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12 min

- di Andrea Giachi

I Paesi Bassi tra densità di talento, dubbi in panchina e stereotipi molto italiani


Gli oranje si presentano ad Euro 2020 con la difesa più profonda e di qualità della loro storia, un grande centrocampo e qualche problemino davanti.


Se la classifica dell'Europeo si basasse sul rapporto tra la superficie dello Stato e la quantità di talento dei calciatori della propria nazionale, i Paesi Bassi arriverebbero primi per distacco. In appena 41 mila chilometri quadrati - l'Italia ne conta 302mila e l'Uruguay, con cui spesso si fanno i paragoni, 172mila - gli oranje non solo hanno prodotto giocatori, allenatori e idee che hanno rivoluzionato la storia del calcio, ma anche a Euro 2020 (che poi sarebbe 2021) si presentano come una delle realtà più credibili.

Parlo di Paesi Bassi perché riferirsi all'intera nazione come "Olanda" non è corretto. E' una sineddoche, simile a quello per cui il Regno Unito viene chiamato anche Inghilterra. Olanda e Paesi Bassi non sono infatti la stessa cosa: il primo termine indica due province – l’Olanda Settentrionale e l’Olanda Meridionale, che comprendono al loro interno molte delle città più conosciute come Amsterdam, Rotterdam e L'Aia – il secondo il Paese vero e proprio, costituito in tutto da dodici province. Il nome dello Stato deriva da Neder-landen e significa, per l'appunto, Paesi Bassi, perché oltre il 50% del territorio si trova a meno di un metro dal livello del mare e il 25% si trova addirittura al di sotto.

Una cartina decisamente esplicativa

Va detto che la confusione veniva spesso alimentata anche dall'interno - il portale dedicato al turismo si chiama da sempre "Holland.com" - e per questo nel 2019 il Governo ha raggiunto un accordo in cui stabilisce che nei documenti ufficiali e nelle competizioni ci si potrà riferire al Paese soltanto come Paesi Bassi (the Netherlands), mandando di fatto in pensione l'Olanda (Holland). Curiosamente, il nome unico doveva fare il suo esordio "ufficiale" in una competizione nell'Eurovision song contest del 2020, rinviato poi a quest'anno causa pandemia e vinto dai nostri Maneskin. Il rebranding, si dice, è stato voluto per una maggiore inclusività, ma anche per dare un'immagine nuova, meno incentrata sui focus turistici più conosciuti e sui cliché come il distretto a luci rosse e i coffee shop. Uno dei focus della riforma è stato proprio la nazionale di calcio, uno dei brand più noti e spendibili da quando negli anni '70 incantarono il mondo, nota all'estero soprattutto come "team Holland".

Volendo banalizzare, gli olandesi (che continuerò a chiamare così per la cacofonia delle parole "neerlandesi" o "neederlandesi") hanno diversi tratti comuni con i vicini tedeschi -dalla lingua, fonicamente molto simile, alla schiettezza nelle relazioni- ma risultano più accoglienti e alla mano, data la secolare tradizione da mercanti. La cucina olandese non è tra le più famose, se consideriamo che i piatti maggiormente conosciuti sono le frites (le patatine fritte, con maionese da urlo) e i formaggi locali. Si caratterizza però per piatti ricchi di contaminazioni, soprattutto dai vicini Belgio e Germania, con qualche punta caraibica (Aruba, Curaçao, e Sint Maarten fanno ancora parte del Regno dei Paesi Bassi) e indonesiana. Se vi trovate da quelle parti, oltre alle inflazionatissime aringhe e allo Stamppot (autentico piatto tipico con patate, verdure e salsiccia o carne stufata), vi consiglio di provare l'ebrezza dei fritti nei distributori automatici: frikandel, kroketten e kaassoufflé costituiscono un tridente poco gourmet ma di sostanza.

Dalle nostre parti, i Paesi bassi sono stati spesso raccontati con una narrazione un po' stereotipata, che fatica a coglierne le sfumature e le differenze, sia sul piano culturale che sportivo.

