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8 min

- di Simone Renza

Pelota u Plomo? Fùtbol y Narcos in Mexico


A differenza dei club colombiani, le squadre messicane non sono povere, anzi. Nonostante ciò, il confine che sembra dividere il mondo del calcio da quello della droga è meno netto di quanto sembri.


"Messico e nuvole

La faccia triste dell'America

Il vento soffia la sua armonica

Che voglia di piangere ho"

(Messico e Nuvole, Enzo Jannacci)

Il campionato messicano è, dopo quello brasiliano, il più ricco del continente e ciò è testimoniato anche dal recente approdo del francese Thauvin, dopo il suo connazionale Gignac. A differenza dei club colombiani, di cui abbiamo parlato in un nostro precedente articolo, le squadre messicane non sono povere, anzi. Grandi gruppi industriali investono sui club. Nonostante ciò, il confine che sembra dividere il mondo del calcio da quello della droga potrebbe essere meno netto di quanto sembri.

I bilanci dei club messicani sono confidenziali, e l'ammontare degli ingaggi e dei trasferimenti non vengono quasi mai rivelati. Non c'è alcuna prova conclamata che i club si assicurino il denaro dei cartelli ma alcuni episodi gettano un cono d'ombra sui rapporti tra calcio e narcos. Nel 2010 il giocatore paraguayano Salvador Cabañas entra in un bar di Città del Messico e ne esce con un proiettile in testa, episodio che ricorda per molti versi quello celebre di Escobar. A sparare è José Jorge Balderas Garza, narcos incaricato di riciclare il denaro sporco di un cartello. Omicidio ancora non chiarito. Nel 2011, durante una partita tra Santos e Morelia, a Torreòn, Messico settentrionale, vengono sparati dei colpi di fucile: il panico pervade gli spalti, l'arbitro è costretto ad interrompere la competizione e a fuggire negli spogliatoi, insieme ai giocatori delle due squadre.

I giocatori del campionato messicano sono invitati dai propri club a girare in auto stando attenti a non essere seguiti e a non frequentare luoghi poco consigliabili, come fece Jared Borgetti (si ricorderà il suoi gol all’Italia di qualche tempo fa) presente durante la festa di compleanno del boss Francisco Rafael Arellano Fèlix, quando il festeggiato rimase vittima di un attentato ad opera di un sicario travestito da clown. E ancora: l'ex portiere dei Rayados Monterrey, Omar El Gato Ortiz, fu reclutato da una banda di rapitori del Càrtel del Gulfo, mentre era sospeso dal campionato per un'accusa di doping. Secondo gli inquirenti, Ortiz avrebbe aiutato il gruppo di rapitori a selezionare le vittime, grazie al suo inserimento nell'alta società e alle sue partecipazioni a feste e occasioni mondane. Più eclatante il caso del club Xolos Tijuana, creato nel 2007 dall'uomo d'affari Jorge Hank Rhon (di cui si parlerà appresso).

Ma c’è un episodio recente che disvela la realtà messicana. Nell’autunno del 2019 e a Culiacan, nel famigerato stato del Sinaloa, le forze speciali dell’esercito messicano irrompono in una villa per arrestare Ovidio Guzmàn, uno dei figli di Joaquìn El Chapo Guzmàn, leader del cartello Sinaloa. Non passa molto tempo che per le strade di Culiacàn si scatena il caos o, per meglio dire, un vero e proprio assedio. La capitale dello stato è cinta d’assedio dalle forze armate del Cartello che sono calate da ogni montagna, città, campagna e paese attorno. Per le strade sparatorie, con armi di alto calibro, tra esercito e narcos. Questo scenario, avvezzo maggiormente a zone di guerra, ha costretto alla liberazione di Ovidio, presumibilmente in modo che gli scontri non aumentassero di entità. Ma, nonostante ciò, gli scontri sono durati almeno fino a mezzanotte, quando il governo locale ha ufficialmente comunicato che controllava nuovamente l’ordine pubblico.

Secondo la versione ufficiale, divulgata dal ministro della Pubblica Sicurezza, Alfonso Durazo, una pattuglia della Guardia Nazionale, composta da circa 30 membri, stava conducendo un pattugliamento di routine nella suddivisione di Tres Rìos quando, intorno alle 15:30 ora locale, è stata attaccata con spari da una casa privata. I militari, sempre secondo la versione di Durazo, hanno respinto l’attacco e preso il controllo della casa. All’interno c’erano quattro persone. “Uno è stato identificato come Ovidio Guzmàn” ha detto Durazo. Foto di Guzmàn agli arresti hanno iniziato a circolare sui social media.

