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- di Giacomo Zamagni

Superlega: the american way


Le proteste all'Emirates, all'Old Trafford e in tutta Inghilterra hanno dato speranza al tifo, ma secondo tanti, i 12 "hanno perso la battaglia per la Superlega, ma stanno vincendo la guerra.” I migliori economisti e operatori finanziari nel mondo del calcio spiegano a The Athletic i motivi per cui i proprietari americani in Premier League non venderanno e a che punto siamo della transizione verso la Superlega.


KSE (Kroenke Sports & Entertainment), definito da Forbes come “il più grande impero sportivo”, si è ritrovato a combattere su più fronti durante l'ultimo weekend di aprile. Sul fronte basket, i Denver Nuggets, franchigia di cui è proprietario, ne hanno persa una e vinta una, ma restano comunque sicuri di un posto ai playoff. Per quanto riguarda il reparto hockey su ghiaccio, c’è stata una battuta di arresto – gli Avalanche di Colorado hanno perso per 5-3 contro St. Louis – ma il secondo posto nella divisione sembra saldo; anche in MLS il colosso ha avuto una giornata no, ma la stagione è appena iniziata, mentre per quanto riguarda la NFL, i Rams, alle prese col prossimo draft e alla ricerca di un quarterback, si trovano con ben altri pensieri.

Tuttavia, la battaglia più dura si è combattuta in terra straniera, ad Highbury, London, England. La sconfitta contro l’Everton è stato un risultato sicuramente deludente, in casa non accadeva dal ’96, ma la scena è stata rubata dai tifosi in protesta contro la Superlega; un modello che avrebbe reso una partita come quella con l’Everton completamente inutile.

Le proteste contro la Superlega si erano già viste lunedì ad Elland Road, quando il Liverpool, altra proprietà americana stufa di doversi qualificare per le coppe europee, è stato ospite del Leeds United e lo stesso è stato a Stamford Bridge, dove il Chelsea del camaleontico Abramović, ha ricevuto il Brighton.

La tensione in casa Arsenal, però, si sentiva più che da altre parti, forse perché KSE ha meno liquidità rispetto alle proprietà di Liverpool e Chelsea e forse anche perché i risultati sportivi mancano ormai da tempo immemore. Il lancio dell’hashtag #KroenkeOut riassume il sentimento dei tifosi che seguono la squadra da vicino e da lontano.

Fra i tanti tifosi, c’è anche Daniel Ek, che ha twittato: “Da che ne ho ricordo, ho sempre tifato Arsenal. Se KSE volesse vendere, sarei felice di buttarmi nella mischia.”

Quando non guarda i Gunners, il trentottenne svedese fa il CEO di Spotify, la piattaforma di streaming musicale che ha co-fondato nel 2006. Secondo la borsa di New York, Spotify oggi vale oltre 45 miliardi di euro ed Ek ne possiede circa il 9%. Inoltre, la sua quota di azioni è da poco salita del 5%, aggiungendo 190 milioni al suo capitale potenziale.

Tre giorni più tardi, Ek si è effettivamente buttato nella mischia, con le vecchie glorie dell’Arsenal Dennis Bergkamp, Titi Henry e Patrick Viera pronti a sostenerlo. Ma Kroenke Sports & Entertainment vuole effettivamente vendere?

Secondo alcuni specialisti di finanza nel mondo dello sport, non esiste uno scenario in cui Kroenke, o nessun altro proprietario di club che aveva aderito al progetto della Superlega, voglia vendere.

Se si parla di pelle spessa, c’è unanimità fra gli zoologi: elefante, rinoceronte e Stanley Kroenke, in quest’ordine. Il settantatreenne americano si è guadagnato il titolo di “uomo più odiato di St. Louis” quando nel 2016 ha deciso di spostare la franchigia dei Rams a Los Angeles. Attuato il lockdown durante la prima ondata di Covid-19, la sua prima decisione è stata quella di licenziare 55 persone nello staff dell’Arsenal, fra cui Gunnersaurus, la mascotte della squadra.

“Non venderà,” ha detto Paul Conway, presidente del Barnsley in Championship. “Sua moglie è della famiglia Walton e vuole lasciare l’Arsenal ai figli.”