Quando i club olandesi monopolizzarono la Champions League dal 1970 al 1973, misero in moto la rivoluzione del calcio totale - basata su un atletismo spinto e sulla ri­nuncia alle specializzazioni di ruolo - che la nazionale allenata da Rinus Michel seppe sintetizzare alla perfezione. Tra i nomi meno conosciuti di quella spedizione ai Mondiali del 1974 c'era il portiere Jongbloed, una sorta di portiere-libero, un Alisson o Ederson ante litteram. Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo italiano dei tempi, lo definì "il por­tiere macchietta, che fa il ta­baccaio ad Amsterdam". In seguito alla sconfitta dei tulipani nella finalissima contro la Germania, scrisse che "Ogni schema difensivo andava a ramengo dietro all' ispirazione e al ritmo dell' azione offensiva (...) Il presupposto calcio totale ha mostrato le sue pecche e il calcio difensivista i suoi pregi di modestia e di praticità". Fa sorridere che 47 anni dopo i temi del dibattito siano rimasti quasi invariati.

I Paesi Bassi sono tornati alla ribalta nelle cronache nostrane ad aprile 2020 quando, mentre erano in corso i negoziati tra gli Stati dell'Unione Europea sui fondi da destinare al Piano per la ripresa (il cd. Recovery Fund), è diventato virale il video del Primo Ministro Mark Rutte che, alla richiesta di un operaio di "non dare quei soldi a italiani e spagnoli“, rispondeva sorridendo “No, no. Ne prendo nota“.

La maggior parte dei politici e della stampa nostrana hanno reagito al siparietto in maniera pacata e per nulla populista, dipingendo Rutte -che governa ininterrottamente dal 2010- come un "taccagno", una sorta di mostro incapace di tessere relazioni o di avere amicizie, nonché come un pericoloso sovranista, quando in realtà rappresenta da anni l'argine alla destra radicale olandese (ma non è questo il luogo adatto per approfondire, nel caso vi consiglio di iniziare da questo ottimo ritratto de Il Post).

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La Rosa

Senza la pandemia, i Paesi Bassi sarebbero stati una delle favorite alla vittoria finale, con tutti i giocatori chiave reduci da annate positive e di grande crescita. Lo slittamento all'estate 2021, invece, ha avuto effetti nefasti per i tulipani: Rambo Koeman - che aveva rilanciato e svecchiato un gruppo agonizzante dalla doppia mancata qualificazione a Europei e Mondiali - ha avuto la grande occasione di allenare il Barca e ha salutato, Donny Van de Beek si è immalinconito sulla panchina dell'Old Trafford, Daley Blind si è infortunato e resta in dubbio. La perdita più importante, però, è quella del capitano Virgil Van Dijk, costretto a rinunciare per la rottura del crociato a ottobre 2020.

Ciònonostante, gli oranje non hanno motivo di fasciarsi la testa, dal momento che hanno di gran lunga la difesa più profonda e di qualità della loro storia: trovate un'altra nazionale che può sopperire a un top mondiale come Van Dijk schierando altri due tra i migliori nel ruolo come "gli italiani" De Ligt e De Vrij. In caso di necessità, inoltre, può slittare al centro Blind -come fa già regolarmente all'Ajax- e ci sono anche Nathan Akè, che ha trovato poco spazio nel City nonostante l'investimento da 45 milioni, e il giovane Timber, reduce da una buona stagione. Sulle fasce i giochi sono apertissimi: nelle qualificazioni, il laterale di sinistra aveva compiti prettamente di copertura, per dare equilibrio alla squadra, mentre sulla destra veniva scelto -data l'abbondanza nel ruolo- un giocatore prettamente di spinta, di solito Hateboer. L'atalantino però viene da una stagione condizionata dagli infortuni e non è stato nemmeno inserito nei 26, al pari del migliore per rendimento stagionale, il redivivo Karsdorp. Il titolare dovrebbe quindi essere Dumfries, unico giocatore rimasto con buone doti offensive (era stato provato anche Tetè, che però non ha convinto), mentre come backup è stato scelto Veltman del Brighton, che all'Ajax faceva spesso il centrale. A sinistra tutto dipende dalle condizioni di Blind: se recupererà dall'infortunio, giocherà lui, in caso contrario sono pronti Dumfries, van Aanholt o l'adattato Akè.

