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8 min

- di Marco Scalas

Roma ama forte ma non perdona


La Roma sta vivendo un finale di stagione in chiaroscuro, che ha toccato il suo culmine nel 6-2 di Manchester. Sul banco degli imputati c'è finito senza appello Paulo Fonseca, un uomo solo, finito nel frullatore di una piazza umorale come poche e rigettato in mille pezzi come tanti altri prima di lui.


La squadra giallorossa come intrappolata in un loop infinito, si è ritrovata per l'ennesima volta nella sua lunga storia a buttare un'intera stagione proprio alle battute conclusive. Troppe volte nel corso degli anni, la Roma si è trovata infatti a mancare gli appuntamenti clou. Quelli da dentro o fuori. Quelli che fanno tutta la differenza del mondo tra il vedere il paradiso o il cadere nell'oblio. Non solo i capitolini più volte nella loro storia si sono limitati a sbagliarle queste partite, ma bensì ad incappare in epiche disfatte e drammatiche figuracce, le quali quasi mai sono parse avere una spiegazione plausibile.

La Roma di Fonseca, al pari di tante gestioni di suoi precedenti colleghi, non è stata esente da questo destino, implodendo su se stessa e mandando in fumo in una manciata di settimane quanto di buono fatto in precedenza. Questa volta il fragore è stato ancor più clamoroso, dal momento che si sta parlando di una squadra che, pur con tutte le sue pecche, è stata per più di un girone intero tra le prime quattro del campionato. Una squadra che ha avuto la determinazione necessaria per raggiungere una semifinale europea. La stessa squadra che oggi si ritrova a dover difendere la già di per se poco ambita qualificazione alla neonata Conference League dagli attacchi del Sassuolo.

Tuttavia nel calcio poco o nulla è legato al caso. E trascendendo da fattori mistici e dal destino, possiamo dire che il finale horror della squadra sia frutto di un mix letale di situazioni, che hanno radici ben lontane e che hanno finito per fare scoppiare la bolla, travolgendo tutto e tutti. Come sempre accade a farne le spese è stato l'allenatore. Paulo Fonseca, ufficialmente scaricato dalla società. Il tecnico portoghese, pur coi tanti errori commessi, è solo la punta dell'iceberg dei problemi di questa Roma, ed è quanto meno ingeneroso considerarlo il maggior artefice della disfatta totale dei giallorossi.

I limiti della rosa giallorossa

Sicuramente analizzando le partite della Roma la prima cosa che salta all'occhio sono tutti i limiti della rosa. Limiti tecnici ma soprattutto limiti strutturali. Una rosa con buone individualità: Dzeko, Mhkitaryan, Zaniolo e Pellegrini sono tutti calciatori di una qualità superiore, capaci con un giocata di cambiare le sorti di un match. Il gruppo giallorosso negli 11-14 giocatori è una squadra che, come ha dimostrato, è in grado di giocarsi la qualificazione alla Champions League. Se invece consideriamo la rosa nei suoi 23 elementi ci si accorge subito come il grado di affidabilità e qualità scenda vertiginosamente.

La Roma è anzitutto una squadra che dal post Alisson, non è ancora riuscita a trovare un portiere degno di questo nome. Troppo altalenanti e prive di sicurezza le prove di Pau Lopez (il portiere più costoso della storia del club) e di Mirante. Una squadra che presenta come prime alternative sulle fondamentali corsie esterne giocatori come Santon, Bruno Peres e Reynolds. La stessa rosa che annovera tra le proprie fila giocatori ormai da tempo fuori dal progetto e con stipendi elevatissimi, quali Fazio, Juan Jesus e Pastore. Il centrocampo romanista, spina dorsale della squadra, manca a sua volta di fisicità. Il solo Veretout non basta, soprattutto nelle partite di vertice, a contenere la qualità e la fisicità dei centrocampisti avversari. Pellegrini e Villar fanno della tecnica e dell'eleganza il loro punto forte, ma in quella posizione del campo vengono puntualmente sovrastati quando il livello dell'avversario si alza.

Probabilmente la coppia di portieri meno affidabile e meno performante di tutta la Serie A.

L'unico reparto ben assortito risulta essere la batteria dei difensori centrali, che tuttavia durante quest'annata è stato falcidiato dagli infortuni. E toccato infatti all'adattato Cristante guidare la difesa a tre del tecnico portoghese per la gran parte delle partite.

La stagione della Roma è stata buonissima e sorprendente proprio finché la squadra ha retto con l'organico tipo con cui Fonseca aveva trovato la quadra. Una volta entrati nella seconda parte della stagione la squadra ha iniziato ad arrancare. Gli infortuni si sono susseguiti e le energie dei titolarissimi sono andate inevitabilmente esaurendosi, facendo così uscire tutti i limiti della rosa. A questo punto squadra e stagione sono precipitate con la medesima facilità con cui un castello di carta crolla su se stesso.

