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8 min

- di Antonio Cefalù

Molto drama, poco fútbol: la Spagna non vale le aspettative


I migliori highlights della Spagna che si approccia all'Europeo sono stati girati in sala stampa.


“In una riunione a settembre, Robert Moreno mi dice che vuole fare l’Europeo, e che dopo sarebbe tornato ad essere il mio secondo […] Capisco che sia ambizioso, però per me è sleale. Io non lo farei mai. Ed io non voglio nessuno con queste caratteristiche del mio staff. L’ambizione smisurata per me non è una virtù, ma un gran difetto”.

Queste parole le pronunciava Luis Enrique nella conferenza stampa in cui, a novembre 2019, annunciava il suo ritorno come CT della nazionale spagnola, riprendendo in mano il timone nel pieno della traversata verso l’Europeo. Lo faceva dopo otto mesi di dolorosa assenza, in cui visse e metabolizzò la grave malattia a cui la figlia non riuscì a sopravvivere. 

In quegli otto mesi, il suo sostituto fu proprio il Robert Moreno che menziona, l’eterno secondo (allenatore) che, per la prima volta, si trovava con l’occasione di dirigere non solo una squadra vera, ma proprio la più importante. E che, conosciute le luci dei flash e le moltitudini di microfoni in silenzio per ascoltare solo lui, si era infatuato del potere e si sentiva in diritto di portare la sua squadra all’Europeo, nonostante non fosse nei patti iniziali. Dopo 7 vittorie, 2 pareggi e nessuna sconfitta con la roja, qualcuno potrebbe anche dire che se lo fosse guadagnato. Lui sicuramente la pensava così.

“Sono stato dieci giorni devastato, chiedendomi che avessi fatto di male perché Luis Enrique non volesse più contare su di me”, spiegherà adirato il giorno dopo, in una conferenza organizzata solo per rispondere all’ormai ex amico Lucho. “Se io non avessi continuato al posto suo, ora non sarebbe di nuovo l’allenatore della nazionale”, aggiunge. Non dice mai la parola “tradimento”, ma è quello che traspira da ogni sua dichiarazione.

È stato questo il grande momento saliente della Spagna nel suo percorso verso l’Europeo. Non solo perché nell’unico ambito del mondo in cui “dopo il fischio finale si dimentica tutto” una litigata in borghese porta con sé il magnetismo dell’evento straordinario, ma anche perché a calcio la roja ci ha giocato veramente poco. Molto drama, poco fútbol: così si presenta la Spagna ai prossimi grandi eventi internazionali.

La Rosa

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei gol. A zero. Con la Germania, lo scorso novembre. La notte in cui la Spagna si metteva in posa davanti a tutta Europa. Fino a un giorno prima, i tertulianos delle ferventi radio spagnole facevano a gara a chi dicesse in maniera più cattiva che la squadra fosse inadeguata e il gioco non ne parliamo, ma per qualche mese quella vittoria fece credere a tutti che la roja fosse di nuovo pronta a scrivere la storia. Alla seguente pausa nazionali, hanno scoperto come la prima impressione fosse quella più veritiera. 

Le cose sono infatti più complicate di così, e la ragione è un miscuglio di caratteristiche della rosa, impianto tattico e aspettative forse troppo alte. 

Ferran Torres festeggia la tripletta contro la Germania

“Se l’Europeo cominciasse domani porterei questi giocatori”, diceva Luis Enrique alla prima convocazione dopo il suo ritorno, lo scorso agosto. In meno di un anno di tempo, però, 18 nuovi calciatori sono stati chiamati a vestire la maglia rossa. Questo spiega non solo che la nazionale si trovi tutt’ora immersa in un processo di continuo “prova e sbaglia” alla ricerca della sua identità, ma anche che le qualità dei giocatori si siano livellate verso il basso rispetto al passato, rendendo la scelta fra uno o un altro più una valutazione di forma che valore assoluto del calciatore.

Questi sono i 24 (no, non è una svista) giocatori scelti da Luis Enrique per l’Europeo.

Portieri: Unai Simón, De Gea, Robert Sánchez;

Difensori: Gaya, Alba, Pau Torres, Laporte, Eric Garcia, Diego Llorente, Azpilicueta, Marcos Llorente;

Centrocampisti: Busquets, Rodri, Pedri, Thiago Alcantara, Koke, Fabián;

Attaccanti: Olmo, Oyarzabal, Morata, Gerard Moreno, Ferran Torres, Adama Traore, Pablo Sarabia.

