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7 min

- di Simone Renza

Non la solita semifinale


Chi ancora crede che il calcio non abbia un legame inscindibile con la politica è profondamente nel torto e la semifinale di questa sera dimostra come la vera etica calcistica si gioca sul campo delle "vecchie" competizioni, e non nei dibattiti sulla SuperLeague.


"Lei è di quelli che credono che noi ricchi non abbiamo sentimenti"

"Li avete. Ma meno drammatici. Le vostre sofferenze vi costano meno o le pagate meno"

(Manuel Vazquez Montalban, I mari del Sud)

Il calcio non è un qualcosa che si può dare per scontato, nonostante questi tempi di pubblico assente e di presunta noia degli adolescenti, come ha voluto raccontare il presidente madridista Florentino Perez giustificando quel colpo di stato chiamato SuperLega.

Quel breve ma intenso colpo di teatro, che ha animato qualunque appassionato del pallone, ha portato con sé diversi strascichi, politici e non. Uno tra tutti è stata la deposizione di Andrea Agnelli quale presidente dell’ECA (European Club Association), poiché presidente di uno dei club aderenti alla sopra menzionata SuperLega, e la nomina del qatariota Nasser Al-Khelaïfi, presidente del Paris Saint-Germain. Com'è noto, il PSG non ha aderito sin da subito a quel folle progetto al contrario del Manchester City, guidato oggi dal principe di Abu Dhabi Sheikh Mansour Bin Zayed Al Nahyan, presidente de facto dei Citizens e cugino di di Tanim bin Hamad al-Thani colui che acquistò il PSG nel 2011 per poi affidarlo nelle mani di Al-Khelaïfi.

Proprio City e PSG, si sfideranno stasera per la prima volta da quando i cugini hanno assunto il controllo dei clubs in una semifinale di Champions League. Al di là dell’alto tasso tecnico che andrà in scena sui prati verdi franco-inglesi - e che siamo sicuri, ci farà strabuzzare gli occhi - questa partita nasconde qualcos’altro.

Partiamo dalle rive della Senna.

Com'è noto, il 2 dicembre 2010 sono stati assegnati i prossimi Campionati del Mondo al Qatar, scelta che portò ampi strascichi all’interno del massimo organismo mondiale del calcio dopo le accuse di corruzione che hanno condotto alle dimissioni di Sepp Blatter ed all'arresto di sette dirigenti, tra cui Le Roi Platini.

Ma non solo. Un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian ha portato alla luce un agghiacciante bollettino di morte proveniente dai cantieri degli stadi qatarioti che ha visto, ad oggi, circa 6000 lavoratori, diretti e dell’indotto, perdere la vita a causa delle condizioni di lavoro. Ciò ha sollevato un’immediata reazione sia della Federazione Norvegese, grazie alla voce grossa del Tromso, e a quella tedesca. Entrambe, nell'ultima pausa per le nazionali, hanno espresso sdegno per quanto è accaduto: sia attraverso comunicati stampa delle stesse Federazioni, sia attraverso una maglietta collettiva indossata durante gli inni dai giocatori, sia attraverso le singole voci dei loro calciatori più rappresentativi (Kroos, Haaland etc).

Haaland, attaccante Norvegese
Nazionale tedesca di Calcio

Ma la questione non riguarda solo i diritti dei lavoratori. In Qatar, stando al rapporto annuale di Amnesty International, le autorità hanno ulteriormente rafforzato le restrizioni alla libertà di espressione, le donne continuano a subire discriminazioni nella legge e nella pratica le esecuzioni sono riprese dopo una pausa di 20 anni.