Tutti gli errori di Fonseca

Al suo arrivo, nell'estate del 2019, Paulo Fonseca venne presentato come l'ennesimo nome esotico fautore del bel gioco. Un allenatore integralista ed amante del gioco offensivo, con dogmi calcistici ben precisi e con l'ossessione per i particolari. Tutto ciò fece storcere il naso ai tifosi e agli addetti ai lavori. Scottati dalla precedente esperienza targata Di Francesco e convinti di accogliere una versione 2.0 del tecnico abruzzese.

Il portoghese, dopo un breve periodo di adattamento, si è dimostrato però da subito intelligente. Arguto nel capire che quel determinato tipo di gioco in un campionato come la serie A e con quel materiale a disposizione, non l'avrebbe portato lontano. Specialmente sul finire della scorsa stagione e per tutta quella corrente, Fonseca ha cercato il modo migliore per mettere in campo il limitato materiale tecnico di cui ha disposto. Accantonando i suoi principi e dimostrandosi meno integralista di come veniva dipinto. Schierando la sua squadra col 3-5-2: ovvero l'unico modo per ridurre al minimo le lacune della sua squadra. Ma se da un lato ci sono stati i meriti dell'allenatore lusitano, l'altra faccia della medaglia ci ha mostrato inesorabile i suoi tanti errori.

Nel corso della stagione, infatti, più di una volta Paulo Fonseca è apparso in difficoltà dal punto di vista tattico. In particolar modo negli scontri diretti si è consegnato totalmente all'allenatore avversario di turno. Lo score dei giallorossi contro le prime sei della classe è infatti impietoso: 1 vittoria, 4 pareggi e ben 7 sconfitte finora. Durante queste partite la squadra è rimasta sempre in balia dell'avversario, uscendone spesso sotterrata da una valanga di gol. In tutte queste occasioni il tecnico non è mai riuscito a trovare una qualsivoglia contromisura per impedire la mattanza. Lo spartito tattico e perfino l'andamento dei cambi è sempre stato il medesimo; tanto da assistere ad una sensazione di dejà vu e ad avere la percezione di conoscere l'esito finale dell'incontro ben prima del novantesimo minuto.

Tutto ciò ha minato e non poco le certezze e le sicurezze di un gruppo che si è ritrovato per gran parte della stagione ai piani alti della classifica, senza paradossalmente riuscire mai a competere con le altre squadre con cui ha condiviso le posizioni di vertice. Questo ha denotato un altro limite, spesso sottovalutato ma in realtà di grande rilevanza, del tecnico. Si parla infatti della scarsa attitudine caratteriale di Fonseca, che non è mai riuscito a infondere una mentalità più vigorosa nei suoi; apparsi per larghi tratti della stagione rinunciatari e davvero poco propensi a battagliare.

L'all'in sull'Europa League

Un altro dei motivi principali di questo finale molle dei capitolini è stato senza ombra di dubbio la scelta di puntare tutte le fiches disponibili sull' Europa League, accantonando di fatto ogni velleità in campionato. Una scelta ardita, ma allo stesso tempo rischiosa, nonché una vera e propria arma a doppio taglio. Paulo Fonseca si è trovato ad un bivio nel momento più caldo della stagione. Con ben poco tempo per decidere e fatte le dovute considerazioni il tecnico ha deciso di puntare tutte le energie sulla bilancia della coppa europea.

Nel momento in cui le dirette concorrenti in campionato hanno riguadagnato terreno, anche in virtù della differenza di qualità tra gli organici, Fonseca ha pensato che la strada dell'Europa League fosse la strada più percorribile per tentare la qualificazione in Champions League. Oltre che la strada più adatta per portare a casa un trofeo che in quel di Trigoria manca ormai da 13 anni. Il piano del tecnico è apparso ben preciso, ed effettivamente la sua Roma è sempre sembrata una creatura più adatta all'Europa che al campionato. Una squadra dalle veloci trame offensive e a tratti straripante, molto più vicina ai suoi principi e idee di calcio rispetto alla versione scialba e inconcludente troppo spesso ammirata in campionato.

I secondi 45 minuti di Manchester hanno però disintegrato tutte le speranze, spazzato via in un colpo solo la convinzione che fosse stata presa la strada giusta. Sotto la pioggia dell'Old Trafford si è consumata una delle serate più romaniste di sempre. Cambi finti al trentacinquesimo per infortuni. Reazione stoica che ha visto il risultato ribaltato all'intervallo. Crollo verticale terrificante e inaccettabile nella ripresa. Inaccettabile soprattutto perché, per preparare la semifinale contro i Red Devils, la Roma non è praticamente scesa in campo nell'ultimo mese di campionato. Un mese che ha visto la squadra regalare punti ad ogni avversaria, offrendo prestazioni imbarazzanti che neanche un massiccio turnover ha potuto giustificare.

