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11 min

- di Simone Renza

Pelota u Plomo? Fùtbol y Narcos in Colombia


La Colombia e il calcio cafetero stanno attraversando un periodo turbolento e violento, ma non è la prima volta che succede.


"Se un compagno ritarda cinque minuti, cattivo segno. Sicuramente si trova in difficoltà"

(Manuel Vazquez Montalban, Assassinio al Comitato Centrale)

Quando si pensa a certe aree del Centro – Sud America, a stati come il Messico o la Colombia, il riflesso pavloviano è associarli alle bellezze naturalistiche che ne disegnano i contorni geografici ma, soprattutto, al narcotraffico e non senza sbagliare di molto visto che l'impatto sul PIL di questa "attività" nei due stati sopra citati è il seguente: se il narcotraffico venisse debellato improvvisamente, l’economia colombiana subirebbe un calo di circa il 40%, mentre quella messicana vedrebbe una perdita di ricchezza di circa il 50%.

Nonostante tutto, questo fenomeno non è così radicato come si possa pensare ma, al contrario, abbastanza recente.

Alla fine degli anni '70 se il Messico vedeva l’esportazione di Marijuana quale suo “prodotto” principale, oltre alla Mexican Mud (eroina grezza) - sebbene in quantità estremamente ridotte -, in Colombia il narco commercio era quasi amatoriale, localizzato ed incentrato anch'esso sul fiore di canapa.

Il punto di svolta fu nel 1979 in Nicaragua. I sandinisti (rivoluzionari di matrice socialista e comunista, anti imperialisti e pan caraibici) prendono il comando del paese. Lo scenario è quello della guerra fredda tra URSS e USA. Il quadrante il centro america, strategico specie in ottica commerciale. Dopo Cuba, gli USA non videro di buon occhio l’ascesa al potere dei sandinisti. Anzi esso rappresentava un'ulteriore "minaccia" ai propri interessi tanto che decisero di armare i “contras”, gruppi armati controrivoluzionari costituiti dai nuclei della "Guardia Nacional de Nicaragua" di Anastasio Somoza Debayle (il dittatore filo statunitense deposto proprio dai sandinisti).  

Contras altro non vuol dire che contrarrevolucionarios, il che già qualifica la loro natura di paramilitari e squadristi. Le loro azioni erano veri e propri attacchi terroristici a strutture civili ed indifese quali fattorie, ospedali, chiese, oltre al compimento di massacri indiscriminati di civili, torture e stupri.

L’amministrazione Reagan, però, vista la ferocia della formazione, onde evitare blocchi politici al Congresso, decise di non voler far arrivare il denaro direttamente sui conti contras scegliendo di muovere dollari attraverso un giro-conto, per mezzo della CIA. Il giro era il seguente: vendita di armi all'Iran - all'epoca in guerra con l'Iraq - i cui proventi venivano girati nelle casse controrivoluzionarie. Ma, ad un certo punto, quel pagamento divenne "bollente" perchè scoppiò "l'Irangate". Lo scandalo coinvolse vari alti funzionari e militari dell'amministrazione USA, minando duramente la credibilità di Reagan. Per l'appoggio ai Contras, oltre che per altre attività illegali svolte contro il Nicaragua, gli Stati Uniti d'America sono stati condannati nel 1986 dalla Corte internazionale per "uso illegale della forza".

L’agenzia di intelligence nord americana, non potendo servirsi più di quel denaro, dovette fare a modo proprio iniziando ad acquistare la cocaina di un astro nascente del narcotraffico Sud Americano, tale Pablo Escobar Gaviria, per poi rivenderlo a Miguel Ángel Fèlix Gallardo, detto El Padrino, all’epoca indiscusso regnante della droga messicana, come risarcimento per la cancellazione di migliaia di ettari di Marijuana usata come mezzo di propaganda dalla presidenza USA per far vedere come stesse combattendo la sua guerra alla droga. Operazione che Reagan usò per la sua War On Drug, cercando di pulirsi le scorie dell'Irangate. Si aprì, così, la prima rotta pan-americana o meglio definita come “Trampolino Messicano” che portò definitivamente all’ascesa il famoso Cartello di Medellìn e di quello di Calì, nonchè quella dei futuri cartelli messicani, quali Sinaloa, Los Zetas etc..

