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18 min

- di Giacomo Zamagni

Cronistoria della caduta di José Mourinho al Tottenham


Come un gatto, José Mourinho cade sempre in piedi. Il neo allenatore della AS Roma, in mezzo al trambusto della Superlega e dopo la sua esperienza più negativa in carriera, è riuscito ad ottenere una delle panchine più importanti del campionato italiano e a mantenere il suo stipendio da Premier. In questo articolo di Jack Pitt-Brooke per The Athletic, si affastellano le tappe del suo declino al Tottenham - dal rapporto coi giocatori a quello con la dirigenza, la preparazione atletica durante l'emergenza pandemica, la necessità di aggiornarsi, etc. - per capire a che punto della sua vita professionale sia l'allenatore portoghese.


Era il 13 febbraio all’Etihad Stadium. All’inizio della ripresa, il Tottenham era sotto per 1-0 contro il Manchester City, ma non era mai veramente entrato in partita. Nessun tiro nello specchio, nessun calcio d’angolo conquistato, solo il 35,9% di possesso palla.

José Mourinho, al rientro in campo, aveva un atteggiamento stranamente positivo e continuava a ripetere ai suoi che stavano andando bene e quindi di continuare così. Alcuni fra i giocatori più esperti dello spogliatoio erano scioccati dalla positività che il loro allenatore mostrava davanti ad un approccio così passivo alla partita. “Pensi davvero che stia andando bene?” mormorava qualcuno. Nella seconda metà, il Tottenham non è riuscito a combinare nulla, perdendo 3-0.

In quella sconfitta si racchiude il divario fra i giocatori e il loro allenatore; il divario che a Mourinho è costato il posto. Le statistiche difensive, gli allenamenti reattivi e i continui attacchi ai singoli hanno distrutto il rapporto con la squadra, con i fan e, infine, con Daniel Levy.

Mentre molti giocatori gioivano per il licenziamento del portoghese, sorgevano delle perplessità riguardo alle tempistiche: meno di una settimana divideva gli Spurs dalla finale di Coppa di Lega sempre contro il City e in tutto il mondo si parlava della Superlega, in cui proprio il Tottenham compariva nella lista dei fondatori firmatari. La decisione era stata presa durante il weekend precedente, dopo il pareggio per 2-2 contro l’Everton.

Il Tottenham è oggi a otto punti dal quarto posto che varrebbe la qualificazione alla prossima Champions League, uno capovolgimento impietoso rispetto a quello di novembre, quando si trovava in cima alla classifica. Il regno di Mou si è sgretolato più velocemente di quanto ci si aspettasse sei mesi fa.

Di seguito, si tratterà di come:

  • La noia e la mancanza di ambizione abbia influito sui giocatori nelle sessioni di allenamento
  • In tanti si aspettassero il suo licenziamento
  • I dettami tattici fossero talmente tanto concentrati sulla distruzione del gioco avversario da confondere i giocatori in fase offensiva
  • João Sacramento, assistente di Mourinho, godesse di poca stima fra i giocatori
  • La dirigenza fosse scontenta delle critiche di Mourinho riservate ai giocatori, tanto di chiedergli di smetterla.
  • Mourinho abbia perso supporto dentro e fuori dal campo
  • Solo Harry Kane sia rimasto fedele al suo coach fino alla fine
  • Il suo esonero non avesse a che fare con il progetto Superlega e fosse basato solamente sulla penuria di risultati sportivi

L'esito è che, a diciassette mesi dalla sua nomina, José Màrio dos Santos Mourinho Félix e il suo coaching staff si sono ritrovati (per pochi giorni) a spasso. Sono stati Ryan Mason e Chris Powell a impartire ordini dalla panchina di Wembley in Coppa di Lega – la finale è finita 1-0 per la squadra di Guardiola – mentre Levy si convinceva che un cambio avrebbe dato maggiori possibilità al Tottenham di concludere il campionato positivamente. Ammesso e non concesso che, in quanto firmatari della Superlega, non vengano squalificati dalle future competizioni europee, quello resta l’obiettivo minimo. Questo finale rende la reggenza "mourinhana" uno dei maggiori fallimenti economici di Levy, ormai da vent’anni alla guida del club.

