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6 min

- di Gabriele Moretti

Il lato oscuro del calciomercato: sfruttamento e sogni spezzati tra Africa e Europa


Sedotti e abbandonati da procuratori e società senza scrupoli, migliaia di giovani ogni anno pagano migliaia di euro in cambio della promessa di provini e contratti per ricche società europee e asiatiche inesistenti, finendo costretti nella spirale dello sfruttamento e del traffico di esseri umani.


Quando nel 2007 uno dei tanti barconi carichi di migranti salpati dall’Africa per raggiungere le coste europee si arenò su una spiaggia di Tenerife, nessuno pensava che quest’evento potesse avere qualcosa a che fare con il mondo del calcio. Le indagini, tuttavia, portarono alla scoperta di un fatto peculiare su cui all’epoca quasi nessuno aveva, o aveva voluto, focalizzare l’attenzione: ben quindici di quei ragazzi non si erano imbarcati come tanti altri per raggiungere amici o familiari con la vaga speranza di una vita migliore. Quei quindici adolescenti erano stati convinti di viaggiare verso l'Europa per sostenere dei provini per Real Madrid e Olympique Marsiglia. Provini che ovviamente non erano mai stati organizzati. Così si ritrovarono abbandonati su una spiaggia delle Canarie, mentre i risparmi delle loro famiglie e le loro speranze in un futuro nel calcio che conta si erano volatilizzati insieme ai “procuratori” che avevano organizzato il viaggio. Per quanto possa sembrare tristemente straordinaria, la storia di questi quindici ragazzi è soltanto la punta dell’iceberg di un sistema criminale fatto di traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro sporco, sfruttamento minorile, truffe e sogni infranti che il mondo del calcio fatica a riconoscere e, di conseguenza, combattere.

Per farsi un’idea delle dimensioni di tale fenomeno, basta dare un’occhiata ai dati raccolti di Culture Foot Solidaire (CFS), un’associazione fondata dall’ex calciatore camerunese Jean-Claude Mbvoumin che si occupa di dare sostegno materiale, logistico e psicologico ai giovani calciatori e alle loro famiglie. Secondo uno studio pubblicato da CTS, il 98% degli aspiranti calciatori che arrivano a Parigi sono immigrati illegali e il 70% di loro è minorenne. Altre pubblicazioni sostengono che il traffico illegale di giovani calciatori dall’Africa all’Europa coinvolga circa 15000 ragazzi ogni anno. Se da un lato non si tratta di una vera e propria novità – l’emigrazione “calcistica” verso l’Europa esiste quantomeno dal secondo dopoguerra – è sotto gli occhi di tutti come negli ultimi vent’anni quella che era l’eccezione si sia trasformata in un fenomeno molto lucrativo e di grandi dimensioni, accelerato dalla crescita del movimento calcistico africano, dai buoni risultati internazionali di squadre come Camerun, Nigeria e Senegal nonché dalla definitiva affermazione di giocatori africani di primissimo livello nella élite del calcio europeo. Anche i cambiamenti istituzionali hanno avuto un peso enorme.

Jean-Claude Mbvoumin con gli ex dirigenti FIFA Sepp Blatter e Jerome Champagne per una tavola rotonda sullo sfruttamento dei minori nel calcio.

In particolare, due decisioni della FIFA hanno, se non stravolto, quantomeno accelerato bruscamente il processo. Nel 2001 infatti la FIFA stabilì che i club che si occupavano della formazione sportiva e scolastica di giocatori tra il 12 e i 23 anni avessero diritto di una compensazione economica da parte delle società di fascia più alta in cui questi ragazzi si sarebbero trasferiti, con lo scopo di premiare le academies virtuose. Il risultato, ahimè, fu esattamente l’opposto rispetto a quello che teoricamente si voleva raggiungere: invece che premiare gli investimenti fatti dalle academy per lo sviluppo dei giovani, si è fatto in modo che questi ultimi spesso vengano considerati esclusivamente come una potenziale fonte di denaro. Le conseguenze di questa regolamentazione hanno sortito il maggiore effetto in Africa occidentale, la zona con maggior tradizione calcistica in tutto il continente. Nell’area che va a grandi linee dal Senegal al Gabon il calcio gioca un ruolo fondamentale e coinvolge milioni di giovani. Basti pensare che nella sola Accra, capitale del Ghana, oltre 20’000 ragazzi tra i 12 e i 17 anni fanno parte di una delle 240 squadre giovanili presenti in città. Le academies sono numerosissime e brulicano costantemente di talent scout provenienti da tutto il mondo.

