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- di Fausto Nardone

I 3 motivi per cui la Juve non meriterebbe nemmeno l'Europa League


Dall'inesperienza di Mister Pirlo alla mediocrità di molti elementi della rosa bianconera, passando per le scelte azzardate sul mercato e arrivando alla tracotanza della dirigenza: ecco perchè la Juventus non meriterebbe di entrare nel "Club Europa" nemmeno dalla porta sul retro.


Atalanta 72, Milan 72, Napoli 70, Juventus 69, Lazio 64 (con una partita in meno): a tre giornate dalla fine della stagione e con lo Scudetto già cucito sul petto dell'Inter, ci pensa la lotta per l'Europa a tenere ancora vivo uno dei campionati più combattuti degli ultimi dieci anni. I bianconeri, oltre a non essere più avvezzi a lottare per un posto tra le prime quattro, dovranno far fronte anche ad un calendario che si prospetta più arduo rispetto a quello delle contendenti: dopo la mazzata nello scontro diretto in casa contro il Milan, la squadra di Pirlo affronterà prima il Sassuolo al Mapei e poi ospiterà i Campioni d'Italia a Torino, per chiudere infine con la trasferta di Bologna.

Dopo aver cercato di giustificare o, per lo meno, di trovare un senso alla deludente prima parte di stagione bianconera, è giunto il momento di indicare, a giochi ormai fatti, quali sono i tre motivi per cui la Juventus non meriterebbe di giocare in Europa nella prossima stagione.

1. La superbia della società

"Noi pensiamo positivo, non ci pensiamo a non arrivare tra le prime quattro. Non ci pensiamo, è una non ipotesi". Fabio Paratici, una delle figure più criticate della travagliata stagione bianconera, si esprimeva così ai microfoni di Sky, pochi minuti prima del recupero della terza giornata d'andata contro il Napoli (7 aprile 2021): dichiarazioni che miscelano del frivolo ottimismo con dell'inspiegabile arroganza, ma soprattutto che non sono nemmeno lontanamente giustificate dalle prestazioni offerte dalla squadra durante la stagione.

Un atteggiamento, quello del Managing Director dell'Area Football della Juventus, che sommato all'affaire Suarez e alle discutibili scelte di mercato degli ultimi anni (da quando è rimasto orfano di Marotta, per intenderci), lo fa inevitabilmente finire sul banco degli imputati: difatti, se fino all'acquisto di Cristiano Ronaldo la Juventus era considerata una delle società più virtuose del panorama europeo, sia a livello sportivo che a livello economico, dopo l'arrivo del portoghese pare che il paradigma si sia drasticamente ribaltato: nessun biggest bang for the buck, come furono ad esempio Vidal o Pogba (acquistati rispettivamente a 12,5 milioni di euro e 0,5 milioni di euro e rivenduti a 37 milioni più bonus ed a 72,6 milioni), ma tantissimi investimenti scriteriati, sia a livello di spese iniziali che di stipendi, rappresentate perfettamente dagli inadeguati Rabiot, Ramsey e Arthur.

Lo stesso CR7, per quanto all'epoca fosse il giocatore più forte e decisivo al mondo, si è rivelato l'acquisto più controproducente della storia bianconera: 100 milioni di € al Real Madrid e 31 milioni di € netti all'anno al portoghese per 4 anni, per un giocatore che deteneva sì ogni record possibile immaginabile di questo sport, ma che si avviava comunque verso il tramonto della sua carriera. E infatti, dopo 3 anni di Juventus, non solo la squadra ha inanellato una serie di pessime figure in campo europeo, ma ha anche bruscamente interrotto quel processo di crescita iniziato con la nomina di Andrea Agnelli come presidente (il quale, tra l'ossessione per la coppa dalle grandi orecchie e la creazione della tanto scriteriata quanto bizzarra Superlega, pare aver perso il controllo della macchina Juventus).

E se è vero che gli introiti, dalla stagione 2018/19 fino al fine dicembre 2020, sono aumentati notevolmente, è altresì vero che anche i costi siano cresciuti a dismisura: per rendere l'idea, la Juventus ha incassato 1,15 miliardi di € negli ultimi due anni, mentre per il solo CR7 ha avuto costi per circa 215 milioni: tirando le somme, il portoghese, che sta usando la Juventus solo ed esclusivamente per aggiornare i propri record per personali, incide da solo sul 20% delle spese annuali della Juventus. E così, come il Real Madrid dei Galacticos, il PSG o il Manchester City degli sceicchi, ma soprattutto a differenza del Bayern Monaco, del Barcellona degli alieni o del Real Madrid di Zidane, la Juventus ha preferito iniziare a collezionare costosissime figurine che non hanno portato a nulla piuttosto che continuare sulla strada della pazienza e della sostenibilità tracciata prima da Conte e poi da Allegri, ma soprattutto sotto la sapiente supervisione di Giuseppe Marotta.