Circondato da alte aspettative al suo arrivo, Mourinho ha lasciato il Tottenham in settima posizione e senza nemmeno un trofeo in bacheca (è la prima volta in diciannove anni che lo “Special One” termina la sua esperienza in un club senza vincere nulla).

Il calcio giocato dai suoi Spurs era passivo e mediocre. Il club non ha conquistato nuovi fan durante questo periodo e ne ha delusi molti fra quelli di lunga data. Levy era preoccupato che i tifosi, al loro ritorno a fine stagione, protestassero contro il manager dagli spalti. Ha voluto risparmiare a Mourinho questa umiliazione.

Le aspettative, i primi risultati e l'inizio della fine

Quando ha scelto Mourinho, Daniel Levy ha orgogliosamente detto alla produzione di All Or Nothing che si trattava di “uno dei due migliori allenatori al mondo." Il tecnico di Setúbal ha rimpiazzato Mauricio Pochettino, l’allenatore più popolare sulla panchina del Tottenham dai tempi di Bill Nicholson (1958-1974). Levy sperava che Mourinho prendesse quanto di buono fatto da Pochettino per poi aggiungere quel quid che separa il club dal primo trofeo in tredici anni. Inoltre, sperava che Mourinho desse un’immagine ancora più internazionale al club proprio con l’aiuto della serie Amazon attraendo così nuovi fan. Levy ha finanziato uno stadio e un centro d’allenamento di primordine per il Tottenham e finalmente era riuscito ad avere anche una superstar in panchina. Aveva preso in considerazione Carlo Ancelotti in quell’autunno, ma l’aura di Mourinho era stata irresistibile.

Se si fosse trattato di un matrimonio di convenienza, allora avrebbe funzionato per entrambi. Da tempo, Mou considerava il Tottenham un modello virtuoso. Un club ambizioso, ben diretto e con un organigramma snello. Dopo i problemi “politici” al Real Madrid, al Chelsea e al Manchester United, questo era finalmente un club in cui le decisioni venivano prese da poche teste. Mourinho ha convinto Levy di essere un uomo nuovo, di aver imparato dai suoi errori e che avrebbe portato a North London una nuova era di successi.

Mourinho e Levy hanno avuto un rapporto molto stretto fin dal principio. Discutevano ogni cosa insieme, persino i problemi di formazione. Alcune fonti molto prossime a Levy sostengono che fosse addirittura troppo vicino al tecnico, troppo compiaciuto dall’aver finalmente portato uno dei più grandi personaggi nel mondo del calcio sulla panchina del proprio club.

Va ricordato che, al suo arrivo, Mourinho ha preso una squadra al dodicesimo posto in classifica; i giocatori sembravano mentalmente e fisicamente esausti, drenati da un’annata in cui avevano raggiunto e perso la finale di Champions League prima di sgretolarsi negli ultimi mesi del 2019 ancora sotto la guida di Pochettino. Mourinho ha poi dovuto fare a meno del suo goleador, Harry Kane, fuori per via di un infortunio al muscolo femorale. Sul punto di reintegrare in squadra il capitano, la Premier si è fermata a causa dello scoppio della pandemia di COVID-19.

Mou ha traghettato gli Spurs attraverso acque veramente torbide e il fatto che sia riuscito a terminare la stagione in sesta posizione dev’essere visto come un successo. In seguito, durante la finestra di mercato estiva, Mourinho è riuscito a portare alla sua corte molti dei giocatori che desiderava – Matt Doherty, Joe Hart, Pierre-Emile Højbjerg, Sergio Reguilón – mentre Levy ha riportato a casa il beniamino dei tifosi Gareth Bale.