Giusto per dare un po’ di contesto, l’imprenditore edilizio Stan Kroenke ha sposato Ann Walton nel 1974. Ventuno anni più tardi, Ann ha ereditato le azioni Walmart del padre. Il patrimonio congiunto dei due ammonta a 14 miliardi di euro, tre volte quello di Ek se vendesse la totalità delle sue chips, cosa difficile da fare per un CEO.

I Kroenke, dal canto loro, sono una vera dinastia dello sport americano e il figlio Josh è già presidente dei Denver Nuggets, in NBA, dei Colorado Avalanche, in NHL, e direttore non esecutivo all’Arsenal.

Giovedì – due giorni dopo l’umiliante debacle della Superlega – con un messaggio per i fan, Josh Kroenke ha dichiarato che la sua famiglia “non ha alcuna intenzione di vendere".

Quanto successo con la Superlega non avrà alcun effetto a lungo termine sui proprietari americani in Premier League” nemmeno secondo Jordan Gardner, investitore statunitense e azionario dell’FC Helsingør (Danimarca), dello Swansea e del Dundalk (Irlanda). “Hanno incassato il colpo, alcuni si sono anche scusati e ora sono pronti ad andare avanti. Gente come Glazer e Kroenke non sono particolarmente attaccati ai propri club e non penso che il malcontento dei tifosi possa influenzarli più di tanto. È fortemente improbabile che imprenditori come loro aprano ad una cessione in conseguenza di quanto accaduto, soprattutto ora che vediamo la luce in fondo al tunnel della pandemia.”

Brett Johnson, presidente del Ipswich Town FC, sottoscrive. “Non credo che nessuno (fra i proprietari dei 12 club che avevano aderito alla Superlega Europea) venderà,” sostiene il businessman di Los Angeles. “Se ne staranno in disparte sperando che tutto venga dimenticato.”

Bruce Bundrant lavorava per Fenway Sports Group, nella sezione marketing del Liverpool, prima di accettare un lavoro simile all’AS Monaco e fondare la sua agenzia, Riviera Sports. Un altro non intenzionato a vendere. “Non mi immagino uno scenario in cui i presidenti che hanno architettato la Superlega – statunitensi e non – vendano per quello che è successo, a meno che non ne avessero già intenzione,” il che esclude il trittico Arsenal, Liverpool e Manchester United, a meno che non ci siano acquirenti pronti a fare un’offerta che non si può rifiutare.

Tuttavia, se le fonti su Ek sono effettivamente attendibili, lo svedese sembra intenzionato ad offrire poco meno di 2 miliardi di sterline per l’acquisto dell’Arsenal, meno del valore stimato da Forbes e solo tre volte il prezzo pagato da KSE nel processo di acquisizione delle quote azionarie dal 2007 al 2018. Se il triplo del prezzo d’acquisto fosse un ritorno economico soddisfacente per il settantatreenne, forse non sarebbe mai diventato miliardario. Per esempio, le quotazioni del Manchester United si sono quadruplicate durante lo stesso periodo, nonostante Glazer abbia sottratto più di 200 milioni di sterline dalle casse del club in dividendi e altre spese. Fenway Sports, invece, ha visto i propri investimenti nel Liverpool decuplicarsi negli ultimi dieci anni.

Ma anche se Ek – o una cordata capeggiata da Ek – formulasse un’offerta allettante per KSE, ci sarebbe margine per una cessione?

“Direi che un accordo si può sempre trovare con Glazer e Fenway, ma con l’aumento delle tasse negli Stati Uniti e il ricavo che vogliono ottenere, solo i fondi sovrani e le 50 persone più ricche del mondo potrebbero permettersi una spesa del genere,” ha asserito Conway di Pacific Media Group. “Investire negli spor americani è tutta una questione di apprezzamento degli asset; si parla di miliardi. I proprietari disinvestono cifre basse, singoli milioni, per coprire le proprie spese personali. La tassazione sul plusvalore in America si aggira sul 15%, ma crescerà. Il presidente Biden ha intenzione di portarla al 43% per i più ricchi e ciò renderà le cessioni di questo tipo sempre più difficili. Potrebbero vendere anche tutti, ma fra cinque o dieci anni, quando le tasse si abbasseranno di nuovo.”

Certo, è così per Glazer, FGS e anche per Kronke, e questo spiega perché il presidente ha venduto azioni per più di 80 milioni di euro solo nell’ultimo mese, mentre FGS ha ceduto l’11% della sua quota azionaria a Redbird Capital Partners per più di 500 milioni di sterline. Ma venderanno ancora?