Fabio Paratici, Pavel Nedved e Andrea Agnelli discutono a bordocampo prima di una partita.

2. L'inesperienza di Andrea Pirlo e la mediocrità della rosa

Nella sua biografia del 2013, "Penso quindi gioco", l'allora faro del centrocampo bianconero si pronunciò in questo modo riguardo un'eventuale carriera da allenatore: "Non punterei nemmeno un centesimo su un mio futuro da allenatore. È un lavoro che non mi entusiasma, prevede troppi pensieri e uno stile di vita esageratamente simile a quello dei calciatori. Ho già dato." Oggi, otto anni dopo, verrebbe da chiedersi per quale motivo abbia accettato di guidare quella che il suo predecessore Maurizio Sarri definì come una "squadra inallenabile".

Chi lo ha scelto, ingenuamente, si aspettava che il Maestro potesse replicare le gesta di Zidane a Madrid, scenario che si è rivelato impossibile principalmente per due motivi. Il primo, l'esperienza dell'allenatore: Andrea Pirlo contava 0 (zero!) panchine in carriera tra giovanili, prime squadre o addirittura come assistente o secondo allenatore; al contrario Zidane, dopo aver ricoperto alcuni incarichi a livello dirigenziale tra il 2009 e il 2013, ha iniziato la sua carriera come assistente di Carlo Ancelotti nel memorabile anno de La Décima (2013/2014), per poi passare alla guida del Real Madrid Castilla, collezionando 57 panchine tra il 2014 e il 2016. Sette anni di esperienza extracampo per il francese, un sonoro zero per il bresciano.

Punto secondo, l'abissale differenza tra le due rose: se da un lato Zizou, una volta subentrato al disastroso Benitez, ha potuto contare su un roster di campioni assoluti - su tutti Ramos, Marcelo, Kroos, Modric, Bale, Benzema e la miglior versione di Cristiano - che lo hanno portato a riscrivere la storia della Champions League tra il 2016 e il 2018, dall'altro Pirlo ha cercato in tutti i modi di far coesistere i suoi ideali di calcio totale con i giocatori a disposizione (palesemente non adatti a quel tipo di gioco), ottenendo risultati al di sotto delle aspettative e prestazioni che sarebbe un eufemismo definire indecenti. Per rendere meglio l'idea dell'inesperienza del tecnico bresciano, Conte ci mise appena due giornate per abbandonare il suo 4-2-4 a favore del più calzante 3-5-2, dopo aver capito il valore di Bonucci regista arretrato, protetto dagli scudieri Barzagli e Chiellini, ma soprattutto quando comprese la forza del centrocampo Pirlo-Marchisio-Vidal; Allegri, dapprima continuò sulle orme del 3-5-2 di contiana fattura, per poi virare sul tanto amato rombo a centrocampo con l'innesto di Pogba, chiudendo infine la sua avventura in bianconero con le intuizioni Mandzukic esterno sinistro e Dybala tuttocampista; persino l'integralista Sarri si piegò alle necessità della sua rosa e in particolare di CR7, disegnando un 4-3-3 che in fase difensiva si trasformava in un 4-4-2 con l'instancabile Matuidi sulla sinistra a compensare la pigrizia difensiva del portoghese.

Dal canto suo, Pirlo non è mai stato in grado di adattarsi alle caratteristiche della sua squadra, portando avanti un'idea di calcio liquido ad alta intensità che mai si è sposato con le doti dei suoi giocatori. Inoltre, partita dopo partita iniziava a sorgere spontanea una domanda: qual è la formazione titolare della Juventus? Non solo in questa stagione sono stati alternati tra gli altri 4-3-3, 4-4-2, 3-5-2 e chi più ne ha più ne metta (più per confusione che per versatilità della rosa), ma anche e soprattutto gli uomini impiegati non hanno mai trovato una continuità di impiego tra loro: questo ha impattato negativamente sia sul gioco proposto, sia sui risultati, sia sulla testa dei giocatori, che hanno dimostrato meno fame degli anni precedenti, oltre ad una fragilità psicologica che non si vedeva dai tempi in cui in panchina sedeva Luigi Del Neri: ne sono la dimostrazione i 4 punti persi col Verona, i 5 persi col Benevento, i 2 col Torino e i 5 con la Fiorentina, oltre naturalmente alla figuraccia nella doppia sfida di Champions col Porto.

Per non parlare poi della condizione fisica in cui versano alcuni calciatori: Cristiano Ronaldo e Morata sono attualmente impresentabili, Bentancur non azzecca un passaggio di due metri da inizio anno, dell'oggetto misterioso (e strapagato) Arthur non si hanno più tracce e persino i talenti dei giovani Kulusevski e Mckennie sembrano essersi appannati. Motivi, questi, che stanno spingendo la Juventus a cercare un allenatore di livello per la prossima stagione, considerato anche l'approdo di Mourinho sulla panchina della Roma e il probabile ritorno nel campionato italiano delle vecchie volpi Sarri e Spalletti: con queste premesse, il Pirlo visto quest'anno giocherebbe il ruolo dell'agnellino in mezzo ai lupi.