Nonostante il rammarico per non essere riusciti a comprare un nuovo difensore centrale, c’erano tutti gli ingredienti per un 2021 migliore di quello che poi è stato. Col manifestarsi dei metodi di Mourinho, i giocatori hanno ben presto cominciato ad anelare il ritorno dei giorni di Pochettino.

Con l’argentino, la squadra aveva una chiara filosofia di gioco da perfezionare giorno dopo giorno. Con Mourinho, tutto ciò è stato cestinato. Il suo approccio, cucito su misura di ogni singolo avversario, era volto a capitalizzare sulle mancanze di chi si trovava di fronte. I calciatori sottolineavano che più ci avvicinava al matchday e più calava un’atmosfera caratterizzata dalla paura che qualcosa andasse storto. Gli Spurs erano talmente ossessionati da ciò che gli avversari avrebbero potuto fare, da dimenticare di concentrarsi sul proprio gioco.

Durante la gestione di Mou, i giocatori del Tottenham sono sembrati confusi sul cosa fare con la palla o su come costruire un’azione dal basso.

Di tanto in tanto si sono dimostrati ancora in grado di fare risultato e questo è perché qualsiasi squadra con Kane e Heun-min Son in attacco ha buone possibilità di creare occasioni da gol. Tuttavia, nulla è stato in grado di sopperire alla mancanza di identità di gioco costruita e lavorata negli anni da Pochettino. I giocatori si sono ritrovati a continuare a proporre le stesse soluzioni offensive che l’allenatore precedente gli aveva insegnato, nonostante se ne fosse andato da tempo.

La noia, la preparazione atletica, i collaboratori

Ci è voluto poco perché i giocatori iniziassero ad annoiarsi durante le sessioni di allenamento gestite da Mourinho. Si sentivano appesantiti dal lavoro difensivo, dalle ore passate a preparare la difesa sulle rimesse laterali del Liverpool, mentre la frustrazione per la poca attenzione riservata al proprio gioco cresceva. Per anni, gli Spurs si sono concentrati sulla costruzione dal basso e sulle combinazioni di passaggi, ma Mourinho ha rimosso tutto ciò.

Ha succhiato via l’identità della squadra,” sostiene una fonte interna allo spogliatoio. “Ha distrutto tutto ciò per cui gli Spurs si sono battuti negli anni.”

Inoltre, la squadra era scioccata dalla scarsa intensità del programma d’allenamento. Con Pochettino, il lavoro era veramente provante e i giocatori spesso si lamentavano per il grande numero di doppie sessioni e la penuria di giorni liberi. Pochettino e il suo staff preparavano fisicamente l’intera rosa per giocare il calcio offensivo e basato sul pressing che lo contraddistingue. Ma gli stessi giocatori hanno provato una sensazione opposta sotto Mourinho: non si stavano allenando abbastanza. Sentivano che ad ogni sessione o si recuperava dalla partita precedente o si provava il lavoro tattico per quella successiva, una situazione particolarmente difficile per i giocatori non titolari alla ricerca del giusto ritmo.

C’è da spezzare una lancia in favore di Mourinho però, che si è trovato a preparare una stagione incredibilmente difficile. Molti giocatori avevano avuto solo una breve vacanza alla fine della stagione 20/21. Con i nazionali rientrati solo a inizio settembre e la squadra impegnata nei preliminari di Europa League e Carabao Cup, il Tottenham ha giocato due partite a settimana per quasi tutta la stagione. Al termine di questa annata così densa, gli Spurs avranno giocato un totale di 58 partite ufficiali. Il fatto che ci siano stati relativamente pochi infortuni potrebbe essere la prova che la preparazione atletica imposta dal portoghese ha funzionato.

Inoltre, al club c’è la sensazione che anche i giocatori debbano condividere la responsabilità dei fallimenti collezionati negli ultimi anni. Le lamentele opposte, ma in sostanza equivalenti riservate a entrambi gli allenatori non sono passate inosservate, così come non è passata sotto silenzio la debolezza mostrata di fronte alle prime difficoltà.