E non è tutto. Un anno dopo emergono indagini sull’assegnazione dei diritti televisivi del Mondiale (per il 2026 e il 2030) a beIn Sports, di cui il principe qatariota è proprietario. Il presidente del PSG, infatti, è stato accusato di corruzione dell'ex segretario generale della FIFA Jerôme Valcke. Questo è stato, infatti, accusato di aver accettato tangenti, cattiva gestione aggravata e falsificazione di documenti. Al-Khelaifi è stato accusato di aver indotto Valcke a frodare, attraverso una mala gestio, la FIFA. Oltre ai diritti televisivi, gli addebiti mossi dalle autorità svizzere riguardano anche l'acquisto di una villa in Sardegna, Italia.

Jerome Valcke e Nasser Al-Khelaïfi

L'inchiesta sostiene che a Valcke è stato concesso il diritto esclusivo di utilizzare la proprietà per 18 mesi senza dover pagare l'affitto fino a 1,8 milioni di euro per quel periodo: dunque, non una vera e propria mazzetta, come eravamo abituati a vedere negli anni ’90, ma una dazione di beni.

Ma non solo. Lo stesso Valcke è anche accusato di aver ricevuto tre pagamenti per un totale di 1,25 milioni di euro alla sua società Sportunited LLC.

Dunque, corruzione diretta ed indiretta, stando ai giudici svizzeri.

Al-Khelaifi ha negato qualsiasi accusa ed ha ribadito la sua posizione affermando: “Sono stato scagionato da ogni sospetto di corruzione e il caso è stato archiviato definitivamente e in modo definitivo. Sebbene un addebito tecnico secondario rimanga in sospeso, mi aspetto che questo venga dimostrato completamente infondato”.

Se Sparta piange, però, Atene non ride.

Attraversando la manica, arrivando sulla sponda blu mancuniana, condotta magistralmente da quel maestro di Calcio che risponde al nome di Pep Guardiola, la cui maestria sta facendo emergere un giocatore che chi scrive ama tantissimo che è Foden. Ma i soldi con cui Pep può gestire un parco giocatori così ampio e folto di campioni derivano dallo Sceicco Mansour Bin Zayed Al Nahyan il quale, recentemente, ha acquistato la prima coppa utilizzata per premiare i vincitori della FA Cup per, circa, 759.052 sterline, pur mettendola a disposizione del National Football Museum di Manchester. Misero contentino per un trofeo storico e che, per legge naturale e volontà dei fondatori, sarebbe dovuto appartenere alla collettività.

Lo Sceicco e la FA Cup

Ma non solo City.

Attraverso la Abu Dhabi United Group ha nel 2013 comprato una seconda squadra negli Stati Unita a New York e poi una terza in Australia, il Melbourne City F.C. Non bisogna dimenticare poi che ha anche l'Al-Jazira SCC, squadra che ha recentemente affrontato il Real nel Mondiale per Club.

Grande appassionato di calcio ma anche politico. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, ricopre le cariche di Vice-Primo Ministro, Ministro degli Affari Interni, Presidente della First Gulf Bank, Vicepresidente del Comitato dei Ministri delle finanze e dello sviluppo economico, Presidente della Compagnia Internazionale degli Investimenti petroliferi (IPIC), Presidente del Dipartimento Giudiziario di Abu Dhabi; Presidente del Consiglio di Amministrazione dell'Autorità di Abu Dhabi, Presidente della Fondazione Emirates, Presidente della Fondazione Khalif, Presidente di Al-Jazira Club di Abu Dhabi. Di certo non si annoia. Così come i suoi sudditi.

Gli stessi Emirati Arabi Uniti, di cui appunto ricopre un numero insensato di cariche, si rendono però costantemente responsabili di arresti arbitrari, episodi di tortura e sparizione forzata.

Gli Emirati Arabi Uniti sono infatti i diretti responsabili del tremendo conflitto sconosciuto a tanti che ha come teatro lo Yemen e le cui vittime si contano a migliaia, rendendosi protagonisti di svariati crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale (in cui l'Italia, si deve ricordare, riveste un ruolo centrale grazie alle forniture di armi). Inoltre gli UAE hanno fornito illecitamente armi e attrezzatura militare alle milizie schierate nello Yemen.

Non solo ingerenze negli affari peninsulari.

