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4 min

- di Giacomo Zamagni

Il caso Osaka espone i problemi e l'ipocrisia di una stampa sportiva sempre più in crisi


Naomi Osaka, dopo aver scelto di non partecipare alle conferenze stampa di Roland Garros, si è ritirata fra le critiche e gli attacchi frontali dei giornalisti e delle istituzioni tennistiche. L'editoriale di Jonathan Liew, pubblicato questa settimana dal The Guardian, prova a ribaltare la prospettiva e a evidenziare tutti i problemi di un giornalismo sportivo che ormai vive di espedienti.


Gli habitué delle conferenze stampa dell’Arsenal, all’Emirates Stadium – quando ancora si tenevano in presenza – raccontano di un personaggio misterioso chiamato First Question Man ("quello della prima domanda"). Nessuno sa per chi lavori FQM e nemmeno se sia un vero giornalista. Il suo unico talento, se così si può dire, era quello di sedersi in prima fila e assicurarsi di essere il primo a prendere la parola, solitamente urlando mentre gli altri si stanno ancora sedendo.

Nessuno conosce le motivazioni di FQM. Di certo non lo fa per alimentare il suo ego: non ho mai incontrato qualcuno che sappia il suo vero nome. Non si tratta nemmeno di un tentativo di instaurare un canale privilegiato con la squadra. Infatti, molte delle sue domande sono più che altro affermazioni: banali luoghi comuni che vanno a nozze con il contesto conferenza stampa. “Arsène [Wenger], dovresti essere contento della vittoria.” “Unai [Emery], il pareggio è un buon risultato.” “Mikel [Arteta], è stato un brutto pomeriggio, cosa dici?

Naturalmente ho pensato proprio a FQM quando la numero due al mondo, Naomi Osaka, ha dichiarato che non avrebbe preso parte alle conferenze stampa degli Open di Francia per tutelare la propria salute mentale. Da giornalista che ha atteso migliaia di questi impegni senza significato e che spesso ha accarezzato idee apocalittiche nel mentre, il mio primo istinto è stato quello di empatizzare. Ma i cori di condanna e sdegno che si sono levati dimostrano che in tanti non la pensano così.

Per alcuni, la conferenza stampa è chiaramente un rito profano: potete pure ammazzarci, ma non potete impedirci di chiedere a uno sportivo “come ti sei sentito in campo oggi”.

Nella notte di lunedì, dopo essere stata multata e minacciata di espulsione, Osaka si è ritirata dal torneo. Intanto, la sua posizione è stata attaccata unitamente da tutta la stampa tradizionale, che, come tutti sanno, è composta dai migliori nell’esprimere giudizi sui comportamenti altrui. Una “principessa arrogante”, ha scritto un editorialista. Altri hanno più sobriamente argomentato che per un atleta, il rapporto con la stampa è parte del lavoro e, rifiutandolo in toto, Osaka sta creando un “pericoloso precedente”.

A questo punto, è bene chiarire esattamente in che cosa consista questo “pericolo”. In tutto il mondo, la stampa libera è, come mai prima d’ora, minacciata da governi autoritari, colossi digitali e disinformazione. In molti paesi i giornalisti vengono letteralmente uccisi per il loro lavoro. A Parigi, invece, i giornalisti di tennis devono affrontare la prospettiva di dover scrivere un pezzo solamente con le proprie parole. Una di queste non ha molto in comune con le altre questioni.

Il vero problema non è né Osaka né l’incredibile importanza che la stampa si auto-attribuisce. È la conferenza stampa in sé, che a pensarci è un’idea abbastanza strana e che sostanzialmente fallisce nel suo stesso intento. Il grandioso concetto della conferenza stampa altro non è che l’istituzione di una linea diretta fra sportivi e grande pubblico, in cui noi, umili scrivani, non siamo che i fidati orecchi e occhi della gente sulla terra degli dèi.

Se non si fosse notato, è da un po’ che non funziona più così. Gli sportivi hanno il loro collegamento diretto con il pubblico e piccolo spoiler: non siamo noi. Per quanto sia difficile da credere, la funzione di Osaka come intrattenitrice e rappresentante della propria “azienda” è legata al giocare a tennis in un luogo e in una data prestabiliti, più che sedersi in una stanza senza finestre per dare spiegazioni a degli uomini di mezza età.

Dopo aver perso la finale degli US Open proprio contro Naomi Osaka, le prime quattro domande sono: "Come ti senti?", "In che modo la maternità ha influito sul tuo gioco?", poi un'accusa di coaching e infine "Come pensi di spiegare quanto accaduto oggi a tua figlia quando sarà grande?"

Così, le moderne conferenze stampa non sono più un confronto significativo, ma una riduzione ai minimi termini della dattilografia: un gioco cinico e talvolta predatorio in cui si cerca di estrarre quanto più contenuto possibile dal soggetto a disposizione. Gossip: buono. Rabbia: buono. Litigi: buono. Lacrime: buono. Tragedie personali: buono. E intanto, un giovane atleta, spesso ancora preso dalle emozioni della vittoria o della sconfitta, deve rispondere alle domande più intime nel contesto meno intimo, stretto fra un raduno di sconosciuti e un cartonato con i loghi di tutti gli sponsor.

C’è qualcosa di stranamente rituale in tutto ciò: sempre le stesse persone sedute sulle stesse sedie, gli stessi cliché, milioni di parole sprecate, le bottigliette di acqua minerale chiuse. Davvero non c’è un modo migliore di così? Questi non sono politici eletti dal popolo. Sono solo persone messe sotto le luci della ribalta perché dotate di una coordinazione mano-occhio e di una capacità cardiovascolare superiori. Parlateci, vi preghiamo! Altrimenti...

Questa dinamica è ancora più esacerbata nel tennis femminile, un movimento arcinoto che si muove all’interno di uno spazio composto in larga parte da uomini bianchi, per giunta affamati. Quel senso di voracità intriso di supponenza spesso si manifesta in modi che fanno venire i brividi. Domanda (a Genie Bouchard, Wimbledon 2013): “Ho visto la foto che hai twittato. Sai che se farai bene in questo torneo diventerai un sex symbol, visto che sei così carina?” Domanda (a Maria Sharapova ancora diciassettenne, Wimbledon 2004): “Sei diventata un’icona sexy ormai, soprattutto in Inghilterra. Com’è? Ti piace?”

Ovviamente ci sono un sacco di giornalisti bravi e interessanti che fanno cose buone e interessanti. In un certo senso, questo è ciò che rende autodistruttiva la mancanza cronica di consapevolezza di sé stessi. Basta guardare. Non siamo i buoni qua. Non abbiamo più potere. E una delle migliori atlete al mondo preferisce ritirarsi da un grande slam piuttosto che dover parlare con i giornalisti. Invece di concentrarci su quanto questa scelta ci dica di lei, forse sarebbe bene chiederci cosa dica di noi.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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