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- di Esperanto Sportivo

Dario Hübner per Esperanto Sportivo: «Vi racconto il mio gol più bello»


Un estratto della nostra lunghissima chiacchierata di un anno fa con il re dei bomber di provincia.


Emanuele (di Esperanto Sportivo): «Dario, tu negli ultimi anni sei tornato alla “ribalta” per ricordare la tua storia unica: ti aspettavi di ricevere così tanto affetto a diciassette anni di distanza dalla tua ultima gara disputata in Serie A?»

Hübner: «Sicuramente ti rende orgoglioso. Io me ne rendo conto quando torno a Brescia, quelle volte che vado a Piacenza, a Cesena per cose benefiche. Trovo amici e persone che mi ringraziano, si ricordano di quei momenti e di quello che ho fatto. Quando fai un lavoro e dai il cuore, rendi felici le persone, ti senti orgoglioso».

E: «Sei entrato a tal punto nei cuori dei tifosi che sono state scritte canzoni in tuo onore, dai Toro Meccanica a Calcutta, grazie alla tua integrità di uomo e al tuo voler sempre godere della vita, dentro e fuori dal campo».

H: «Ho vissuto la mia carriera come la volevo io. Nessuno mi ha detto di comportarmi in un determinato modo. Mi sono sempre sentito una persona normale, anche quando ho giocato in Serie A. Facevo uno sport, che era il mio lavoro, al meglio che potevo. Mi divertivo, non mi sentivo diverso dal mio amico che faceva il barista, quello che lavorava al ristorante o il fabbro. Non ho mai trovato il motivo di sentirmi superiore agli altri, nemmeno quando in Serie A ho vinto il titolo dei marcatori».

E: «Uno dei passaggi che mi è piaciuto di più della tua autobiografia “Mi chiamavano Tatanka”, scritta con Tiziano Marino ed edita dalla casa editrice Baldini-Castoldi, è quando vai a fare il ritiro con il Treviso, in cui dici all’allenatore: “Mister, mi scusi ma io non ho mai giocato su campi così belli”. Ed erano campi in erba perché tu eri abituato a giocare sull’asfalto, sulla terra battuta della Prima Categoria».

H: «Giocavo a Trieste, a Muggia, tutti i campi in cui il rimbalzo era completamente diverso sull’erba. Giocare nel campo in erba bagnato o in terra con le pozzanghere sono due cose completamente diverse. Ai primi lanci di cinquanta metri, mettevo il piede per stoppare il pallone ma mi passava sotto perché schizzava e non rimbalzava come la terra».

E: «Se potessi scegliere una squadra di Serie A in cui giocare, quale sceglieresti?».

H: «Nella Lazio, gioca in verticale come piace a me. Immobile calcia diverse volte in porta nell’arco dei 90’. Questa per un attaccante è la cosa migliore che ci sia».

E: «Meglio il primo gol all’esordio in Serie A contro l’Inter di Ronaldo o il secondo gol contro la Sampdoria nella giornata seguente, in quel 3-3 pazzesco del “Rigamonti”?».

H: «Il secondo, anche se mi ricordo di più la partita di San Siro. Hai trent’anni, arrivi in quello stadio davanti a 84.000 persone, dove debutta il “Fenomeno”. Per dieci minuti, San Siro è rimasto muto, perché quando ho fatto gol io è rimasto terrorizzato. Me lo ricorderò sempre».

Al trentesimo secondo il primo gol in Serie A di Dario. Un gran bel gol.

E: «Meglio la sigaretta o la grappa?».

H: «La sigaretta. È un vizio che ho da tantissimi anni, anche se adesso sono passato all’elettronica. In confronto alle sigarette, è molto meglio».

E: «Bomber di provincia come Dario Hübner non ne nascono più. La tua carriera e la tua vita sono un esempio di sport e di vita per tutti».

H: «La mia carriera è una cosa semplice. Ho iniziato a giocare in Prima Categoria, poi in Interregionale, la Serie D di oggi. Quando sono andato in Serie D, non mi sentivo un giocatore, poi sono andato in C2 ed ero già semiprofessionista. Avevo ventun anni, non sapevo come era il calcio. Anno dopo anno, ho sempre cercato di migliorare e non pensare di arrivare in Serie A. Dalla C2, per pensare di arrivare in Serie A devi essere un pazzo. Se qualcuno me lo avesse chiesto a Fano gli avrei risposto: “Se arrivo in C1, è già tanto”. Oggi è diverso, basta avere un ottimo procuratore che la strada per andar su si fa presto, si torna anche giù velocemente. Il calcio è un po’ cambiato».

E: «Tu sei stato identificato negli ultimi anni come “bomber nostalgico”, protagonista di un calcio che non c’è più».

H: «Tanti anni fa, contavano molto i numeri sul campo. Parlando delle punte, ci sono degli attaccanti tipo Marulla, Tovaglieri, Schwoch, Caccia che facevano 10-15 gol all’anno e restavano in Serie B. Oggi, un giocatore che fa 10-12 gol in B te lo ritrovi in Serie A. Una volta, per andare in Serie A dovevi fare minimo 200 presenze in Serie B e farne altre 200 in A per andare in Nazionale. Oggi, se fai bene un anno e mezzo in Serie C ti ritrovi in Serie A. Ci sono molte più opportunità. Adesso basta poco, in sei mesi puoi dimostrare che dalla C puoi andare in Nazionale».

E: «È vero che prima di giocare fumavi una sigaretta?».

H: «Prima di entrare in campo, no. La fumavo sempre quando andavo a vedere il campo, prima della partita. Ne fumavo anche una tra il primo e il secondo tempo. Il mister parlava cinque o sei minuti, poi ce ne sono altrettanti. C’era chi si massaggiava, chi beveva i sali minerali, chi faceva altro. Io prendevo la mia sigaretta, andavo in bagno e facevo un paio di tirate. Non ero sempre solo, molte volte ero in compagnia».

E: «Un'altra cosa di Dario Hübner che è stata sempre apprezzata è stata la sua umiltà e onestà. Tu hai sempre detto le cose come stavano, non ti sei mai nascosto dietro a un dito, una sigaretta, un bicchiere di acquavite».

H: «Penso che una persona che ha trentacinque anni, fuma e che dopocena si beve un bicchierino di grappa non è la fine del mondo».

E: «Pensi che oggi avresti fatto la stessa carriera, peggiore o migliore?».

H: «Non lo so. Se guardo i difensori che marcavano me e quelli di oggi, gli stessi gol li avrei fatti di sicuro. Secondo me, i centrali di prima non erano più scarsi di quelli di allora. Avrei fatto la mia bella figura anche oggi».

Redazione Esperanto Sportivo

(intervista risalente al 6 giugno 2020)

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