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3 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse post Lazio-Torino (0-0)

La Lazio di Simone Inzaghi rende onore alla gara e prova in tutti i modi a tener aperto uno spiraglio salvezza al Benevento di Pippo, ma alla fine a festeggiare la salvezza, con una fatica immane, è il Torino.

– Al recupero della chiacchieratissima gara rinviata mesi fa causa Covid, Lazio e Torino arrivano con mood decisamente differenti: la Lazio ha pochissimo da chiedere, il Torino moltissimo. Per i granata un misero punticino fa la differenza tra la salvezza matematica ed un drammatico spareggio da disputarsi domenica prossima col Benevento. Belotti e compagni lo conquistano con grande fatica, in una gara combattutissima con tanto agonismo, molti episodi dubbi ed una quasi rissa finale: chi temeva il rischio farsa dovuto al rinvio ed al timing del recupero è stato smentito alla grande stasera dall’atteggiamento delle due squadre, con la squadra di Simone Inzaghi che non solo ha reso onore alla partita ma ha anzi provato a vincerla fino all’ultimo.

- I granata mostrano da subito il loro approccio ultra-difensivo alla gara: dopo le bastonate prese da Milan e Spezia nelle ultime giornate, e soprattutto in virtù dell’importanza della posta in palio, si schierano in 11 dietro la palla, mettono il pullman davanti alla porta e superano di rado la metà campo (unico sussulto un palo di Sanabria). L’armatura difensiva granata ritrova però nella serata più importante i suoi cardini Nkolou e Sirigu e regge miracolosamente fino all’83’ quando l'arbitro Guida concede un rigore ai laziali (in uno dei tanti episodi dubbi): lo specialista Immobile fallisce, e questo è di fatto l’episodio che mette fine all’incubo della stagione del Torino.

-La Lazio non centra la sua tredicesima vittoria casalinga consecutiva, ma fa qualcosa di ben più importante: salva la dignità di un campionato in cui troppo spesso queste partite in passato diventavano spettacoli antisportivi. Per i biancocelesti si tratta in fin dei conti di una stagione più che sufficiente, sebbene non brillante come la precedente: il lavoro di Simone Inzaghi ha ancora una volta portato in Europa, e dare questo risultato per scontato sarebbe un errore. Lotito ha l’occasione di rinnovare il matrimonio con un tecnico che di fatto è una sua scommessa vinta, e che finora ha portato buonissimi frutti: vedremo se crederà ancora in lui, facendo della Lazio l’eccezione alla moda tutta italiana di cambiare con, forse troppa, frequenza.

La gara di stasera è la fotografia della stagione del Torino: il minimo risultato con il massimo sforzo, anzi uno sforzo immane. La partenza disastrosa con Giampaolo aveva condotto la squadra in penultima posizione, ben distante dalla zona salvezza: l’arrivo di Nicola ha senza dubbio migliorato le cose, anche se la salvezza è arrivata solo in extremis e con atroci sofferenze. Il neo-tecnico si è confermato specialista in rimonte disperate e ha portato a termine il lavoro per cui è stato ingaggiato, risollevando i granata da una buca profondissima e lottando anche contro il Covid che li aveva falcidiati: ma se fino a qualche settimana fa l’ambiente sembrava propenso a rinnovargli la fiducia, le ultime disastrose prestazioni potrebbero aver fatto venire qualche dubbio in più alla dirigenza. Prima del futuro di Nicola, però il presidente Cairo dovrebbe pensare a che futuro vuole disegnare per il suo Torino, dopo un biennio di fallimenti ingiustificabili.

- Il vero sconfitto di questa sera, pur non avendo giocato, è il Benevento: Simone Inzaghi ce l’ha messa tutta, ma non è riuscito a tener vive le speranze del fratello Pippo, che retrocede aritmeticamente in Serie B con una giornata d’anticipo. Di fatto, guardando i numeri, i campani hanno ceduto il passo nel girone di ritorno con un magrissimo bottino (solo 9 punti): il Torino ne ha fatti il doppio, costruendo la sua rimonta e coronandola con il prezioso pareggio di stasera.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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