In questo primo affresco, si intende partire dalla Colombia, dove i due noti cartelli segneranno la storia del Fùtbol del paese di un intero decennio, che va dalla fine degli anni '70 alla fine degli '80, epoca, quest'ultima, d'oro per i cafeteros che ebbero una delle selezioni nazionali più forti della loro storia e che poteva contare, tra gli altri, di Higuita, Escobar e Valderrama che si qualificarono con un percorso netto al mondiale USA vedendoli assoluti protagonisti di storiche vittorie (lo 0-5 contro l’Argentina a Buenos Aires). Vittorie che lì portarono a venire “benedetti”, nel settembre del 1993, da El Patrón in persona ne La Catedral, la prigione che il boss si era costruito per evitare l’estradizione negli States.

Una volta mi hanno detto che in questo secolo ci sono stati tre soli grandi avvenimenti, in Colombia: lo scoppio de La Violencia nel 1948, la pubblicazione di ‘Cent’anni di solitudine’ nel 1967 e la sconfitta per 5-0 dell’Argentina per mano della nazionale colombiana nel 1993. E sapete qual è la cosa peggiore? Che è tutto vero.”
(Gabriel García Márquez)

Momento cruciale fu il 21 ottobre 1983 quando l'allora ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla, convocò una conferenza stampa nella quale lanciò parole come pietre: "le squadre di calcio professionistiche legate al potere delle persone dedite al traffico di droga sono Atlètico Nacional, Millonarios, Santa Fe, Deportivo Independiente Medellìn, Amèrica e Deportivo Pereira". Questa sua sete di verità gli costò la vita: i sicarios di Escobar lo assassineranno mentre era nella sua auto un anno dopo.

Il Ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla

Bonilla non fece altro che dire qualcosa che era noto da anni in tutto il territorio colombiano ma ebbe l'ardire di renderlo pubblico per la prima volta: il calcio era controllato dai narcos. Il ministro intese colpire i cartelli nel loro punto debole, nella loro debolezza passionale: gli volle letteralmente togliere la terra sotto i piedi.

Con la cocaina, prodotto ottimale per via del livello di costi/benefici, gli introiti per i produttori e trafficanti divennero vertiginosi e si ritrovarono a irrompere nella scena economica del paese visto che, all’epoca (fine degli anni ’70 inizio ’80) la Colombia viveva una stagnazione della propria economica a causa di un’agricoltura debole, un declino delle costruzioni, la trasformazione da esportatore di petrolio a importatore il che comportava alti tassi di disoccupazione, inflazione e disoccupazione.

Essendo, però, la Colombia un paese rigido e stratificato nella sua gerarchia sociale, l’ascesa improvvisa di questi nuovi ricchi non era stata accolta di buon occhio dall’élite locale poiché principalmente di estrazione popolare.

Le autorità si fecero, su preciso mandato delle classi più agiate, sempre più pressanti nel cercare di capire quale fosse stato il sistema di accumulazione di ricchezza che li aveva portati anche ad accumulare proprietà e società. Tutti i club colombiani fino a metà degli anni '70 contavano tra i loro membri illustri industriali e uomini d'affari. La crisi economica colombiana aveva portato, però, ad un’emorragia dei più forti calciatori locali: le squadre non potevano fare acquisti che entusiasmavano il pubblico, anche perché avrebbero accettato unicamente i dollari e non il peso locale ormai completamente svalutato. Il risultato di tutto questo fu che le grandi squadre si trovarono in crisi e, come per magia, apparvero i fondi dei nuovi ricchi, i narcos, i cui soldi divennero passaporti di accettazione e sostegno sociale: divennero i redentori economici del calcio colombiano avendo, in cambio, libero accesso a enormi lavanderie di denaro.

Iniziò la spartizione delle squadre.