Se la qualità abbonda in difesa, il centrocampo non è da meno. Nella lista dei 26 convocati figurano Van de Beek, Gravenberch, F. De Jong, Klaassen, Koopmeiners, De Roon e Wijnaldum. De Boer ha tagliato Vilhena, mantenendo invece i meno esperti Koopmeiners (1 solo gettone) e il 19enne Gravenberch (3), che vengono da due ottime stagioni. Il capitano dell'AZ, che presto vedremo su palcoscenici più prestigiosi, non parte come titolare ma può tornare molto utile nel corso del torneo come "equilibratore". Sicuri del posto nell'11 sono, ovviamente, Frankie De Jong e Georgino Wijnaldum. Il terzo dipende molto dalla posizione in campo dell'ormai ex Liverpool: contro avversari più blasonati, di solito è lui a fungere da vertice alto, con De Roon in mediana; nei match in cui gli oranje vogliono imporre il loro dominio sul gioco in maniera marcata, Wijnaldum arretra di qualche metro, lasciando la trequarti a Klaassen, che dovrebbe essere preferito a Van de Beek vista la sua buona annata. Così come accade nell'Ajax, potremmo vedere la nazionale alternare fluidamente, a seconda dei momenti del match, l'utilizzo di un vertice alto o di un vertice basso.

Le note dolenti arrivano davanti, dove i pre-convocati sono Berghuis, Gakpo, L. De Jong, Malen, Depay, Promes e Weghorst (no, purtroppo non c'è Ryan Babel). Il peso dell'attacco grava sulle spalle di un Memphis Depay ormai all'apice della sua carriera e della sua maturità calcistica. Il capitano del Lione (prossimo a svincolarsi a parametro zero) è però l'unico giocatore di livello internazionale in un reparto comunque discretamente assortito, ma al quale potrebbero mancare i guizzi che un tempo regalava Arjen Robben. L'infortunio al legamento crociato della scorsa stagione ha accelerato il processo di cambiamento del gioco di Depay, portandolo a giocare nel club stabilmente più vicino alla porta, come riferimento offensivo. La scelta è stata dovuta in parte alle necessità del Lione e alle idee di Rudi Garcia, ma è stata anche utile al numero 10 per sopperire all'inevitabile perdita di parte della sua esplosività. Da quando è arrivato De Boer sulla panchina, però, i Paesi Bassi hanno fatto maggiormente fatica a giocare senza un "nove" fisico davanti, trovandosi (soprattutto nel match con la Turchia) in difficoltà nel risalire il campo con il pallone: non è un caso che negli ultimi 2 match disputati a marzo, il tecnico abbia fatto ricorso dal primo minuto al veterano Luuk De Jong e al suo metro e ottantotto, dirottando Depay sulla sinistra. E' probabile che lo stesso discorso fatto per Wijnaldum si applichi anche per Depay: la sua posizione in campo sarà determinata dal tipo di partita che vorrà fare la squadra e dalle caratteristiche dell'avversario.

Sugli esterni va seguito attentamente il 22enne Malen (altro uomo di Raiola), da 2 anni in pianta stabile nell'11 del PSV. Quest'anno ha viaggiato con la media di un gol ogni 125' in Eredivise e ogni 135' in Europa League. E' una seconda punta che in nazionale viene impiegato largo e che potrebbe trovare molto spazio dato il momento no di Bergwijn, tagliato all'ultimo dai convocati: di solito parte da sinistra quando sull'altro lato viene schierato Berghuis, mentre scivola a destra nei match il suo partner è Promes.

Complessivamente, c'è il solito buon mix di esperienza e giocatori di prospettiva. Non è un caso che tra i convocati ci siano 7 calciatori presenti anche nella spedizione al Mondiale di sette anni fa, terminata al terzo posto. Tra questi ci sono anche i 2 portieri Cillessen e Krul che come nel 2014 si giocheranno il posto, con il primo favorito. La staffetta tra i due all'ultimo minuto dei supplementari contro il Costa Rica, con Krul entrato appositamente per i rigori (ne fermò 2, risultando l'eroe di giornata), è ancora impressa nella mente dei tifosi oranje.

L'allenatore: date a De Boer quel che è di Koeman

La carriera di allenatore di Frank de Boer (Franciscus, all'anagrafe) aveva avuto una partenza fulminea, quasi da predestinato. Quattro titoli consecutivi nelle prime quattro stagioni (dal 2010 al 2014) all'Ajax, la società in cui era cresciuto come calciatore e nella quale aveva disputato 11 anni, capitanandola anche nella vittoria della Champions del 1995. Aveva salutato i lanceri, dopo un titolo perso all'ultima giornata a causa di un 1-1 col modesto De Graafshaap, per tentare il salto all'Inter. La storia è nota: a Milano, così come al Crystal Palace, è durato quanto un gatto in tangenziale, esiliandosi poi in America fino alla chiamata della sua nazionale.