Quindi: l’allenatore della nazionale spagnola non ha chiamato Sergio Ramos (aveva fatto tutti i tornei dal 2004) né nessun giocatore del Real Madrid Club de Fútbol (mai successo prima). E tutto questo convocando deliberatamente 24 calciatori sui 26 consentiti dal nuovo regolamento. E in Spagna, dove i media sono leggermente polarizzati su quella piccola rivalità Real Madrid-Barcellona, come pensate che l’abbiano presa? Con grande serenità, non di certo. Ma non c’era nulla di più coerente da inserire in questo romanzo che vive in un costante clima drammatico. 

Un editoriale su AS recita: "Luis Enrique, cosa ti ha fatto il Real Madrid?"

La non-chiamata di Ramos, tuttavia, non è uno scandalo e a Lucho va riconosciuto il coraggio della scelta. Certo, il difensore andaluso è un pilastro della selección e sicuramente il suo miglior giocatore, ma in questo 2021 l’abbiamo visto più sulle tribune del Di Stéfano che in campo. Il campionato, fra l’altro, non l’ha neanche finito, lasciando come ultima immagine di sé quella delle claudicanti corse verso la propria area mentre gli attaccanti del Chelsea gli sfrecciavano via da tutti i lati, come se fosse stato in piedi in mezzo a un autostrada. 

È una figura troppo ingombrante dal lasciare in panchina, dunque? Essendo Ramos, fra le altre cose, uno che pur di sommare una presenza in più per le statistiche si fa mettere in campo anche solo all’ultimo minuto, la risposta potrebbe dare ragione a Lucho. 

Non si può dire, però, che le convocazioni siano inappuntabili. Innanzitutto, non può lasciare indifferenti che Marcos Llorente (12 gol e 11 assist in Liga da centrocampista offensivo) sia nella lista dei difensori. Non è un errore: il CT l’ha già provato come terzino — con scarsi risultati — ed ha intenzione di ripetere l’esperimento. Francamente, è lecito chiedersi se la squadra benefici di più dall’avere uno dei suoi migliori giocatori nella sua posizione naturale o in una in cui è evidentemente sacrificato.

Poi ci sono le altre non-chiamate contestate. Ha fatto storcere il naso a molti, per esempio, l’assenza di due dei migliori difensori della Liga, Nacho (Real Madrid) e Mario Hermoso (Atlético), anche se sono i vari Mikel Merino (Real Sociedad), Sergio Canales (Betis) e Iago Aspas (Celta) quelli che hanno fatto più rumore. Probabilmente con buone ragioni. Non solo perché hanno avuto, soprattutto gli ultimi due, un’ottima stagione, ma perché le loro caratteristiche tecniche avrebbero smosso la monotonia di una rosa un po’ troppo omogenea.

La plantilla scelta da Luis Enrique, infatti, non ha solo degli evidenti deficit di qualità in alcuni ruoliper gli standard della roja, ma presenta proprio una quantità molto ampia di giocatori troppo simili fra di loro. Ciò è più evidente a centrocampo, dove fioriscono i mediani di prima costruzione (praticamente tutti, con l’eccezione di Pedri) ma non si trovano incursori o giocatori che, in generale, sappiano donare imprevedibilità alla manovra nell’ultimo terzo. Per questo, e non perché siano necessariamente più forti di quelli che già ci sono, aver integrato certi calciatori avrebbe giovato parecchio alla nazionale.

L’allenatore

Luis Enrique non ha bisogno di presentazioni ed infatti non gliene faremo. Il gioco che ha cercato di impiantare nella sua Spagna e i risultati a cui esso ha portato, però, sì che meritano qualche linea di testo. 

Da quando è tornato, Lucho ha collezionato cinque vittorie, cinque pareggi e una sconfitta (Ucraina). Non un granché, per una nazionale come la Spagna. E la risposta sta largamente, appunto, nel gioco offerto — o non-gioco, se preferite. La roja, infatti, ha faticato enormemente nello sviluppare un piano gara riconoscibile, abituandosi a tenere il pallone per azioni infinite ma mai redditizie. In altre parole, è una squadra che sa come dominare il gioco, ma non come segnare.

Questo è dovuto, fra le altre cose, anche alla mancanza di un gruppo ben definito prima dell’Europeo — aspetto di cui parlavamo prima. Il fatto che i giocatori non abbiano avuto tante occasioni per abituarsi l’uno all’altro ha contribuito a creare la sensazione di una Spagna formata da tanti individui che in campo sono stati incapaci di pensare come collettivo. 