Gilberto Rodrìguez Orejuela, che con il fratello Miguel aveva stabilito una solida rotta per il traffico di cocaina negli Stati Uniti, acquistò azioni del Deportivo Cali, la migliore squadra degli ultimi quindici anni (siamo sempre sul calare degli anni ’70). La struttura dell'Associazione Sportiva proibì, però, a Orejuela di controllare il club come era sua intenzione avendo, tra l’altro, l’opposizione del presidente Alex Gorayeb.

Il fratello Miguel era, invece, tifoso dell'América de Cali ed entrò nell’azionariato fino a diventarne presidente. In pratica nel 1979, la squadra vinse il campionato grazie a Gabriel Ochoa Uribe e, con un grande sforzo finanziario, ingaggiò i paraguaiani Gerardo Gonzàlez Aquino e Juan Manuel Bataglia. Quello sforzo, però, oltre alla vittoria, portò ad una grossa perdita economica rendendo indispensabile la presenza di nuovi soci. Orejuela, dunque, si vide le porte spalancate e, il 4 gennaio 1980, divenne proprietario del club.

A Medellìn gli eventi seguirono lo stesso corso. Pablo Escobar (la cui sorella, Luiz Maria Escobar, dirà, nel bellissimo documentario “Los dos Escobar”: Pablo ha sempre amato il calcio. Le sue prime scarpe furono da calcio, e morì in scarpe da calcio ), come ogni sudamericano che si rispetti, aveva una viscerale e profonda passione per il Gioco che dimostrerà, nel corso del suo regno, costruendo ben oltre 50 impianti nei barrios della città colombiana, sovvenzionando tornei per i ragazzi più poveri nell’ambito della sua operazione ”Medellin sin tugurios”, facendogli guadagnare l’appellativo di Robin Hood paisà. Escobar seppe utilizzare finemente il calcio come strumento di propaganda anche per i suoi fini elettorali, investendo fiumi di denaro e portando l'Atletico Nacional, la squadra dei verdolagas, a divenire la prima squadra colombiana a vincere la Copa Libertadores nel 1989 sotto la guida di Pacho Maturana, ed a contendere sino all’ultimo secondo utile la Coppa Intercontinentale al grande Milan di Sacchi.

Pablo Correa e Héctor Mesa rilevarono il pacchetto azionario di maggioranza del Deportivo Indiepndiente de Medellin all'inizio degli anni '80 salvo poi venire uccisi qualche anno dopo. La proprietà, così, passò nelle mani di Dario Ocampo, luogotenente de El Patron.

Un altro gregario di Gaviria, Gonzalo Rodrìguez Gacha, detto "El Mexicano", arrivò a possedere un terzo delle azioni del suo club d’amore elettivo: Millionairos. Il meccanismo è sempre lo stesso: una grande crisi sportiva e finanziaria. Sportiva perché non vincevano da parecchio tempo, finanziaria perché all'inizio dell'anno 1982, per ogni peso che entrava il club ne spendeva 1,75 per il suo mantenimento, quindi era urgentemente necessaria una capitalizzazione. In questo modo, Gacha entrò come socio di maggioranza. I Millionarios, occorre ricordarlo, furono la squadra dove militarono, successivamente allo sciopero indetto in Argentina, Alfonso Pedernera e Alfredo di Stefano.

A Santa Fe nuovi e ricchi investitori sostituirono i partner tradizionali. Guillermo "La Chiva" Cortés denunciò l’entrata di capitali sporchi nel club, salvo doversi arrendere quando la proprietà è passata nelle mani del gruppo Inverca de Cali, i cui principali azionisti erano Fernando Carrillo e, successivamente, Phanor Arizabaleta, leaders di spicco del Cartello di Cali.

Infine, il Deportivo Pereira. Squadra tradizionalmente “piccola” sino a quando il controllo passò nelle mani di Octavio Piedrahita, legato a Pablo Escobar, così che nel 1982 gli permise di arrivare quarta in campionato. Piedrahita diventerà, poi presidente del Nacional e, in seguito, morirà nella guerra dei cartelli.