Tom Werner, presidente del Liverpool, ha dichiarato che servirebbe un’offerta pazza per convincere FSG a vendere un club economicamente in salute, prima della pandemia, e vincente. La famiglia Glazer, invece, non ha mai nascosto di essere disposta a vendere, magari un 20% delle quote azionarie, ma non ha alcuna intenzione di lasciarsi scappare una gallina dalle uova d’oro come il Manchester United, tornato a generare utili già dall’ultimo trimestre del 2020, nonostante a Old Trafford si giocasse a porte chiuse.

Ma perché dovrebbero vendere? Arsenal, Liverpool, Manchester United e le altre tre inglesi, che insieme alle spagnole e alle italiane componevano quella che Aleksander Ceferin ha ribattezzato la “sporca dozzina”, si sono messe in ridicolo con uno dei lanci più fallimentari che si ricordino. In mezzo a tutto il polverone alzato dalla Superlega, la UEFA ha garantito un nuovo formato di Champions League – più grande, con più partite e con due slot assegnabili attraverso wildcard, probabilmente per non escludere le “Big Six” – proprio come volevano.

"Le sei svergognate," così sono stati ribattezzati i club inglesi coinvolti nel progetto Superlega.

“Temo si trattasse di un diversivo,” dice Simon Hallett, proprietario del Plymouth Argyle. “Hanno avuto quello che volevano dalla UEFA e nessuno se n’è accorto! Quasi ogni anno, 10 dei 12 club incriminati hanno partecipato alla Champions League e i due posti aggiuntivi assegnati sulla base del ranking permetteranno alle altre due di partecipare ugualmente.”

Poi, come ha fatto notare Conway, c’è un problema di ricchezza: chi può effettivamente comprare uno di questi club?

Ek, almeno in apparenza, sembra deciso a presentare un’offerta che KSE possa quantomeno prendere in considerazione senza scartarla a priori, ma ci sono tantissime offerte dal Medio Oriente per il Liverpool, mentre due ex pretendenti del Manchester United, l’economista britannico Lord Jim O’Neill e l’imprenditore Sir Paul Marshall, hanno proposto qualcosa di mai visto prima: gli "angeli" di Glazer. In una lettera aperta alla proprietà dello United, i due hanno chiesto di ridurre la propria quota azionaria al 49.9% vendendo le azioni a 14 dollari l’una, con uno sconto di quasi 3 dollari sul valore di borsa. Nessuna risposta è stata pervenuta dalla Florida.

Hallett, poi, non vede alcun motivo per cui gli investitori statunitensi si sentano costretti a lasciare la Premier League. Questo anche perché crede che il netto rifiuto al progetto Superlega avrà un impatto su futuri investimenti da oltreoceano nel calcio Europeo. “Il calcio deve cambiare per mantenere l’interesse alto, ma non così,” spiega. “Abbiamo bisogno di sogni ed emozioni”.

“Sospetto che l’interesse degli investitori americani vada scemando dopo i recenti eventi, soprattutto quello dei gruppi d’investimento private equity, da sempre presenti nel calcio, certi che una riforma dei media fosse imminente. La loro principale obiezione riguarda ciò che noi chiamiamo rischio: la lotta per la retrocessione o la corsa all’Europa.”

“I dubbi circa la mancanza di un salary cap sono simili. Sono andati tutti a scuola e la finanza ti insegna che gli asset valgono quanto il flusso di denaro che generano. Se non c’è flusso di denaro, non c’è valore, ma solo un prezzo di mercato. Un salary cap genera entrate alle quali assegnare un valore. Quindi la teoria finanziaria si è scontrata con la cultura e questa volta, apparentemente, ha vinto la cultura. Ma nonostante abbiano perso questa battaglia, i dodici stanno vincendo la guerra. I paracaduti economici per le retrocesse hanno ridotto pesantemente l’equilibrio competitivo, i premi in denaro delle coppe europee e la redistribuzione dei profitti interni alla Premier League danno di più ai vincitori. In ultima analisi, i proprietari odiano rischiare, ma gli sport sono tutta una questione di rischio.
Naturalmente, Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, ha ribaltato la prospettiva quando ha detto che “non è sport” se non puoi perdere.