Non conoscendosi bene i giocatori ed essendo tutti simili fra di loro, insomma, il gioco spagnolo è stato costituito troppo spesso da passaggi orizzontali finalizzati semplicemente alla prosecuzione del possesso. Come se i giocatori, quando ricevevano la palla, si chiedessero “cosa ci faccio adesso?”, e non “cosa si aspettano i miei compagni che ci faccia?”. E questo è abbastanza naturale quando non sai cosa pensino i tuoi compagni e, possibilmente, anche il tuo allenatore. 

Ciononostante, va considerato che le nazionali passino spesso per fasi del genere prima di un grande torneo. Tante volte, infatti, questi problemi si riescono ad appianare nel lungo ritiro che anticipa la competizione, e non c’è ragione di pensare che la Spagna non possa farcela. Anche se a guardare le ultime partite uno sarebbe portato a pensare il contrario. 

La stella 

Gerard Moreno celebra il suo gol in finale di Europa League

L’uomo copertina sarà probabilmente uno dei meno mediatici di questa squadra, ma non per questo non c’è da avere fede nelle sue capacità. Gerard Moreno giocherà titolare senza troppi dubbi in questa Spagna: c’è solo da stabilire il ruolo, visto che lui può agire sia da prima punta che in accompagnamento ad un altro centravanti (che sarebbe Morata). La posizione non intacca la sua efficacia, anche se è vero che giochi con più naturalezza da seconda punta.

Classico esempio di attaccante sbocciato tardi, a 29 anni il catalano è ormai uno dei migliori attaccanti d’Europa e ha già dimostrato di non avere paura di fronte ai più esigenti palcoscenici (come una storica finale di Europa League). E questo lo dicono i numeri: l’attaccante del Villarreal è uno dei 10 giocatori che nel nostro continente hanno raggiunto i 30 gol in stagione, a cui questo mancino tecnico e tatticamente sofisticato ha aggiunto 10 assist.

Così come lo è stato per il sottomarino giallo in questa stagione, è difficile pensare che questa squadra possa andare lontano senza un grande apporto di Gerard Moreno. E il finale di stagione vissuto in crescendo lascia presagire che le condizioni per giocare un ottimo europeo ci siano tutte.

Il giocatore da tenere d’occhio

È una roja quasi arancione quella che vi presentiamo qui, dato che anche il nostro giocatore da tenere d’occhio proviene dal Villarreal. Si tratta di Pau Torres (24 anni), che nelle ultime due stagioni è passato dall’essere un centrocampista di buon piede adattato in difesa all’aver conseguito a pieni voti un Master da Centrale Difensivo con il Professor Raul Albiol. Le qualità sono già quelle da giocatore d’élite, ma il banco di prova della grande competizione senza avere accanto un leader difensivo rende il suo percorso un esame interessante. 

Che vada bene o vada male l’Europeo per lui, state comunque ben attenti al gioco del ragazzo, perché in Spagna sono sicuri che le migliori squadre d’Europa andranno all’attacco del Villarreal per il suo canterano dopo la competizione.

Il pronostico

È davvero difficile che la Spagna non superi un Gruppo E integrato da Svezia, Polonia e Slovacchia. Dopo di esso, però, le cose si fanno più difficili. A questa squadra, infatti, non manca solo il gioco (per ora), ma anche dei giocatori che riuniscano grande talento ed esperienza ad alti livelli, di quelli che sanno come risolvere le situazioni più complete. In altre parole, va bene Gerard Moreno, ma la mancanza di una vera stella potrebbe rivelarsi un ostacolo insuperabile per questa nazionale.

Come ha detto Luis Enrique, d’altronde, la Spagna è “fra le sei/otto squadre migliori della competizione”, ed in linea con questa visione sarebbe un enorme successo se dovesse arrivare in semifinale. In generale, comunque, meglio abbassare le aspettative che di solito riserviamo alla roja. Perché finora di fútbol ne abbiamo visto poco, ma per il drama invece siamo allenatissimi.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nasce nel 1998 a Palermo, dove custodisce gelosamente la sua collezione di maglie da calcio. Si laurea fra Roma e Buenos Aires in Politics, Philosophy & Economics con una tesi sul Mondiale 1978. Adesso è alunno del Master in Comunicazione e Giornalismo Sportivo nella Scuola Universitaria del Real Madrid, nonché voce del podcast di Radio Sportellate "Dilly Dong". Il suo sito web personale è antoniocefalu.com.

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