3. L'agguerrita concorrenza

A partire dalla scorsa stagione, la Juventus ha dato l'impressione di non essere più la macchina schiacciasassi che era stata sotto la guida di Conte e Allegri: questa sensazione deriva non solo dal paradossale indebolimento della squadra (com'è possibile indebolirsi acquistando il calciatore più forte in circolazione?) ma anche dal fatto che, anno dopo anno, le dirette concorrenti si siano via via più rafforzate. Mentre l'ex società di corso Galileo Ferraris si è fatta trarre in inganno dall'ossessione per la Champions League, anteponendo la nomea dei giocatori alla loro funzionalità al progetto sportivo, le squadre che da anni rincorrevano ne hanno approfittato per colmare il gap che i bianconeri avevano abilmente costruito negli ultimi anni: è il caso soprattutto di Inter e Atalanta, che ad oggi precedono la squadra di Pirlo in classifica.

I nerazzurri di Milano, dopo anni di investimenti sballati, ribaltoni in panchina, risultati altalenanti e cambi di proprietà, si sono affidati al duo Conte-Marotta: dopo il secondo posto nella prima stagione, il tecnico salentino è riuscito a riportare quest'anno il tricolore sotto la Madonnina, restituendo all'Inter quella credibilità sportiva che mancava dai tempi del Triplete mourinhano. Gli Orobici, dal canto loro, grazie alla triade Percassi-Sartori-Gasperini, sono riusciti a creare un modello tanto vincente quanto sostenibile: non è un caso che la Dea si sia qualificata matematicamente ad una competizione europea per il quinto anno consecutivo, oltre ad essere una delle poche società ad aver chiuso in positivo l'ultimo esercizio (51 milioni di € di utile su 241,9 milioni di € di fatturato). Il gioco spumeggiante, la valorizzazione dei giovani e le plusvalenze di mercato sono solo la diretta conseguenza del modello virtuoso creato dalla squadra bergamasca.

Non è un caso se la Juventus, quest'anno, abbia racimolato un solo misero punto contro le due nerazzurre (in attesa del ritorno in casa con l'Inter alla penultima giornata): 1-1 contro l'Atalanta all'Allianz, 0-2 a San Siro contro l'Inter, 0-1 il ritorno al Gewiss Stadium. Dal canto suo il Milan, che sulla carta sembra essere nettamente inferiore ai bianconeri, ha dimostrato di saper sopperire alla mancanza di "nomi" con fame, unità di squadra e coraggio, doti messe in scena nello 0-3 con cui gli avvoltoi rossoneri hanno pasteggiato sulle carcasse bianconere all'Allianz Stadium. Occhio infine a Napoli e Lazio, le due outsider tornate prepotentemente in corsa per un posto Champions. La squadra di Gattuso, che per lunghissimi mesi ha dovuto rinunciare non a uno, ma bensì ad entrambi gli attaccanti titolari, ha finalmente trovato la quadra e si è issata a soli due punti dal duo Atalanta-Milan; inoltre, i partenopei godono anche del vantaggio del calendario, con tre partite decisamente abbordabili contro avversari che hanno poco da chiedere al campionato in corso. La Lazio, invece, galleggia a tre punti dagli azzurri ed è in attesa di recuperare la partita col Torino: matematicamente i biancocelesti sono ancora in corsa per l'Europa che conta, nonostante le insidie dei prossimi incontri e la solita e ormai proverbiale limitatezza della rosa.

In conclusione, le discutibili scelte societarie, la preventivabile immaturità dell'allenatore, l'inadeguatezza della rosa, l'assoluta mancanza di gioco, la precaria condizione atletica e il decisivo rafforzamento delle concorrenti: un anno fuori dalle competizioni europee avrebbe potuto (matematicamente la Juventus giocherà almeno l'Europa League) rappresentare un enorme bagno di umiltà e, diciamolo, potrebbe far bene a tutto l'ambiente bianconero. Altro che Superlega.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Fausto Nardone, nato a Verona nel ’93, anno in cui il suo idolo Pinturicchio rinunciò alla tavolozza dei colori per iniziare a dipingere solo in bianco e nero. Tifoso juventino e avellinese grazie (o a causa) di suo padre, adora l’estetica concreta di Guardiola, la variante Ascari di Monza e il rovescio a una mano di Federer. Si guadagna la pagnotta occupandosi di comunicazione e marketing ed extra-sportivamente ama cucinare, viaggiare per ostelli, guardare Cinepanettoni e ascoltare i Red Hot Chili Peppers. Il suo ricordo sportivo più bello? Stagione 2002/2003, campionato di Serie C1, Stadio Partenio-Lombardi: Avellino 3 - Benevento 1.

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