Conway è d’accordo con Hallett nel dire che la Superlega era il tentativo di applicare standard di controllo finanziario americani al calcio europeo dal momento in cui la garanzia sarebbe arrivata da JP Morgan. “Volevano una contrattazione collettiva e l’introduzione del salary cap in modo da aumentare il flusso di denaro come negli sport statunitensi. Gli stipendi degli atleti in NFL, NBA e MLB vengono finanziati con circa il 47/50% degli incassi totali delle rispettive leghe attraverso una contrattazione collettiva. Alcuni club di Premier League spendono oltre l’80% dei propri incassi nel monte ingaggi.”

A caratteri ridotti, il contratto della Superlega vincolava i club sottoscriventi a rispettare un salary cup del 55% degli incassi totali, una delle molte vertenze che le società avrebbero sempre dovuto portare in tribunale. “Gli imprenditori americani che investono nello sport cercano un sistema a basso rischio e con grande ritorno finanziario,” spiega Gardner. “Purtroppo, il calcio europeo è caratterizzato da un enorme grado di rischio rispetto agli sport nordamericani tradizionali. Non mi sorprende che questi presidenti facciano fatica ad accettare lo stato attuale delle cose e cerchino invece di minimizzare i rischi sui propri investimenti sacrificando il sistema meritocratico per limitare i costi.”

Come Hallett, il professor Stefan Szymanski è un economista inglese che lavora e vive negli Stati Uniti, nel suo caso alla University of Michigan. Contrariamente ad Hallet, Szymanski non pensa che quanto accaduto con la Superlega cambi la direzione già intrapresa. “Quando ho spiegato i concetti di promozione e retrocessione ai miei studenti, sono rimasti perplessi; convinti che negli Stati Uniti non funzionerebbe,” ha detto Szymanski, autore di Calcionomica (ISBN Edizioni, 2010). “Durante un’intervista a John W. Henry, il più grosso azionario del Liverpool, a proposito del Project Big Picture (una riforma del campionato inglese voluta nel 2020 dalle big six) ho percepito della frustrazione nelle sue parole: <<la maggior parte [dei club minori] guardano in basso con terrore piuttosto che in alto con speranza>>. Si tratta di un aspetto culturale. Perché attaccarsi ad un vecchio sistema quando si può iniziare qualcosa di nuovo ed entusiasmante? È lo spirito d’avventura.

"Il problema di base, tuttavia, resta. C’è una forte domanda per un calcio spettacolare – Harry Kane contro Mbappé, Messi contro Salah – e la maggior parte dei club europei è sull’orlo di un collasso finanziario,” continua Szymanski. “Mi aspetto un aumento di nuove proprietà nei prossimi anni come conseguenza logica.”

Anche John Purcell, cofondatore di Vysyble, è un altro sostenitore di questa tesi e crede che la Superlega sia stata solamente rinviata. “L’avevamo previsto cinque anni fa. Misuriamo il volume d’affari dei club e stavano perdendo denaro molto più velocemente di quanto ne incassassero. Con l’influenza delle proprietà americane, il problema delle continue perdite verrà affrontato prima o poi. Inoltre, i proprietari statunitensi possiedono diverse franchigie sportive nel loro paese. Sarebbe ingenuo pensare che non vogliano imporre prassi economicamente fruttuose anche in Europa; ovviamente a discapito dei desideri di tifosi e tradizionalisti. Non c’è via di scampo. Il dado è tratto. Il capitalismo funziona così. Purtroppo, l’elemento sportivo è secondario.

Probabilmente non sono queste le parole che Florentino Pérez, il più grande sostenitore della Superlega, sceglierebbe come slogan per il suo prodotto, anche se con lui non si sa mai. Tuttavia, questo pensiero spiega come mai nessun investitore in questo campo pensa che FSG, i Glazer o i Kroenke se ne stiano per andare.

Come spiegato da Szymanski, questa gente non solo è testarda e noncurante di ciò che i fan locali, o i “legacy fan”, vogliono; sono ottimisti. Pensano che lo sport, oltre a subire un rimbalzo positivo post pandemia, sia sul punto di passare di livello in termini di diritti televisivi. Una rivoluzione tanto determinate che secondo molti passerà sopra anche al volere dei milioni di tifosi in protesta ad Highbury e non.

Ovviamente, anche Ek lo crede.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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