Il dibattito riguardo a chi fosse da incolpare per ciò che è andato storto ha dominato la stagione e spesso è stato indirizzato dai tentativi di Mourinho di riversare le responsabilità sui suoi giocatori. In ultima analisi, però, il compito di un coach è proprio quello di far rendere al meglio il capitale umano a propria disposizione e l’allenatore portoghese non ci è riuscito affatto.

La frustrazione provata dai calciatori per le metodologie di lavoro non riguardava solo il rapporto mai sbocciato con Mourinho. Fin dai tempi del Porto, Mou ha lavorato con Rui Faria come assistente, ma sei mesi prima dell’esonero al Manchester United nel 2018, Faria ha preferito cercare altre sfide, magari come capo allenatore. Faria non ha voluto interrompere il suo percorso con i qatarioti del Al Dubai per raggiungere Mourinho al Tottenham. La scelta per il posto da assistente è ricaduta allora su João Sacramento, un talentuoso analista trentenne al servizio di Luis Campos, amico di Mourinho e allenatore del Monaco prima e del Lille poi.

Sacramento avrebbe dovuto svecchiare i metodi di Mou e creare una connessione con la giovane rosa del Tottenham, ma è finito per rendersi impopolare tanto quanto il suo nuovo allenatore in prima. In diversi hanno riportato l’incapacità di Sacramento di creare una connessione con i giocatori a causa di una mancanza di empatia nel relazionarsi con una squadra di atleti già affermati nel campionato inglese. Anche gli altri allenatori di Premier hanno sottolineato l’inesperienza di Sacramento rispetto a Faria, reo di non riuscire a imporre la sua autorevolezza a bordo campo tanto da essere ignorato dai giocatori, spesso poco interessati alle sue disposizioni tattiche.

“Sacramento ha un ruolo fondamentale nella costruzione della squadra e nell’analisi degli avversari, ma José è chiaramente il capo,” ha rivelato una fonte a The Athletic.

La via di Mourinho

Al suo annuncio, Mourinho è arrivato come una figura ingombrante, più grande persino del club stesso. Nelle prime settimane, ha utilizzato i media per affermarsi come un vincente seriale arrivato per insegnare al club e ai giocatori come si vince. Quando parlava, i giocatori lo ascoltavano. Appena prima della l’inizio della stagione, Eric Dier ha sottolineato il suo entusiasmo per l’arrivo di Mourinho e come il portoghese fosse in grado di impattare l’ambiente solamente con una frase detta al momento giusto.

“È incredibile come riesca a stuzzicarti per farti dare il meglio,” ha dichiarato il nazionale inglese. “Ti parla e ti provoca per far scaturire in te quella voglia di migliorare, di evolverti o di smentirlo sul campo.”

Dier ha raccontato anche un aneddoto sulla preparazione per la sfida di Selhurst Park, lo stadio del Crystal Palace, l’ultima partita del 2020. Era rimasto fuori per squalifica nelle ultime quattro giornate, ma sarebbe potuto tornare in campo proprio contro i Glazier. Ad un certo punto, Mou gli si avvicinò per dirgli: “Ti sei allenato di merda da quando ti hanno squalificato, vuoi giocare questo weekend oppure no?”, poi se ne andò. Dier accettò la sfida e giocò un’ottima partita contro il Crystal Palace, permettendo ai suoi di pareggiare e assicurarsi il sesto posto in classifica.

Tanguy Ndombele è forse il miglior esempio del metodo Mourinho al Tottenham. Dopo il pareggio per 1-1 contro il Burley nell’ultima partita prima del lockdown, il portoghese attaccò pubblicamente il francese dichiarando che, con lui, il Tottenham non aveva un centrocampo. Ma Ndombele reagì bene e migliorò significativamente la sua condizione fisica e le sue prestazioni.

Tuttavia, uno dei leitmotiv della stagione è stato proprio il collasso e il fallimento della “leadership contrastiva” di Mourinho, che cercava di motivare i giocatori attraverso le critiche. Ciò che si era dimostrato un valido espediente per tenere i suoi uomini in riga ha iniziato presto a ritorcerglisi contro. Soprattutto quando le critiche venivano fatte in pubblico piuttosto che in privato.