L'avvio non è stato molto esaltante e non ha fatto registrare nessuna vittoria nelle prime 4 partite. A marzo, nell'esordio alle qualificazioni mondiali, è arrivata una sconfitta in Turchia che rischia di complicare notevolmente il cammino verso Qatar 2022, in un girone che vede anche la Norvegia di Haaland tra le contendenti.

La sfida che ha davanti è stimolante ma non semplicissima: dovrà rilanciare la sua carriera in patria, nell'incarico con maggiori pressioni, lavorando su una qualificazione conseguita da un altro tecnico. Ha a disposizione una rosa con una spina dorsale centrale di altissimo livello - De Vrij, De Ligt, Wijnaldum, De Jong e Depay - ma con qualche lacuna nel pacchetto dei laterali. La grande duttilità di buona parte dei giocatori è una risorsa importante, ma può essere anche un'arma a doppio taglio: per valorizzarla al meglio, occorrerà parecchia sagacia tattica e capacità di lettura dei momenti della partita da parte di FDB. Per ottenere il massimo da questo gruppo, sarà necessario mettere a loro agio i giocatori di maggiore talento, e nel contempo mettere insieme una serie di piccoli equilibri - anche a seconda dell'avversario - che possono fare la differenza in positivo o in negativo: scegliere se optare per terzini con caratteristiche più o meno difensive, puntare sulla capacità di muoversi senza palla tra le linee di Klaassen o lasciare Wijnaldum più libero di svariare, valutare che tipo di terminale offensivo può essere funzionale all'armonia della squadra in fase di possesso.

La stella: de Jong, il centrocampista del futuro

Gli allenatori di pallavolo, quando iniziano a lavorare con un gruppo giovanile, partono dall'osservazione e dalla valutazione dei ragazzi/e a disposizione, appuntandosi i ruoli che ricoprono o potrebbero ricoprire. Soprattutto nei "gruppi-caso" (basati sulle adesioni e non sulla selezione), quelli un po' più indietro tecnicamente o apparentemente meno dotati vengono segnati nel taccuino con una "U" che sta per "universale". La "U" indica che con quel ragazzo sarà necessario ripartire sull'insegnamento dei fondamentali e della tecnica di base, e che nelle situazioni di gioco sarà impiegato un po' dappertutto, in base alle necessità della squadra, per consentire a quelli che hanno già una specializzazione di lavorare nel loro ruolo.

Applicando questa tradizione al calcio, anche Frenkie de Jong meriterebbe una "U" accanto al suo nome, ma per motivi antitetici a quelli descritti. Il centrocampista blaugrana sfugge infatti alle classificazioni dei ruoli a cui siamo abituati: ha giocato da regista puro davanti alla difesa, come mezzala e anche come difensore centrale con libertà di avanzare sul campo. Può di fatto ricoprire ogni posizione del campo - anche cambiandola nel corso della stessa partita - adattando il suo modo di giocare alle funzioni che devono essere eseguite. E' di fatto il rappresentante perfetto della nazione che ha inventato il già menzionato calcio totale.

Di recente Pep Guardiola ha detto che la grandezza di Xavi e Iniesta stava anche nel fatto che "erano pressati ma non si sentivano pressati, e sapevano sempre cosa fare con 2/3 tocchi. E' un concetto che si applica alla perfezione anche per descrivere quello che è l'aspetto meno materiale ma comunque tangibile del talento de De Jong. Riesce a restare glaciale con il pallone tra i piedi, e gestisce ogni possesso con la consapevolezza di poter venir fuori anche dalle situazioni di pressing più asfissiante. De Jong non si limita, come fa un regista classico, a gestire i ritmi del gioco e la distribuzione per scombinare la struttura posizionale avversaria, ma cerca spesso di scardinarla in conduzione (quasi come un centrocampista box to box), saltando la prima linea di pressione avversaria. Restando sulle metafore volleystica, tende a utilizzare il pressing della controparte come uno strumento, esattamente allo stesso modo in cui un attaccante di pallavolo "utilizza" le mani del muro avversario per fare mani-out.