Da quel momento il matrimonio sordido tra narco dollari e Fùtbol divenne inscindibile, permettendo che accadessero anche gli episodi che qui si vogliono ricordare:

- Il 1 dicembre 1981, un aereo sorvolò lo stadio Pascual Guerrero di Cali, annunciando la creazione del gruppo Muerte A Secuestradores, MAS. Quel giorno era in corso la finale América vs Nacional. Gli spettatori assistettero a una pioggia di volantini nei quali si leggeva che 223 boss hanno contribuito con 9 milioni di dollari e 2000 uomini armati a combattere i rapimenti e che questi sono andati a criminali comuni e gruppi di guerriglia che meritano di essere giustiziati… se gli autori non verranno individuati, la vendetta ricadrà sui loro compagni in carcere e sui loro parenti più stretti. Questo segnò l’ascesa dei gruppi paramilitari colombiani (Los Pepes) a cui CIA e Governo colombiano si affidarono per combattere Escobar e le FARC.

- L’interesse dei narcos era, come supponibile, fortissimo nel settore delle scommesse. Così il 15 novembre 1989 l’arbitro Alvaro Ortega, solo trenaduenne, venne ammazzato dai sicari di Escobar per aver fatto perdere, secondo il boss, la sua squadra nel derby dei cartelli: Indipendiente de Medellin vs America de Calì. Disse Jesus Diaz, amico della giacchetta nera, "Io e Alvaro stavamo andando a piedi al ristorante dopo la partita quando sentimmo un forte stridore di pneumatici, guardammo verso la macchina e vedemmo le pistole. Ortega aveva già capito e aveva cominciato a correre ma fu colpito a una gamba. Il sicario scese tranquillamente dall’auto e gli sparò altri nove colpi".

Alvaro Ortega

- L’omicidio di Andrès Escobar, difensore dell’Atletico Nacional e dei Cafeteros, da parte dei Los Pepes a causa del suo autogol nella partita dei mondiali USA 1994 contro i padroni di casa (che fece vincere questi ultimi portando i colombiani ad essere eliminati dal Torneo) che fece perdere migliaia di dollari, a insaputa del difensore, al gruppo paramilitare in scommesse. Questa “perdita” gli venne brutalmente rinfacciata nel parcheggio del bar Padua di Medellìn. A seguito dell’alterco con uno dei fratelli a capo dei Los Pepes e della mancanza di rispetto da parte del difensore, venne giustiziato nello stesso parcheggio con alcuni colpi di mitragliatrice da Humberto Muñoz Castro.

Photo courtesy of All Rise Films
Photo courtesy of All Rise Films

- Più recentemente, nel Novembre 2019, 'Tino' Asprilla (che ricordiamo con le maglia del Parma) ha rivelato che Julio Fierro, un narco, ha offerto a lui e Víctor Hugo Aristizábal di assassinare l'allora portiere paraguaiano José Luis Chilavert dopo Colombia-Paraguay in 1997. Asprilla afferma di aver risposto dicendo "Come mai? Sei pazzo, finirai il calcio colombiano e questo non può essere, nel calcio quello che succede su un campo rimane là", rifiutandosi di partecipare all'assassino. In un altro caso, sempre Faustino, ha rilasciato un'intervista nella quale ha affermato di avere avuto una relazione con un ex partner del trafficante di droga Juan Carlos Ramírez Abadía alias "Chupeta", e che quando i tre si sono incontrati, Ramírez Abadía avrebbe detto alla donna: “Non ti uccido perché stai con 'Tino'". Infine, Asprilla ha anche parlato di un'offerta milionaria fattagli dai signori della droga del cartello di Cali, Hélmer "Pacho" Herrera, Gilberto Rodríguez e Miguel Rodríguez Orejuela, insieme al presidente della Federcalcio colombiana, Juan José Bellini, se fossero riusciti a vincere tutte le partite ai Mondiali del 1994.

