
Considerazioni sparse sull'esonero di José Mourinho
L'esonero di Mourinho ci fa sentire tutti un po' più vecchi, perché certifica la decadenza un’icona di un calcio vicino nel tempo ma già lontanissimo.
– La notizia dell’esonero di José Mourinho dal Tottenham è arrivata proprio nei giorni di fuoco della bagarre Superlega. Per questo la notizia è passata quasi in sordina, a causa di un timing tanto beffardo quanto emblematico: come se il dibattito sul calcio che verrà stesse spazzando via senza alcun riguardo un pezzo, eminentissimo, del calcio che fu. E’ un esonero, a maggior ragione in questo frangente, che ci fa sentire tutti un po' più vecchi, perché certifica la decadenza un’icona di un calcio vicino nel tempo ma già lontanissimo. Oggi il centro del dibattito sta altrove, ma sembra ieri che Mourinho era sul tetto del mondo, alzava le Champions, sorrideva sornione rispondendo ai giornalisti con frasi ad effetto, correva sull’erba del Camp Nou in barba a tifosi catalani lividi di rabbia: sembra ieri che in Mourinho si identificava una figura nuova e vincente. Ed invece il pallone ha rotolato così velocemente da farlo sembrare vecchio, e far sì che molti aspetti su cui ha costruito la sua carriera siano diventati pericolosi difetti che gli impediscono di continuarla, a certi livelli;
– C’era un tempo in cui Mou faceva le rivoluzioni, partendo dalla concezione del ruolo di allenatore: fu il primo tra i colleghi ad esser “star”, il più atteso in conferenza stampa (chi si dimentica il suo esordio nerazzurro con “non sono un pirla”, il “monaco di Tibete”, il “sogno ed ossessione”, il “zero tituli”, la “prostituzione intellettuale”), quello su cui si soffermavano le telecamere sul campo (a bordo campo era uno showman, tra scivolate e gesto delle manette). Fu il primo a capire che il raggio d’azione del suo ruolo poteva essere allargato, anche talvolta oscurando (o proteggendo) quello dei suoi giocatori. Lo Special-One era lui, e nessuno dei suoi atleti si sognava di rubargli la scena: Mourinho si è però cristallizzato in quel tempo, senza evolversi: ma oggi le star sono i calciatori, che difficilmente ammettono che le luci della ribalta non siano su di loro, e alle conferenze stampa dei tecnici spesso i giovani preferiscono le stories sui social dei campioni. E sarà da boomer dire che i tempi son cambiati, ma è proprio così: tutto va velocissimo, quella rivoluzione mediatica di cui fu un propulsore decisivo è già stata spazzata via da un’altra, avvicinando il vate di Setubal al sunset boulevard.
- Sul campo, Mourinho non ha mai inseguito altro più della vittoria: e banalmente, finchè ha vinto, questa è stato ciò che lo ha portato nell’Olimpo. Da quando i risultati sono arrivati più a stento (ultimo trofeo, la Europa League vinta con lo United nel 2017) , è cominciato il processo al suo calcio, come fosse diventato un calcio vecchio di colpo: la verità è che l’innovazione sul campo, delle squadre di Mourinho, non è mai stata tanto nella tattica o nella manovra, quanto nel fervore e nella forza mentale con cui inseguivano la vittoria, suo unico e indissolubile credo. Il suo eterno rivale, Guardiola, ha dimostrato di saper rinnovare il suo gioco, come marchio di fabbrica, più volte, e proprio in questi giorni sta certificando i suoi cambiamenti con nuovi successi: ha prediletto il cambiamento del mezzo per ottenere il fine, mentre per Mourinho questo passaggio non è mai davvero avvenuto. Mourinho ha smesso di essere Mourinho quando ha smesso di vincere. E se metti i “tituli” sopra a tutto, rischi che poi sia la bacheca vuota a condannarti.
- L’altro enorme punto di forza del vecchio Mourinho, trasformatosi in punto di debolezza oggi, è il rapporto con i giocatori: un tempo lo Special One era un motivatore fenomenale, il condottiero dietro a cui i giocatori si schieravano come soldati, certi che la direzione da lui impressa fosse quella giusta, e felici di avere davanti a loro un parafulmine di attenzioni mediatiche, critiche e insuccessi. Tutti erano disposti a fare tutto per Mourinho: ricordate Eto’o terzino in una semifinale di Champions, o il pianto di Materazzi dopo il Triplete? Oggi sembra aver perso quel tocco magico, o meglio non aver capito quali sono i rapporti di forza che governano i grandi club ed il calcio corrente. L’attacco ai suoi giocatori dopo la sconfitta in EL complimentandosi nello spogliatoio avversario, il suo “same coach, different players” , detto in conferenza stampa riguardo alla mancata forza mentale del suo Tottenham, sono metodi del vecchio Mou, che se prima erano uno sprone capace di far breccia nell'animo dei suoi atleti, oggi hanno perso la loro forza propulsiva. Molti elementi, tra cui le critiche rivoltegli da alcuni suoi atleti (Pogba su tutti) sono indice di una totale asintonia con il tempo ed il suo ruolo, calato nell’hic et nunc: il suo stile non sa più ricreare le tensioni positive di un tempo, e l’aspetto motivazionale su cui aveva costruito un impero di successi è caduto anche per questo;
– Ma Mourinho è davvero un vecchio arnese del calcio? Se guardiamo al motivo per cui fu chiamato al Tottenham, si potrebbe anche non esser d'accordo: in fondo, le richieste iniziali erano allargare il raggio del brand degli Spurs e ed avvicinarsi a qualche risultato, nel competitivo panorama inglese ed europeo (considerando che la finale di Champions vissuta con Pochettino fu un uovo con due tuorli). Nel primo caso, l’operazione di marketing è riuscita alla perfezione: un simbolo è la serie "All or Nothing", che avrà pure fatto diventa re un docu-film su sé stesso, ma ha raccolto grandissimo successo mediatico. Per quanto riguarda i risultati, sebbene deludenti in Premier ed in Europa League, in realtà gli è stato impedito di giocarsi la finale di League Cup del 25 aprile con il City che avrebbe potuto permettergli di piantare l’eterna bandierina dei tituli. Ma anche avesse vinto, nel calcio di oggi, non bastano carisma, atteggiamento brillante in press-room e vittorie. Pare che oggi conti come si vince, più che quanto si vince: l’esatto contrario di ciò su cui ha basato la sua carriera. Mou non è vecchio, ha “solo” 58 anni, ma deve svoltare per adattarsi a ciò che oggi lo può far tornare un campione nel suo ruolo: in fondo glielo auguriamo, perché proviamo tutti una punta di nostalgia per ciò che rappresentava, e tutti speriamo di vederlo ancora guascone e vincente a bordo campo, anche solo per sentirci meno vecchi.
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