Gli UAE hanno riconosciuto l’esercito nazionale di liberazione libico (Libyan National Army, Lna), macchiatosi di gravissime violazioni del diritto internazionale in Libia, fornendo loro armi e diretto appoggio militare nelle operazioni con i droni. Tutto ciò in palese violazione dell’embargo sulle armi in Libia.

Sul fronte interno, Amnesty International ha documentato numerosi casi di violazione dei diritti dei detenuti. Nella maggior parte dei casi, che hanno visto il coinvolgimento dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (State Security Agency, Ssa), le persone coinvolte sono state arrestate in assenza di garanzie, tenute in isolamento per settimane o mesi, sottoposte a tortura o maltrattamenti.

Un esempio: Alia Abdelnoor Mohamed Abdelnoor, malata di tumore in fase terminale, è morta incatenata a un letto d’ospedale di al-Ain, a seguito al suo arresto nel 2015 per accuse di terrorismo vaghe e non circostanziate, costituite da “confessioni”. Scontava una condanna a 10 anni di reclusione.

Ma non solo cittadini dell’UAE.

Il libanese Ahmad Ali Mekkaoui è stato arrestato e trattenuto in isolamento per via di accuse di “compromettere la reputazione degli Uae”, dopo che sua sorella e il suo avvocato libanese avevano parlato del suo caso durante un’intervista televisiva. Ahmad Ali Mekkaoui sta scontando una condanna a 15 anni di carcere. Nel corso del processo, come riporta sempre Amnesty International, ha dichiarato di aver subito torture ed essere stato violentato con un bastone metallico.

Ahmad Ali Mekkaoui

Dunque, in quel paese la libertà d’espressione è fortemente limitata e chi osa esprimere un’opinione dissidente rispetto al pensiero unico della monarchia può essere liberamente arrestato e processato per poi languire in carcere in condizioni terribili.

Uno di loro è Ahmed Mansoor, attivista per i diritti umani, attualmente in carcere dopo essere stato condannato nel 2018 a dieci anni di reclusione per i commenti pubblicati sui social network (ricorda molto il caso Zaki). Ha scioperato privandosi del nutrimento per ben due volte. A seguito di queste proteste, è stato ulteriormente isolato e picchiato.

Dulcis in fundo. Un’inchiesta della Reuters ha fatto luce sul coinvolgimento delle autorità degli Uae nel cosiddetto “Project Raven”, nell’ambito del quale ex agenti dei servizi di intelligence americani avrebbero aiutato le autorità degli UAE a sorvegliare alcune persone, inclusi attivisti per i diritti umani, in tutto il mondo, senza alcun controllo da parte delle autorità giudiziarie.

In conclusione, appare profondamente ipocrita vedere come le massime autorità calcistiche si siano scagliate con veemenza alla notizia dell'istituzione della SuperLega ma continuino a fare orecchie da mercante dinanzi alle continue e palesi violazioni dei basilari diritti umani che alcuni dei proprietari delle squadre militanti nelle sue massime competizioni permettono perpetrarsi nei loro paesi (si noti che il “loro” in questo caso definisce realmente il possesso sulle vite dei cittadini). Nonostante quanto sia accaduto e stia accadendo in Qatar per la preparazione dei Mondiali di calci sia ormai risaputo e le atrocità che l’UAE ha commesso in Yemen e nei confronti dei suoi dissidenti sotto gli occhi di tutti, nessuna vera distanza da tali azioni è stata mai posta dai massimi organismi calcistici. A piena dimostrazione della piena connivenza di questi ultimi con quei regimi totalitari e brutali e della - ma lo si sapeva - competa inutilità della tanto sbandierata appartenenza del calcio alla gente. Non ci si aspetta di certo una presa di posizione di Ceferin o soci, ma che quanto meno la si smetta di fingere e prendere in giro chi questo sport lo ama e cerca di farne uno strumento di eguaglianza e lotta per la giustizia politica e sociale.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)

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