Faustino Aprilla con la maglia cafetera

- Nel 2007, Freddy Rincon (che vestì, tra le altre, la maglia del Napoli e del Real Madrid ) venne implicato a Panama in una rete di riciclaggio di denaro, guidata dal suo amico e trafficante di droga colombiano Pablo Rayo Montaño. Rincón è stato catturato in Brasile con una circolare rossa dell'Interpol. Tuttavia, è stato prosciolto dai crimini dalla giustizia panamense il 17 agosto 2016 dopo quasi 10 anni di battaglia legale per dimostrare la sua innocenza.

- Il primo estradato per traffico di droga nella storia della Colombia fu stato Hernàn Botero, presidente dell'Atlético Nacional. L'estradizione di Botero porterà i cartelli a formare un gruppo armato, "Los Extraditables", che getterà il paese nel caos. Il logo di questa organizzazione era l'immagine di Botero in catene.

- La lista dei presidenti di squadre di calcio assassinati per i loro legami con il traffico di droga o accusati di averli appoggiati è lunga: Botero (Nacional, prima estradato), Eduardo Dàvila (Uniòn Magdalena, accusato di traffico di marijuana) Ignacio Aguirre, alias 'El Coronel' (Tolima, assassinato negli anni '80), César Villegas (accusato di essere il luogotenente di Phanor Arizabaleta a Santa Fe e assassinato nel 2002) e Juan Josè Bellini (presidente della Federazione ed ex presidente dell’Amèrica legato al Cartello di Cali).

Arrivando ai giorni più prossimi ai nostri, nel 2010 con il presidente Juan Manuel Santos, si è data nuova linfa alla lotta al narcotraffico, istituendo, nel 2011, la “legge del calcio”, il cui scopo è proteggere le economie delle società calcistiche dai tentacoli del narcotraffico. Anche se è vero che i cartelli della droga in Colombia sono già molto indeboliti, hanno ancora la loro interferenza, perché nel 2014 il club Envigado ha preso il posto di América de Cali nella Lista Clinton a causa dei suoi legami con l'Ufficio. Envigado è una piccola città vicino a Medellín. Anche se di recente è uscita da quella lista. In ogni caso, il narcotraffico ha ancora la possibilità di tornare. Ci sono squadre di Prima B, la seconda categoria del calcio colombiano, che sono disposte a ricevere denaro e capitali per salire in Prima A.

Come in ogni storia sudamericana, questo viaggio è stato utile per comprendere come il Fùtbol sia stato il mezzo principe di ascesa sociale, acceleratore e accentratore di consenso popolare, palcoscenico sul quale assumere il ruolo di redentore da parte dei narcos che, per la maggior parte, provenivano dalle campagne venendo disprezzati dall'elitè colombiana soprattutto per l'estrazione popolare, più che per le attività illecite. Ma, allo stesso tempo, quel palcoscenico ha costituito anche il tallone di Achille dei cartelli colombiani di quegli anni che hanno visto nel Fùtbol un ideale riflettore sotto il quale guadagnare rispetto e notorietà. Desiderio che, però, li ha eccessivamente esposti al punto da costituirne il primo passo verso il loro definitivo smantellamento.

Ma il calcio colombiano, soprattutto quello de los hinchas (i tifosi, las barras - le curve), è maturato nel corso degli ultimi decenni e ne sta dando piena dimostrazione nel corso degli scioperi di queste settimane in occasione delle manifestazioni contro Duque e le riforme messe in atto dal suo governo. Si sono infatti coalizzate parecchie tifoserie contro la violenza della polizia e delle Forze Speciali (per intenderci quelle create proprio per contrastare il narcotraffico, ben addestrate dalla DEA - Drug Enforcement Agency) che stanno letteralmente eseguendo una carneficina tra i manifestanti: si contano al 10 Maggio 1000 feriti e cinquanta morti accertati. Qui di seguito i comunicati della Barra Cafetera, la curva della nazionale, un volantino esplicativo della situazione dell'Horda e un comunicato congiunto. Esiste quindi un popolo che vuole affrancarsi dalla fama di paese violento e a marca narcos, e che nel corso di questi giorni sta cercando di cambiare tutto.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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