Man mano che la stagione procedeva, i calciatori sentivano che, qualunque cosa fosse andata male, sarebbero stati loro a prendersene la colpa e che Mourinho era contento di ciò. Prima del big match contro lo United, una fonte interna al club ha dichiarato: “mi chiedo chi sarà il capro espiatorio di questa settimana, chi verrà mandato al macello.”

Non è sempre andata così. Per esempio, dopo la sconfitta per 3-1 contro il neopromosso Sheffield United nella parte finale della scorsa stagione, Mou aveva criticato la mentalità dei suoi e la reazione che avevano avuto dopo una scelta della VAR particolarmente penalizzante. Il team, però, aveva poi fatto quadrato ed era riuscito a conquistare quattordici punti nelle rimanenti sei partite, riprendendosi un posto in Europa.

Tuttavia, in questa stagione, le frecciatine di Mourinho hanno complicato le cose invece di migliorarle. Inizialmente, la sua rabbia era mirata e ponderata. Per la prima metà del campionato, è stato un fattore positivo: gli Spurs andavano bene, segnavano e per diverse settimane sono stati primi in classifica. Quando Mourinho bersagliava i suoi giocatori, sembrava un evento più unico che raro.

Quando il Tottenham ha perso contro l’Anversa (Royal Antwerp) nei gironi di Europa League a ottobre, all’intervallo Mourinho ha sostituito ben quattro giocatori: Dele Alli, Carlos Vinicius, Giovani Lo Celso e Steven Bergwijn. In conferenza stampa post-partita ha poi dichiarato che, vista la prestazione pessima dei suoi calciatori, la scelta sulla formazione sarebbe stata “molto facile” in futuro. Il Tottenham ha poi vinto le successive cinque partite e lo screzio è stato candidamente dimenticato.

Lo scorso 13 di dicembre, sempre contro il Crystal Palace, gli Spurs erano riusciti a portarsi in vantaggio per poi concedere l’1-1 segnato Schlupp nei minuti finali della partita. Sul momento era sembrato un semplice risultato sfortunato, tuttavia, col senno del poi, quell’episodio può essere letto come un momento chiave per l’intera esperienza di Mourinho al Tottenham. Intervistato subito dopo il match, il tecnico ha messo in chiaro che la colpa della mancata vittoria era da imputare ai giocatori in campo, incapaci di seguire le sue istruzioni. “Gli ho detto cosa sarebbe potuto accadere ed è accaduto. Gli ho detto di non accettare quel tipo di gioco, ma per qualche ragione non siamo riusciti a mettere in pratica ciò che avevo chiesto di fare.” Lui aveva ragione; i giocatori avevano torto.

In quel momento, i calciatori hanno iniziato a capire che, qualunque cosa fosse andata male, il loro allenatore li avrebbe incolpati. Anche quando vincevano non erano al sicuro dalle critiche e Dele Alli è stato fra i primi ad accorgersene. Nella vittoria per 3-1 sullo Stoke City in Coppa di Lega appena prima di Natale 2020, Alli perde palla prima del pareggio dei padroni di casa e tanto basta a Mourinho per sostituirlo e chiedergli di “non creare problemi hai suoi compagni di squadra”.

Quattro giorni più tardi, contro il Wolverhampton , si ripete il copione andato in scena contro il Crystal Palace. 1-1 a quattro minuti dalla fine. Ancora una volta, Mourinho ha scaricato la colpa sui calciatori. “Sanno quello che gli ho chiesto negli spogliatoi. Se non hanno saputo fare meglio di così, è perché non ce la fanno.”

