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10 min

- di Giacomo Zamagni

Gonzalo Higuaín contro il fútbol


"Ora faccio la fila come tutti, sono tornato ad essere una persona normale.” Gonzalo Higuaín si apre, in casa sua, al microfono di Cristian Grosso per La Nación. Dalla nascita della figlia alle pressioni subite lungo tutta la carriera, in questa lunga intervista da noi tradotta, il calciatore argentino, oggi in forza all'Inter Miami in MLS, ripercorre le tappe del suo percorso in Europa dando spazio al suo lato umano.


Un Natale teso quello del 2006 a Madrid. Il Real colava a picco nella classifica della Liga e Ronaldo, in rotta con Capello, se ne stava andando, ponendo fine all’era dei Galacticos. Nella finestra di mercato invernale, dal Sud America, arrivarono tre giocatori, tre scommesse: Marcelo, Gago e Higuaín. “Ero appena arrivato e durante una cena istituzionale dissi alla mia famiglia che avremmo vinto il campionato. Mi presero per pazzo; mancavano cinque mesi alla fine della competizione e avevamo molti punti da recuperare. Ancora non so perché lo feci, ma lo dissi anche a Beckham... anche lui si mise a ridere. Poi è successo, abbiamo vinto il campionato. Dopo qualche tempo, glielo ridissi e si ricordava. <<È vero, è vero...>> mi diceva David, siamo riusciti a conquistare uno dei campionati più magici che abbia mai vinto.”

Così esordisce Higuaín, che arrivava a Madrid da diciannovenne e ora, a Miami, va per i trentatré. Beckham, ieri come oggi, è sempre stato lui, e se da compagni sono riusciti a strappare una Liga al Barcellona di Ronaldinho e Messi, oggi lottano insieme con un altro obiettivo. Il britannico, “the boss”, proprietario dell’Inter Miami, franchigia del campionato di calcio statunitense; l’argentino la stella della squadra. Beckham e Higuaín insieme ancora una volta.

È un altro Higuain, e non per l’aspetto. Riflessivo, intimo. Disposto a parlare con franchezza, ancora ferito da alcuni temi, ma mai elusivo. Si apre. “Il primo anno al Real, non parlavo molto. Pensa, ero timido... cosa che ormai non sono più. Non mi sembra che i ragazzi di 19/20 anni si stupiscano più davanti ad un veterano di 33 anni. Io li guardavo e rimanevo paralizzato davanti a Beckham, Roberto Carlos, Casillas, Raúl, Cannavaro o Ronaldo, prima che se ne andasse. Mi vergognavo, non aprivo bocca e nemmeno andavo dal massaggiatore insieme a loro, niente” racconta sorridendo.

Beckham poi venne ceduto al termine di quella stagione e i due non si incontrarono mai più salvo per un’amichevole di precampionato, quando l’inglese giocava per i Los Angeles Galaxy. Non giocò mai nemmeno con Phil Neville, ritirato nel 2013 all’Everton, oggi suo nuovo allenatore. Menzionare i suoi ex compagni è una vera tentazione, visto che, in quindici anni, Higuaín ha giocato con praticamente tutti. La crème del calcio mondiale. Benzema, Kaká, Van Nistelrooij, Robben, Sneijder, Özil, Morata, Modric, Sergio Ramos, Dani Alves, Chiellini, Hazard. Ovviamente anche Messi e Cristiano Ronaldo, ma questo è un capitolo a parte. “É una lista infinita e potrei parlare per tutto il giorno di ognuno di loro”, dice.

Quattordici anni in Europa. Quattordici titoli e più di trecento gol. Critiche, offese, sgarbi e angosce. “Proprio l’altro giorno, pensavo a tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle: gli anni di obblighi, di responsabilità, di trasferimenti, di cambiamenti, che, volente o nolente, ti destabilizzano. La verità è che ora sono molto, molto contento perché ho avuto quello che volevo. Sono fuori da quella bolla di pressioni costanti, di obblighi, con la stampa che parla tutto il tempo di te e le tifoserie... schifose. Qua è un altro mondo, il calcio non è la priorità, ci sono altri sport che portano il peso di quella pressione. La MLS sta crescendo e continuerà a farlo, ma la gente per strada non ti giudica per aver sbagliato o segnato un gol, non ti giudica se prendi un rosso. E lo stesso è per la stampa. Così vivo tranquillo, è questo ciò che volevo ed è tutto nuovo per me. Adesso faccio la fila come chiunque altro, qui sono tornato ad essere una persona normale. All’inizio è scioccante, però poi mi dico: <<che bello vivere come voglio io>>. Sono molto contento, perché sono felice. Felice della scelta che ho fatto”.

L’argentino più costoso di sempre – 90 milioni di euro per il trasferimento dal Napoli alla Juventus nell’estate 2016 – e l’unico ad aver segnato almeno 100 gol sia in Spagna che in Italia. Sei davvero diventato uno “normale”?