Non è stato reso noto il numero ufficiale delle vittime: secondo la stampa una trentina di persone sono rimaste ferite. Il segretario alla Sicurezza dello stato di Sinaloa, Cristòbal Castañeda, tuttavia, ha assicurato che ci sono diversi morti. I cittadini diffondono immagini in cui si vedono uomini abbattuti sul marciapiede, veicoli in fiamme, blocchi stradali e camion con uomini pesantemente armati che circolano in pieno giorno e lungo i viali principali con fucili Barret installati sulla piattaforma di un furgone.

Oltre agli scontri c’è stata un’evasione di massa dal carcere cittadino. Le autorità hanno anche annullato la partita di calcio che la squadra locale, i Dorados, avrebbe giocato contro l’Atlantide di Cancùn. Nessuna delle squadre ha potuto lasciare gli hotel a causa della violenza scatenata.

Il nome della squadra della capitale del Sinaloa a molti dirà qualcosa, a ben ragione, per due emblemi del calcio moderno: Pep Guardiola e Diego Armando Maradona.

Pep gioca appena sei mesi nel campionato messicano nel 2006 ma, come suo destino, lascia profondamente il segno. Maglia dei Dorados di Sinaloa, numero 8 sulle spalle, un assist già confezionato per la testa di Andrés Orozco, l'ex Barcellona, da sinistro, calcia un'altra punizione: nessuno la tocca, palla in rete.  Ma cosa ci fa Pep Guardiola in Messico? Reduce da due anni all'Al Alhy, biennio arrivato dopo Brescia, Roma, e ancora Brescia, Pep si allena con il Manchester City per una decina di giorni (forse un antipasto di ciò che sarà). Stuart Pearce, manager di quella squadra, gli offre un contratto fino al termine della stagione.  Ma Guardiola dice no, rifiuta. "Perché?" "Per il Messico". "E perché il Messico, Pep?" "Perchè là c’è Juan Manuel Lillo" La scelta fatta da Pep viene da lontano. Era il 1996 e a Oviedo il Barcellona di Bobby Robson ne rifila quattro alla squadra di casa, guidata proprio dal basco “JuanMa”. Al termine del match, Guardiola va a fare i complimenti a quel tecnico trentenne per come ha giocato, ne è affascinato, tanto da dire a JuanMa: “Prima di smettere voglio essere allenato da te”. Cosa che, puntualmente, avvenne. Metodologia di allenamento, movimenti della linea difensiva, occupazione dello spazio e giochi di posizione: insegnamenti di JuanMa Lillo, segnati su quel taccuino da cui non si separava mai.

Su Pep nessuno si azzarderebbe a dire che ha giocato per la squadra della capitale dello stato del più potente cartello messicano il cui leader, il summenzionato El Chapo, nel 2016 fece un’offerta per rilevare le quote di maggioranza del Chelsea F.C. che, ma si sconfina nel campo del pettegolezzo, avrebbe fatto tentennare Abramovich. Si parla, infatti, di una somma pari a $868 milioni - il patrimonio stimato de El Chapo, stando a Forbes, in quell’anno raggiungeva circa il miliardo di dollari.

Qualche anno dopo, invece, il mondo intero s’indignò per l’arrivo, sulla panchina dei Dorados, di D10S, all’epoca terzultima nella serie B messicana. Le insinuazioni sulla scelta del Diez sono state delle più abiette e retoriche, viste il suo noto passato da cocainomane. Il club voleva rilanciarsi calcisticamente e a livello di immagine e la scelta del presidente andò proprio in quella direzione grazie ad ingenti investimenti per incentivare un pubblico già “caldo” a riempire uno stadio che è un gioiello inserito nella bellezza coloniale di Culiacan. L’arrivo di Diego, come volevasi dimostrare, ha portato il Sinaloa all’attenzione del mondo – si veda anche la serie che Netflix ha dedicato a questa avventura, ma sta volta non solo per il narcotraffico.

Ma dietro questo approdo c’è di più.

Secondo quanto riportato da El Blog del Narco, uno dei più influenti media indipendenti messicani, “la mente” della trattativa è Christian Bragarnik, promoter argentino, già in Messico nel management del Club Querétaro, squadra di Seria A che fu sospesa nel 2011 per i suoi legami con il traffico di droga. I capi, infatti, di Bragarmin erano Paul Solorzano Lozano e Jorge Mario Rìos Laverde, due colombiani ricercati dalla DEA e associati a El Chapo.