Difficile commentare.

Come sempre accade nello sport la ragione se la prende di prepotenza il vincitore. La vittoria (o la sconfitta) rende insignificanti i piccoli particolari e poco importa che la Roma di Fonseca abbia di fatto sbagliato solo i 45 minuti di Manchester nell'arco dell'intera competizione. La scelta è stata fatta, e accantonando in maniera così netta il campionato, l'allenatore si è ritrovato con un pugno di mosche. Annaspando e affondando assieme ai suoi calciatori nel meraviglioso teatro dei sogni, già una volta in passato tomba dei giallorossi. Sprecando di fatto la sua ultima e flebile cartuccia di essere riconfermato alla guida della squadra anche nella prossima stagione.

La distanza tra società e allenatore

Ultimo, ma in realtà probabilmente il principale dei fattori della debacle della Roma targata Fonseca e più in generale dei risultati non esaltanti di questa stagione, è stata la distanza siderale tra i Friedkin e il tecnico. Un rapporto il loro, mai veramente sbocciato. Il portoghese infatti, scelto dalla precedente gestione americana, è finito da subito sotto la lente d'ingrandimento dei nuovi proprietari. Paulo Fonseca di fatto ha vissuto la sua ultima stagione in giallorosso da uomo solo. Esposto a continui attacchi mediatici e insinuazioni gratuite sul suo futuro, alle quali nessuno in società, ha fatto da parafulmine. Per tutto il corso della stagione Fonseca è stato un allenatore col destino già segnato, nonché un uomo con una spada di Damocle a pendere perenne sopra la sua testa.

La sensazione è che Dan e Ryan Friedkin avrebbero voluti insediarsi nella capitale con un nuovo allenatore in mano, in modo anche da tagliare in maniera netta con la precedente gestione. Ma con così poco tempo per preparare la stagione non è stato possibile attuare una rivoluzione, e si è optato per la scelta più plausibile, continuare col tecnico lusitano. Una mancanza di comunicazione e appoggio da parte della società quasi inspiegabile a questi livelli. Una pecca che per certi versi ha ricordato proprio la mancanza di comunicazione che aveva contraddistinto gli ultimi tempi dell'era Pallotta. Non un grande inizio insomma per tagliare con gli errori del passato.

Nonostante ciò il tecnico ha portato avanti la stagione con l'encomiabile professionalità che l'ha sempre contraddistinto. Anche nei momenti più complicati, in cui sarebbe stato facile appigliarsi a tutto ciò. Non si può e non si deve infatti, sottrarre dal bilancio del lavoro del portoghese, il fatto che questi abbia preso possesso della panchina della Roma in un periodo storico tra i più complicati. Un periodo in cui andava concretizzandosi un difficile e delicato cambio di proprietà, il tutto a cavallo di una pandemia mondiale. Senza poter di fatto mai contare su un calciomercato di qualità. Accollandosi in sostanza un gruppo di calciatori male assortito, frutto degli errori marchiani della precedente dirigenza.

Il futuro parla ancora portoghese

Paulo Fonseca è caduto dove altri prima di lui. Come i vari Luis Enrique, Rudi Garcia, Eusebio Di Francesco e in parte Luciano Spalletti. Il suo percorso alla Roma si è concluso con un velo di malinconia. Inghiottito da un ambiente in grado di esaltarti come pochi al mondo, ma che allo stesso tempo, se non sei provvisto di spalle larghe e robuste, finisce inesorabilmente per schiacciarti. A Roma vincono in pochi, anzi pochissimi, come se fosse un dono riservato a pochi eletti. Si possono contare sulle dita di una sola mano. Non è un caso che l'ultimo a portare lo scudetto sia stato Fabio Capello, il sergente di ferro, ormai 20 anni orsono.

Non è altrettanto un caso che la nuova panchina e il futuro siano stati affidati a Jose Mourinho, l'allenatore probabilmente più carismatico presente sulla piazza. Perché a Roma, per essere un vincente, devi avere prima di ogni altra cosa le spalle larghe, anzi larghissime.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato sotto il sole della Sardegna nell'ormai lontano 1993, dopo un' infanzia all'insegna del basket, abbandona la palla a spicchi per dedicarsi anima e corpo a quella da calcio. Un amore tuttavia mal corrisposto. Tifoso romanista da sempre e in quanto tale incline alla sofferenza e all' auto-sabotaggio. Amante dello sport in tutte le sue forme, ma ancor più di tutte le storie, piccole e grandi, di cui esso si nutre.

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