Quando si tratta di difendere, è più a suo agio nell'aggredire in avanti che nel correre all'indietro. Va inoltre lasciato libero di esprimere il suo talento, che vive molto di intuizioni ed è poco incline a essere incasellato in un sistema rigido o basato sulla ripetizione ossessiva di determinati movimenti. Per questo è fondamentale in nazionale la presenza al suo fianco di un giocatore dalle caratteristiche di Marteen De Roon: nel sistema iper-aggressivo fatto di marcature a uomo di Gasperini, il centrocampista ricopre un ruolo fondamentale da equilibratore e va ad occupare le zone lasciate scoperte dai compagni, finendo spesso per prendere il posto dei centrali o addirittura per essere l'uomo più basso. Questa sua attitudine alla lettura preventiva e al sacrificio tattico può risultare determinante per lasciare più libero de Jong di svariare e di seguire dove si svilupperà la manovra.

Wout Weghorst, sognando Lewa

Wout Weghorst è un centravanti di quasi 2 metri che non ha nulla del giocatore hipster, ha quasi 29 anni e conta appena 4 presenze - senza gol - con la maglia della nazionale. Aveva militato solo nell'Eredivise, tra Hercles e AZ, fino a quando, 3 anni fa, il Wolfsburg lo ha scelto come il suo nuovo centravanti. In 3 stagioni ha trascinato la squadra, raggiungendo il suo apice quest'anno, con 20 reti fondamentali per il quarto posto che riporterà il team della Volkswagen in Champions League dopo 5 anni.

Si è parlato di lui in chiave Roma e in effetti sarebbe un ottimo erede di Edin Dzeko, con il quale ha in comune diverse caratteristiche, tra cui l'attiva partecipazione al gioco e la capacità di servire con buone linee di passaggio i compagni. Sarà per la maglia 9 sulla schiena, per il fatto che gioca in Bundesliga o per le movenze in apparenza un po' sgraziate che invece nascondono delle ottime abilità tecniche e balistiche, ma il giocatore che ricorda più da vicino è Robert Lewandovski. Con tutte le proporzioni del caso, Weghorst è stato un fattore nel rendimento del Wolfsburg, rendendosi difficile da marcare per non solo la sua grande fisicità, ma anche per l'intelligenza nei movimenti e la capacità di segnare in tutti i modi: il colpo di testa resta il suo principale punto di forza (è un'impresa contrastarlo in un duello aereo), ma se la cava bene anche con i piedi e ha realizzato marcature di forza, di precisione o ricorrendo al colpo sotto (2 solo quest'anno). Nella conduzione palla al piede non è molto rapido e sembra spesso correre sul filo di un equilbrio fragile, quasi come se dovesse perdere il controllo da un momento all'altro, eppure è un inganno dato dalla sua postura perché in realtà sfrutta benissimo il suo corpo. Sa attaccare la profondità ma anche venire incontro, e quando può gioca massimo a due tocchi.

Per De Boer potrebbe essere un'arma preziosissima a gara in corso nelle partite bloccate, in situazioni di svantaggio o per scardinare avversari che difendono bassi. Come detto in precedenza, però, non è da escludere anche un impiego di un "nove" puro sin dall'inizio, utile sia nel migliorare la risalita del campo con il pallone che a fornire una scorciatoia alla stessa nei momenti di difficoltà con delle palle lunghe. Weghorst ha molta meno esperienza internazionale di Luuk De Jong, ma nelle ultime due stagioni ha segnato 36 reti in campionato contro le misere 10 del centravanti del Siviglia. Fossi in De Boer, all'occorrenza, non avrei dubbi su chi puntare.

Il pronostico

Non è tra le favoritissime, ma la nazionale olandese per qualità è sicuramente tra le prime 8 della competizione, quindi l'obiettivo deve essere un approdo ai quarti di finale, per poi vedere cosa succede. Ho la sensazione, però, che assisteremo a uno dei due seguenti scenari: una fragorosa uscita agli ottavi, oppure un cammino trionfale verso la finalissima.

Il girone nasconde delle insidie ma sembra essere il più "morbido" dei sei. Se la vedranno con Ucraina, Austria, Macedonia del Nord e dovranno necessariamente puntare al primo posto, che consentirebbe di pescare una terza agli ottavi. Con la seconda piazza, invece, lo scontro sarebbe contro la prima del girone A, quello degli azzurri: sia la Turchia che l'Italia hanno messo in difficoltà recentemente la squadra di de Boer. Meglio evitarle.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore. Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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