Con l’inizio del nuovo anno, però, l’ira del portoghese ha trovato una nuova vittima sulla quale infierire: la difesa. Quando il Tottenham si è fatto nuovamente riacciuffare dal Fulham, in lotta per la salvezza, Mourinho è sbottato. Se si guardava ai gol concessi in situazioni di vantaggio, era “sempre la stessa storia, praticamente dall’inizio della stagione”. “Ci sono cose che dipendono dalle caratteristiche dei giocatori,” ha insistito poi. “Devono affidarsi alle loro abilità individuali, alle loro capacità. È semplice.”

Nonostante Toby Alderweireld avesse guidato la miglior difesa del campionato sotto Pochettino e nel 2018 fosse stato un obiettivo di mercato proprio per il Manchester di Mourinho, nonostante anche Dier fosse stato cercato da Mourinho precedentemente e Davidson Sanchez fosse considerato uno dei migliori giovani difensori al mondo nel 2017; la tesi sostenuta dall’ormai ex coach in prima degli Spurs è che i difensori a sua disposizione non fossero abbastanza bravi. Mou era rimasto scottato dal mancato acquisto di Rúben Dias, finito poi al City di Guardiola, e Škriniar in forza all’Inter, così ha deciso di farsi sentire. Il problema, però, è che Mourinho si era spinto ben oltre al provocare i giocatori per motivarli. Li aveva martellati così tanto da fargli perdere la fiducia che riponevano in lui.

Lo spogliatoio era spaccato. I giocatori più esperti come Kane, Højbjerg e Lucas Moura rispondevano bene agli stimoli dell’allenatore e hanno continuato a performare su alti livelli anche quando i risultati non arrivavano, soprattutto negli ultimi mesi. Harry Kane avrebbe corso contro un muro di mattoni per Mourinho; le doppiette contro Newcastle ed Everton lo dimostrano. In entrambe le occasioni, il capitano della nazionale inglese ha provato a vincerla da solo e non ci è riuscito per pochissimo.

D’altro canto, però, sempre più giocatori si sentivano estraniati dai modi di Mourinho. Non si trattava solo di Alli e Winks, il cui minutaggio è stato bruscamente ridotto nel corso della stagione. Le prestazioni di quasi tutta la rosa da gennaio in poi – specialmente nella striscia di tre sconfitte consecutive contro Liverpool, Brighton e Chelsea – hanno esposto i limiti di uno spogliatoio infiacchito e sfiduciato dai continui attacchi del proprio manager. Quel senso di unità costruito con Pochettino è stato completamente frantumato.

Quattro o cinque giocatori lo odiano, a quattro o cinque piace, a quattro o cinque non frega più niente,” ha rivelato un’altra fonte a inizio aprile. “Quello che dice e il modo in cui lo dice ha diviso la squadra.”

I problemi con la dirigenza e quelli con lo staff

L’insoddisfazione riguardo ai modi di Mourinho non si limitava ai soli giocatori, ma si estendeva anche al resto del club.

Al Tottenham tutti sapevano quanto le dichiarazioni di Mourinho nuocessero all’ambiente. Lo staff era costantemente in imbarazzo per il modo in cui il tecnico parlava alla squadra. Giocatori come Doherty erano completamente demoralizzati dalle critiche che ricevevano. E nonostante il club avesse chiesto a Mou di smettere di sparare a zero su tutti nelle conferenze stampa post-partita, non sempre veniva ascoltato.

Dopo l’ennesima sconfitta, questa volta al London Stadium contro il West Ham United a febbraio, Mourinho ha riversato la colpa sulla squadra. “Da molto, molto tempo, penso che ci siano problemi nella squadra che, come manager, non posso risolvere da solo,” ha dichiarato alla BBC. Avrebbe potuto dare un’altra risposta, ma ancora una volta ha preferito continuare per la sua strada e i giocatori sapevano che chi li allenava pensava che le responsabilità fossero tutte sulle loro spalle.

Tuttavia, a qualcuno piaceva il modo di fare di Mourinho. Un paio di primavera, Alfie Devine e Dane Scarlett, che si allenavano regolarmente con la prima squadra si sentivano spronati dall’approccio del coach. Mourinho si è fermato anche in clinica medica quando Devine è arrivato dal Wigan Athletic a inizio stagione. E quando il centrocampista si è scontrato con Danny Drinkwater, già nazionale inglese e campione d’Inghilterra, Mourinho lo è andato a cercare per congratularsi per il carattere mostrato contro un avversario di così alto profilo.

