbe facilissima, visto che lo facciamo quasi tutti i giorni).

Calcio svizzero

Ebbene per tornare alla storia calcistica di questo paese, ecco magari non è propriamente gloriosa ma in fondo il grande non può esistere senza il piccolo e anche il piccolo può sempre vantare qualche soddisfazione nel proprio sistema di riferimento.

Stando ai freddi risultati, per raggiungere le vette rossocrociate dobbiamo andare parecchio a ritroso, verso epoche in bianco e nero: negli almanacchi figurano tre piazzamenti ai quarti di finale mondiali, nelle edizioni del 1934 e 1938 vinte dagli azzurri e nel torneo casalingo del 1954. C’è poi il quasi secolare argento olimpico del 1924, un fiore all’occhiello piccolo ma prezioso.

Per venire a tempi più recenti, la crescita di questa rappresentativa è certificata da episodi, record e piazzamenti di tutto rispetto. Nelle ultime quattro edizioni irridate (2006-2010-2014-2018), ben tre volte sono stati raggiunti gli ottavi di finale. Piuttosto emozionante è la storia della rassegna tedesca, raggiunta dopo il ruvido playoff di spareggio con la Turchia (2-0 in casa e sconfitta 4-2 a Istanbul) terminato con una memorabile rissa con gli ottomani protagonisti di una vera e propria caccia all’uomo nei confronti degli elvetici. Calati in Germania, gli svizzeri mostrano una tigna invidiabile, finendo eliminati ai rigori dall’Ucraina di Shevcenko senza subire una sola rete per quattro partite consecutive. Il discorso prosegue nel 2010 con la vittoria (1-0) all’esordio con la Spagna detentrice del titolo e in parte della partita successiva, fissando così il nuovo record di imbattibilità ai mondiali a 558 minuti di fila senza subire reti. La sconfitta con il Cile e il pareggio con l’Honduras però condannano la nazionale a una precoce eliminazione.

Un altro calice tanto amaro quanto onorevole si consuma al mondiale brasiliano del 2014, quando è un gol di Angel Di Maria a due minuti dalla fine dei tempi supplementari a infrangere il sogno di trascinare ai rigori la blasonata Argentina. Un simile destino si concretizza a Russia 2018 (qualificazione agguantata attraverso un drammatico e combattuto spareggio con l’Irlanda del Nord - per la gloria imperitura della vecchia conoscenza rossonera Ricardo Rodriguez che salva il risultato in acrobazia sulla linea nel finale della gara di ritorno), con una sconfitta di misura ad opera della Svezia dopo un sorprendente girone in cui gli svizzeri riescono a fermare Brasile e Costarica e battere la Serbia. In mezzo c’è il migliore risultato agli europei (Francia 2016): un altro ottavo di finale terminato malamente ai rigori 5-4 con la Polonia.

A questi cenni aggiungo qualche ricordo d’infanzia, consapevole che l’infanzia è un concetto soggettivo ma dopotutto la passione affonda sempre le radici in qualcosa di personale. C’è una sconfitta della nazionale di Sacchi, datata primo maggio 1993, che mi è rimasta particolarmente impressa. Erano le qualificazioni a Usa ’94 e nelle immagini sbiadite del gol si riconosce Franco Baresi nel suo vano tentativo di recupero. La formazione azzurra presentava nomi come Pagliuca, Baggio (Roberto, ma anche Dino), Maldini, Signori e l’attuale CT Mancini. Eppure perdemmo 1-0 contro la rappresentativa allenata da Roy Hodgson, che schierava fra gli altri Ciriaco Sforza e il mitico Chapuisat.

Un altro svizzero per me indimenticabile è l’esotico Kubilay Türkilmaz (che aveva – udite udite - origini turche), straniero del Bologna in A e in B in un momento storico in cui gli stranieri erano ancora più stranieri, sovrani dell’immaginario e a volte flop clamorosi. Con le sue 34 reti è rimasto a lungo il recordman di marcature della nazionale prima di essere superato dal suo successore Alexander Frei, che ha chiuso a 42.

La Rosa

Oggi la rappresentativa elvetica conta parecchie vecchie conoscenze della serie A, primo fra tutti l’allenatore Vladimir Petković, che è l’anima e il vero collante di questa squadra. In sella dal 2014, ha saputo dare continuità ai buoni risultati ottenuti in precedenza, inserendo gradualmente nuovi elementi in un gruppo consolidato. Il suo calcio è propositivo ma non dogmatico, con un alto grado di adattabilità alle esigenze della partita e alle caratteristiche degli avversari. In questi anni lo schema base è il passato progressivamente dal 4-2-3-1 al 3-4-1-2, quest’ultimo con Shaqiri dietro le punte Embolo e Seferovic. Squadra solida e organizzata, interpreta bene entrambe le fasi e lascia sempre ben poco al caso, conservando il più possibile il pallino del gioco (anche in termini di possesso palla) ed esercitando un pressing corale finalizzato a ripartenze rapide nelle fasi di maggior sofferenza.

I due centrocampisti centrali saranno con ogni probabilità l’atalantino Remo Freuler e Granit Xhaka, il capitano. Sulle fasce abbiamo l’ex Udinese Widmer o Mbabu a destra, mentre a sinistra il fu rossonero (senza rimpianti) Ricardo Rodriguez – che però può essere spostato in difesa – o Ruben Vargas. Per la difesa a tre, oltre al citato RR, i nomi sono quelli di Akanji, Elvedi e Schär, davanti al portiere non sempre affidabile Yann Sommer.

La Stella

La star indiscussa è ovviamente Xherdan Shaqiri, mancino di origine albanese a cui è affidato in modo quasi esclusivo il compito di accendere la scintilla per questa squadra tosta che però difetta di imprevedibilità. In carriera ha vestito la maglia di Basilea, Bayern, Inter, Stoke City e Liverpool, accumulando una discreta esperienza ad alti livelli, mentre in nazionale è ricordato per il gol in rovesciata alla Polonia a euro 2016 e per il decisivo gol alla Serbia nel girone mondiale del 2018, a cui fece seguito la discussa esultanza con l’aquila. I suoi successivi problemi con le federazione in seguito alla rinuncia a una convocazione l’hanno tenuto lontano dalla nazionale per un anno, ma adesso sono alle spalle.

Ambizioni europee

L’obiettivo minimo è passare il girone come seconda o al limite miglior terza ma, confidando nella maggior vena realizzativa trovata quest’anno da Seferovic (26 gol con il Benfica quest’anno, ben più di quello che si vedeva in precedenza) e nel contributo di Embolo, giocatore che non è esploso come ci si attendeva ma garantisce ottime doti tecniche e atletiche, oltre a una certa duttilità nella posizione d’impiego, è lecito sognare di andare oltre i risultati già buoni degli ultimi anni, superando infine lo scoglio del primo turno a eliminazione diretta.

Molto dipenderà dagli accoppiamenti in un eventuale secondo turno, perciò la lotta con l’imprevedibile Turchia sarà decisiva: le certezze svizzere rappresentano un buon punto di partenza in questo senso, per fare il salto ci vuole quel pizzico di follia creativa in più che scateni l’incendio.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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