Se in molti casi i cercatori di talenti lavorano onestamente e in buona fede, in moltissimi altri casi accade il contrario: giovani e giovanissimi vengono adescati da presunti agenti senza scrupoli che in realtà non hanno alcun contatto con club professionistici né in Africa né tanto meno in Europa e convincono gli aspiranti calciatori a firmare contratti estremamente sconvenienti che impongono pesantissime commissioni alle famiglie – parliamo di cifre che vanno dai 2500 agli 8000€ che i genitori normalmente riescono ad ottenere solo indebitandosi o vendendo tutti i propri beni – per provini che in realtà non esistono. Quando le cose vanno relativamente bene, gli adolescenti vengono portati in Europa e lasciati a se stessi in aeroporto o in qualche grande città.Quando le cose vanno male, vengono infilati in un barcone stracolmo con buona probabilità di morire annegati senza aver nemmeno mai visto da lontano le coste europee. In alcuni casi – estremamente rari – i ragazzi vengono davvero portati a fare dei provini o addirittura riescono ad ottenere dei contratti. Ma questi contratti, normalmente, sono sconvenienti al limite dello sfruttamento, garantendo una fetta importante dei guadagni (spesso più del 50%) agli pseudo agenti.

L'undici del West African Football Academy, squadra fondata nel 1999 dal Feyenoord nella cittadina di Songakope. Attualmente milita nella Premier League ghanese.

È importante sottolineare che questo traffico non è limitato agli uomini. Con la crescita esponenziale del calcio femminile in Europa e negli Stati Uniti, sempre più ragazze vedono calciatrici africane giocare in squadre europee e, giustamente, iniziano anche loro a sognare un futuro nel mondo del calcio. O più semplicemente, come sostiene Sine Agergaard, professore di Scienze dello Sport all’Univeristà di Aarhus, sognano di vivere in un paese in cui anche da adulte possano liberamente continuare a giocare a calcio. Un’opzione quasi sempre negata dalla cultura maschilista del loro paese d’origine. A differenza degli uomini, però, è raro che le calciatrici vengano selezionate da agenti e molto spesso si appoggiano a reti informali, quali amiche e parenti residenti tipicamente in Germania o in Scandinavia, dove il calcio femminile ha più successo. Un altro aspetto molto interessante è che le aspiranti calciatrici migranti non citano quasi mai motivazioni meramente economiche, ma solitamente raccontano di volersi trasferire in Europa per potersi allenare in strutture migliori e avere la possibilità di continuare a giocare anche dopo la prima adolescenza. Dal loro punto di vista i soldi sono importanti, ma restano secondari rispetto alla possibilità di emanciparsi ed essere rispettate.

Il traffico di giovani calciatori (e calciatrici) non è un fenomeno legato soltanto all’asse Africa-Europa. Nel giugno 2015, un’indagine di FifPro ha portato alla luce un sistema che partiva dal golfo di Guinea e arrivava nel sud-est Asiatico. Fece scalpore il caso di venti giovani liberiani, dei quali sei sotto i diciotto anni, che con la promessa di diventare professionisti vennero portati in Laos. Lì vennero costretti a vivere e dormire negli spogliatoi dello stadio e venne detto loro che non se ne sarebbero potuti andare finché non avrebbero ripagato tutte le spese di viaggio, vitto e alloggio. Molti altri giocatori fanno un percorso simile verso Vietnam, Thailandia, India e soprattutto verso la penisola araba e il medio oriente. Un altro caso che arrivò sulle prime pagine dei giornali occidentali grazie a una splendida inchiesta del The Guardian fu quello della triste esistenza degli africani nel campionato nepalese, abbandonati a se stessi dopo il terribile terremoto del 2015.

Ovviamente il traffico di esseri umani legato al calcio non è stato del tutto ignorato dalle istituzioni internazionali. Un primo report preoccupante venne pubblicato nel 1999 dall’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, che lamentava il rischio «della creazione di un vero e proprio traffico di schiavi» legato ai calciatori africani. Pochi anni dopo anche la Commissione Europea denunciò il problema. Tuttavia, fino al 2006 FIFA e UEFA restarono in silenzio. Solo in quell’anno Michel Platini ne parlò durante la sua campagna elettorale, seguito da Sepp Blatter, che addirittura definì i club coinvolti nei traffici come «neocolonialisti dediti allo stupro socioeconomico». Nell’ultimo decennio sono stati prese delle misure, alcune efficaci e alcune persino controproducenti. Ad esempio, la FIFA ha vietato, tranne in rarissimi casi, i trasferimenti internazionali per i minorenni. Ciononostante, solo nel 2015, la stessa FIFA ha dato via libera a 2323 trasferimenti internazionali, mentre ne ha bloccati soltanto 393.

Ancora oggi, l’azione più eclatante è stato il blocco del mercato temporaneo per Real Madrid, Atletico Madrid e Barcellona - rei di irregolarità in trasferimenti di calciatori minorenni - ma non sembra esserci stata la volontà di affrontare davvero il problema. FIFA ha dichiarato che può limitarsi ad agire sulle attività legate direttamente al gioco del calcio, mentre il traffico di persone è un crimine e non rientra nelle sue possibilità d’intervento. Innegabile, ma anche solo smetterla di disinteressarsi del problema sarebbe d’aiuto.

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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