Il breve periodo di ripresa occorso a fine febbraio, quando il calendario sembrava essere meno complicato e Gareth Bale reintegrato in rosa, ha ridato speranza al Tottenham, reduce da un inverno particolarmente aspro.  Ma la positività è presto svanita, in Croazia, la sera del 18 marzo.

La sconfitta per 3-0 contro la Dinamo Zagabria nella partita di ritorno degli ottavi di Europa League sarà ricordato come il punto più basso dell’esperienza di Mourinho al Tottenham, ma per molti versi non è stata una sorpresa. Gli Spurs non hanno retto la pressione del momento, sembravano spaesati e non sapevano se difendere o attaccare, finendo così per perdere e subire un’umiliazione nei tempi supplementari. È stata una delle peggiori sconfitte nella carriera dello “special one”.

Com’era facile pronosticare, Mourinho ha sostenuto di aver preparato correttamente la squadra, di aver chiesto di provare a vincere la partita invece che accontentarsi del 2-0 ottenuto all’andata. Ha addirittura detto di aver mostrato i gol segnati da Mislav Oršić, autore della fatale tripletta, per far vedere di non essere impreparato come i suoi giocatori.

È andata ancora peggio quando Hugo Lloris, capitano di lungo corso e persona che sceglie attentamente le proprie parole, ha rimarcato i problemi e le divisioni interne nell’intervista subito dopo la partita. Mentre parlava di “mancanza di basi e di fondamentali”, il portiere ha implorato i compagni di “seguire la squadra”. Una volta tornati a Londra per affrontare la trasferta di Birmingham contro l’Aston Villa, fonti vicino al club hanno descritto l’atmosfera come “orrenda”.

Arrivato a questo punto, a José Mourinho erano rimasti ben pochi alleati. I giocatori lo avevano ormai abbandonato e anche tra i collaboratori cresceva l’insofferenza per il suo atteggiamento. Il contrasto fra l’approccio inclusivo di Pochettino e quello di Mourinho, quasi sempre rintanato nel suo bunker negli ultimi mesi, era sempre più evidente.

Più i risultati sportivi tardavano ad arrivare, più si faceva terra bruciata intorno. “Sai a cosa vai incontro quando scegli di lavorare con Mourinho,” ha dichiarato un ex collega del portoghese, “ma quando ci arrivi è comunque molto spiacevole.”

Il piano nucleare

Quando non riesce a ottenere i risultati sperati, Mou si nasconde con gesti teatrali. Non riuscendo a smuovere i propri calciatori con le critiche, l’unica cosa che gli restava da fare era stravolgere la formazione. Quindi, al Villa Park tre giorni dopo la disfatta di Zagabria e appena prima della pausa delle nazionali, si è presentato con uno degli undici più assurdi della stagione, recuperando Joe Rodon, Japhet Tanganga, Lo Celso e Carlos Vinicius.

La squadra traballava, ma alla fine è riuscita a portare a casa un netto 2-0. Tuttavia, quando Mourinho ha cercato di ripetersi portando la stessa formazione titolare a St James’ Park, l’effetto sorpresa era ormai svanito. I giocatori erano ormai desensibilizzati alle sue tattiche. Poteva anche continuare a provare scioccarli, ma i suoi metodi non avevano più alcun impatto. Dopo aver visto i suoi concedere un altro pareggio in rimonta, 2-2 contro il Newcastle, Mou ha scagliato il suo ultimo e più furente attacco alla squadra: “stesso allenatore, giocatori diversi,” ha detto alla BBC mentre parlava della differenza fra la solidità che caratterizzava le sue squadre a inizio carriera e il Tottenham.

