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- di Marco Massera

"Ero finito in un buco nero": i dolori del giovane Thiem e la società della prestazione


Dalla vittoria Slam alla crisi psicologica. Mostri e limiti umani di un tennis che, come la società, sta divorando sè stesso.


Mi sento vuoto. Quello che emerge dall'intervista di Dominic Thiem al Der Standard, giornale viennese che ha raccolto la sua intima confessione, tocca temi scomodi, derive esistenziali sul mondo dei vincenti, problemi psicologici che ai vertici dello sport conviene non guardare. Ma a cui ora siamo tutti più sensibili. A causa della pandemia sono molte le parti sommerse degli iceberg che emergono in superficie, scuotendo il tennis come gli altri sport. Nel 2020 Thiem ha vinto il suo primo Slam allo US Open, il miglior risultato della carriera. A sette mesi dal trionfo, Thiem sembra precipitato in una depressione da stress, che tutto ha in comune con le sindromi depressive caratteristiche della società della prestazione. La nostra società. Vi spieghiamo perchè.

La società della stanchezza

"Nel tennis non hai tempo per elaborare la vittoria. In questo sport, se non sei al 100%, perdi. Quindi è meglio non andare ai tornei e tornare quando stai meglio. Ho bisogno di allontanarmi, preferisco stare a casa."

Dopo un inizio di stagione opaco e le rinunce ai primi tornei su terra rossa per Thiem si sono accesi i campanelli d'allarme della stampa, prima dell'intervista che ha svelato il suo mal de vivre. A livello fisico, Thiem è fermo per problemi al ginocchio, ma i motivi dell'allontanamento sono innazitutto da esaurimento.

Un simpatico filosofo sud-coreano, Byung Chul-Han, ha ben fotografato quello che esprime Thiem. Non siamo più solo nella società "disciplinare" che obbligava il povero scrivano Bartleby (o l'onesto manovale Ferrer) a ricopiare meccanicamente fogli su fogli per paura del capo. L'obbligo oggi viene invece dall'interno: la società della prestazione si fonda sull'imperativo di realizzare sè stessi.

La depressione in questo senso sarebbe la reazione patologica dell'uomo (Thiem) che non è più in grado di poter-fare, e quindi di rispondere all'imperativo di realizzare sè stesso. Il depresso si autoaccusa di non-essere-più-in-grado-di-fare. Questa è la società della prestazione, molto più efficace della precedente in termini produttivi, perchè l'obbligo di fare viene dall'interno dello stesso lavoratore, non più solo dal capo. Un lavoratore che si "costringe liberamente" a massimizzare la produzione.

I giocatori di tennis odierni esprimono perfettamente questa condizione: nessuno li obbliga a giocare i tantissimi tornei del calendario, ma non giocarli significa meno soldi e meno punti, con l'ansia costante che qualcuno faccia meglio di loro. È la sindrome di Michael Jordan che si allenava di notte per paura che dall'altra parte del mondo ci fosse qualcuno che si stesse allenando più di lui. Una frenesia ansiosa che si è spalmata a tutti i livelli e su ogni giocatore (a parte forse Benoit Paire). Han teorizza infine che dopo tutta questa frenesia da obbligo del poter-fare, si giunga infine a una società della stanchezza, ossia del non-fare, figlia dell'esaurimento generale, che riconquisti il senso della pausa, dell'intervallo, della sospensione dell'attività. Viene da chiedersi se per arrivarci, bisogna passare per forza per una società di (tennisti) depressi.

Ridimensionare per non implodere

"Mi sento vuoto. Non ho nemmeno guardato le partite di Champions League (è grande tifoso del Chelsea ndr), nè seguito Montecarlo. Spero di uscirne ma non lo so."

Molti tennisti, tra cui lo stesso Thiem, evidenziano un tennis in cui si gioca troppo. Non menzionano però il fatto che giocare meno significa guadagnare di meno, un dettaglio significativo. Tutelare la qualità del gioco significa accettare di guadagnare di meno. Lo deve fare in primis l'istituzione, l'ATP, accorciando il calendario a costo di rinunciare a cospicui introiti. Lo devono accettare di conseguenza i giocatori d'elite, se ci tengono a non subire il sistema. Ridimensionare.

Discorso complesso invece per la giungla dei Challenger, un mondo da sempre duro dove la paga è bassa e lo sforzo enorme, figlio bastardo di una legge della domanda e dell'offerta che premia in modo "spietatamente giusto" solo chi arriva al vertice, passando a suon di roncolate attraverso la foresta di tornei minori. In questo senso ridimensionare può anche voler dire, in parte, redistribuire. A fondo perduto, è chiaro. Il capitale umano costa sacrificio e non fa dividendi, ma è sostenibile e guarda lontano. Le società devono rendersene conto per non implodere.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facessero gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la Toscana e i fumetti di Corto Maltese.

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