Stando sempre al Blog Del Narco, Bragarnik è anche consulente e avvocato sportivo per il Casinò Calde, del gruppo Caliente, che controlla anche le squadre Club Tijuana Xoloitzcuintles de Caliente, meglio noto come Club Tijuana, il Gruppo Caliente controlla anche la squadra gemella. i Dorados del Sinaloa. A capo del gruppo Caleiente c’è il clan degli  Hank, i fratelli Carlos e Jorge Hank Rhon. Jorge è quindi il proprietario del Club Tijuana ma è uno degli uomini più potenti del Messico proprietario della più grande società di sport e gioco d’azzardo. Su Jorge Hank Rhon, peraltro, sono state mosse accuse o collegamenti con assassini di giornalisti (nel 1988 fu accusato per l’omicidio del giornalista Hector “El Gato” Félix che stava indagando sui traffici illeciti del clan Hank. Felix fu ucciso da sue sicari che si scoprì essere i guardaspalle della moglie), commercio di animali esotici, possesso di arsenali di armi e ovviamente legami con il narcotraffico. Il giornalista Mario Maldonado afferma che Rhon è finito sotto indagine da parte della DEA. Rhon è arrivato anche ad essere sindaco di Tijuana (tra i 2004 e il 2007).

Ma il Calcio, in Messico, è uno sport molto praticato, specie dagli affiliati ai Cartelli e questo episodio è emblematico nel raccontare l’intreccio tra narcos e pallone. Nei primi giorni di ottobre del 2019 sulla scrivania dell'ufficio del direttore del penitenziario Cieneguillas, nello Stato di Zacatecas, arrivano decine di lettere di familiari di carcerati che chiedono di poter assistere alla partita di calcio che si sarebbe celebrata qualche mese dopo. A Cieneguillas il carcere è sovraffollato e con un’altissima concentrazione di detenuti dei due cartelli rivali più potenti del Paese: da una parte il cartello del Golfo di Osiel Cardenas Guillen, dall' altra i Los Zetas, ex membri delle forze armate speciali messicane, sicari assoldati per regolare i sospesi con chi alza la cresta. Il direttore, vista la gran mole di richieste, si informa e viene a conoscenza del fatto che la partita sarà fra le formazioni dei due cartelli sopra menzionati. Ma, nonostante ciò, l’autorizza, prendendo le dovute precauzioni. La prima mossa è una accurata perquisizione delle celle (dove vengono rinvenute pistole, coltelli, droga e cellulari), fissa un numero preciso di famigliari che vi potranno assistere e fa schierare una quantità ingente di guardie attorno al campo di calcio. Alla data del 30 Dicembre ci sono le squadre, l' arbitro, le porte, il campo di calcio con le righe tracciate e la doppia rete che separa i famigliari mischiati ad agenti in borghese pronti a ogni evenienza. Quanto accade verrà raccontato sui quotidiani de La Jornada, La Republica e El Proceso. La partita inizia ufficialmente alle due pomeridiane Tutto scorre sino al quarto d' ora di gioco quando un duro contrasto al limite dell' area di rigore scatena una rissa che si trasforma in un conflitto a fuoco che durerà due ore e mezza Il dato, però, è che non si tratterà di un regolamento di conti ma, bensì, di un tentativo di diversivo per far evadere alcuni boss presenti in quel penitenziario. La Voceria de Seguiridad Publica del Gobierno informerà che in quel sul campo 16 detenuti verranno rivenuti morti e sei feriti gravi.

Come visto in questi due articoli, il Fùtbol racconta anche come il mondo del narcotraffico si sia evoluto e di come i suoi protagonisti rivestano, nelle rispettive società, ruoli completamente differenti. Se, infatti, in Colombia, negli anni '80, i cartelli avevano investito nel settore calcistico per potersi riabilitare agli occhi dell’elite, che li riteneva stupidi arricchiti, e creare consenso attorno a sé, il calcio messicano e i Cartelli non paiono aver bisogno l’uno dell’altro. Il primo, infatti, è ricco, a differenza di quello colombiano, e i Cartelli paiono avere più consenso e potere di quanto non ne avevano Escobar e soci.

Viene da chiedersi, quindi, se questa separazione sia solo apparente vista la commistione fortissima tra potere economico, politico e narcotraffico (il Messico è ormai definito come un NarcoStato) che porterebbe a pensare ai Cartelli quali, seppur indiretti, proprietari dell’intero movimento calcistico messicano.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)

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