Il calvario è poi continuato con la sconfitta per 3-1 arrivata contro lo United anche questa volta nel secondo tempo. In quest’occasione Mourinho ha lamentato una sensazione di costrizione e il divieto di dire ciò che veramente pensava. “Non posso dire quello che penso. Lo sai. A volte vuoi farmi domande più profonde, per analizzare nello specifico, ma quando rispondo, mi accorgo di non poterlo fare,” ha concluso.

Nella sua ultima conferenza stampa prepartita, prima di partire con la squadra per la trasferta di Goodison Park, Mou si è persino vantato di “non aver detto niente di negativo sull’atteggiamento dei giocatori dopo la partita di Manchester”. Il messaggio della dirigenza era finalmente stato recepito, anche se troppo tardi per salvargli il posto.

Mourinho oggi, Mourinho ieri

A novembre 2019, quando è stato nominato allenatore del Tottenham, Mourinho ha pronosticato una vittoria del titolo nella stagione 2020/21. Nella stessa occasione, ha lanciato, però, anche un monito particolarmente preciso sul suo futuro. Mourinho sosteneva che il calcio si evolvesse molto più rapidamente di quanto facesse in precedenza: i giocatori erano più forti e gli allenatori si dovevano adattare.

“È il calcio moderno”, ha detto. “Quando giocava mio padre, prima della sentenza Bosman (1995), i calciatori restavano nella stessa squadra anche per vent’anni. Lo stesso compagno di reparto, lo stesso vicino di spogliatoio, gli stessi centrali di difesa di fronte allo stesso portiere, per quindici, venti anni. Dopo la sentenza è cambiato tutto. Noi allenatori, anche a causa vostra (i media), abbiamo perso stabilità; c’è un sacco di pressione. Anche per la natura della società di oggi, tutto sembra andare più veloce, persino le relazioni sono più rapide. I giocatori si stufano gli uni degli altri, dell’allenatore. Ogni cosa è più veloce, quindi dobbiamo cambiare.”

La storia della carriera di Mourinho ci parla di un primo decennio costellato da grandi successi, con al suo servizio una generazione di giocatori che oggi non calca più i campi da calcio: Deco, Ricardo Carvalho, John Terry, Frank Lampard, Didier Drogba, Sneijder, Diego Milito e molti altri. Ma i giocatori delle nuove generazioni – i millenial e gli zoomer – semplicemente non reagiscono bene ai suoi metodi.

È stato così al Real Madrid, dove ha vinto la Liga ma lo spogliatoio gli si rivoltò contro. È stato così nella seconda esperienza al Chelsea, dove ha riportato il titolo prima di collassare nella terza stagione, in mezzo a ciò che Michael Emenalo, allora DS, definì “disarmonia palpabile”. E anche al Manchester United è andata così, con Mourinho incapace di capire Pogba, Marcus Rashford, Luke Shaw, Martial e il resto del roster. L’esperienza a Old Trafford non è stata un fallimento totale – ha comunque vinto una Coppa di Lega e un’Europa League – ma non è stato in grado di competere con il City e ha lasciato molte scorie dietro di sé, con i tifosi e i giocatori in aperto contrasto. Recentemente, proprio Paul Pogba ha parlato a Sky Sports UK di come i giocatori preferiscano giocare per Ole Gunnar Solskjaer anzi che per Mourinho.

“Mi piace José, ma è disconnesso dalla nuova generazione di giocatori e dalla nuova generazione di allenatori,” sostiene un manager di Premier League. “È attaccato ai suoi modi.” Al Tottenham, Mourinho si è ritrovato ingabbiato nelle stesse dinamiche. I suoi metodi hanno portato solo ad un breve periodo di forma – non abbastanza lungo per vincere qualcosa – prima che lo spogliatoio iniziasse ad alienarsi. Ai giocatori non piaceva il modo in cui Mourinho gli parlava, li faceva giocare e li allenava.

Il leitmotiv al Tottenham è stato la copia carbone di quello visto al Man United. I giocatori si sono stufati del manager, proprio come Mou aveva predetto.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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