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3 min

- di Alessandro Ginelli

Considerazioni sparse post Manchester City-Chelsea (0-1)


Se Chelsea vs Manchester City era anche Blur vs Oasis, allora questa stagione dei Blues è "The Great Escape" e l'autore del piano vincente ha un nome e un cognome: Thomas Tuchel.


- Se date un'occhiata allo storico delle finali di Champions League, vi accorgerete che la tendenza nei match giocati tra squadre della stessa nazione vira clamorosamente verso partite tirate, tattiche e nervose, in cui lo spirito casereccio e il timore di conoscersi fin troppo bene, impediscono alle squadre in campo di esprimersi in maniera internazionale. Questa sera in campo c'era una squadra che voleva a tutti i costi portare la partita su quel tipo di binario e un'altra squadra che sapeva benissimo che impantanandosi in quel tipo di canovaccio avrebbe potuto farsi malissimo. Per novantasette minuti abbiamo assistito esattamente alla finale che avrebbe scritto il Chelsea se avessero chiesto ai Blues di sceneggiarla. Il Chelsea è campione d'Europa, giustamente e senza nemmeno soffrire troppo.

- Non cediamo alla tentazione di partire subito dalle tante note dolenti in casa Manchester City e prima di tutto rendiamo merito al capolavoro tattico messo in campo dal Chelsea. Nell'album "The Great Escape" (Blur, 1995), che citavamo nell'introduzione, una delle tracce più travolgenti è "Charmless Man". Thomas Tuchel rispetto a Pep Guardiola forse avrà "meno fascino", come cantava la band di Damon Albarn, ma questa sera non sbaglia nemmeno una mossa, confermandosi un allenatore preparatissimo e ormai pronto a essere considerato uno dei grandi nomi della scena internazionale. Se una squadra di Guardiola in una finale non ti crea nemmeno un grattacapo non è mai solamente fortuna.

- Ospite alla Bobo TV esattamente una settimana fa, in un'intervista che oggi suona sinistramente anti-profetica, Pep Guardiola parlava così del suo Barcellona dei record: "Quei ragazzi giocavano le finali come se fossero amichevoli". Oggi dopo 15 minuti in tanti ci siamo resi conto che nemmeno uno degli undici giocatori messi in campo da Pep si avvicinava allo spirito dei campioni in blaugrana e nei fatti, nella partita più importante della stagione e della storia del club, il catalano viene tradito da una prova sotto tono di tutti i suoi giocatori più significativi e anche un po' da sé stesso. La scelta di Gundogan davanti alla difesa e l'inserimento di Sterling suonavano già strani prima del match e probabilmente volevano essere un segnale alla squadra per obbligarli a comandare la partita. Beh, questa volta Pep si è semplicemente fatto autogol.

- Parliamo un po' di singoli e per l'ennesima volta ci tocca soffermarci sulla prestazione di N'Golo Kanté, anche se è una cosa che facciamo sempre volentieri. Cos'altro si potrebbe aggiungere su questo ragazzo che non sia già stato detto? Ah, forse una cosa che non sempre vediamo sottolineata: Kanté non sbaglia mai una partita importante. Mai. In casa Chelsea grandissime prestazioni anche da parte di Rüdiger, Havertz e Mount, un po' meno di Werner, tanto generoso quanto pasticcione. La pagella del City è invece scritta completamente con la penna rossa, ma i voti più bassi se li beccano Bernardo Silva e Zinchenko, con quest'ultimo principale colpevole nell'azione del gol che decide il match.

- "The great escape", dicevamo: titolo perfetto per riassumere la stagione del Chelsea. Un progetto che a fine gennaio sembrava naufragato e ripiegato su sé stesso, che invece un grande condottiero ha riportato sulla retta via, coronandolo con la conquista del trofeo più importante, la Champions League, meritando la vittoria in ogni singola partita disputata dagli ottavi di finale in poi, evento rarissimo nella storia di questa competizione. Cambiare allenatore a gennaio e vincere la Champions League è cosa per pochi, ma a Stamford Bridge hanno dimostrato per la seconda volta nel giro di dieci anni che cambiando si possono anche scrivere le proprie fortune. D'ora in avanti lo chiameremo "Metodo Chelsea".

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato a Cremona il 23/11/1996. Conserva nell'armadio i pantaloncini del suo esordio in Serie D allo Stadio Euganeo di Padova. Non sa scegliere tra la parte sinistra e quella destra del proprio cervello e nemmeno quale sia il suo sport preferito. È fermamente convinto che il Paradiso sia un'Olimpiade che dura in eterno.

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