“Assolutamente sì. Qualcuno ti guarda, ti scatta una foto, magari qualche latino tifoso del Real, però sempre con molto rispetto, con gratitudine e buone parole. Nessuno che ti dà addosso, rispettano il tuo momento. Se sono con mia figlia, nessuno si avvicina. Ti salutano con la mano e stop.”

Ovviamente c’é un prezzo da pagare per essere uno sportivo d’élite?

“Sì, ed è un prezzo altissimo. Oggi la gente mi vede e dice: <<ma Higuaín che ha da lamentarsi con tutti i soldi che ha? Sta bene, ha una figlia e vive dove vuole.>> Sì, è tutto vero, però Higuaín è da quando ha nove anni, fin dalle elementari che si rompe le ossa perché tutto vada bene. I soldi che ho non li ho raccolti certo da un albero, me li sono guadagnati giorno per giorno, col sudore. I soldi aiutano, ma la felicità non si compra. Puoi avere tutti i soldi del mondo, ma se sei una brutta persona che te ne fai? Resti comunque solo. Sì, il prezzo è altissimo... ho giocato al Madrid, al Napoli, alla Juve, al Milan, al Chelsea e poi di nuovo alla Juve e ogni volta stai con persone diverse, al compleanno, a Natale e gli amici di una vita, i familiari, li vedi poco e niente. Devi sopportare le critiche della stampa – non tutta, ovvio, ho imparato a distinguere – le offese dei tifosi; tutti ti giudicano, e non per come giochi, perché sono anni che né i media né i tifosi mi giudicano per come sto in campo, ma perché sono grasso, svogliato, pelato... mi sono rasato e ho fatto crescere la barba e subito ha fatto notizia, però nessuno mi chiede come sto in campo. Ti rasi e sei sui giornali... ci dice molto su com’è questa vita. Sapevo che il prezzo sarebbe stato alto e che sarebbe andata così. Di certo non me ne sono stupito.”

Il nuovo look del Pipita.

Come si va avanti? Porti rancore?

“Adesso ho lasciato tutto alle spalle, ho superato le critiche e la tossicità che mi portavano. Adesso possono dirmi ciò che vogliono. Prima mi faceva male, non mi va di mentire. Ho sofferto e sono stato male. Però da quando è nata mia figlia, quasi tre anni fa, la mia sensibilità sta cambiando. Mi ha fatto capire che ci sono cose molto più importanti di quello che si dice su di me. Ormai non mi interessa più, sono oltre a ciò che dicono. Nemmeno li ascolto più.

E quando hai dichiarato che la maglietta piú difficile da portare era quella albiceleste...

"C’è stato un malinteso, è passato un messaggio sbagliato. Non volevo dire che mi pesava la maglietta della nazionale, volevo parlare della pressione che si prova quando si gioca per un paese intero. Non mi è mai pesato giocare per la nazionale. Mi riferivo a tutto quello che vuol dire giocare per l’Argentina. Quando giochi per un club, hai una città che ti segue, quando giochi per la nazionale ci sono 40 milioni di persone la cui felicità dipende da te.

Il gol più importante dell’Argentina da Italia 90 ad oggi, l’ha segnato proprio Higuaín. Contro il Belgio, a Brasilia, si è rotta la maledizione dei quarti e l’Argentina riuscì a qualificarsi fra le quattro nazionali migliori al mondo, per poi arrivare in finale dei mondiali. In quel pomeriggio in cui Alejandro Sabella dichiarò di aver “attraversato il Rubicone”. Ma importa a qualcuno? No. Per arrivare in finale di Copa América nel 2015 e nel 2016, in semifinale ha segnato lui. La notte del nubifragio contro il Perù (2-1), la notte eterna di Martín Palermo, il primo gol l’ha segnato lui, Higuaín, al debutto con la nazionale. Di 31 gol segnati per l’Argentina, 22 sono stati “utili” nelle qualificazioni (10), ai mondiali (5) e in Copa América (7). Lui, el soberano, potrà certo sopportare le meschine critiche.

Pensi che prima o poi verrai rivalutato in Argentina?

“Penso di sì. Penso che col tempo si sistemerà tutto e penso ci costerà molto ritornare in finale dei mondiali. Non è per niente facile; non si va ai mondiali e si gioca. Con il tempo rivaluteranno ciò che ho fatto, non ho dubbi. Però è ancora presto, dovrà passare ancora del tempo prima che succeda. Dopo tre mondiali, ho segnato due gol nella fase a scontro diretto: contro il Messico nel 2010 e contro il Belgio nel 2014.”

Messi non ci è riuscito in quattro mondiali...

“Il tempo sistemerà tutto.”

Solamente tredici giocatori hanno giocato sia con Messi che con Cristiano Ronaldo. Sette sono argentini, però nessuno ci ha giocato insieme quanto te. Che cosa significa, è stata una responsabilità aggiuntiva per te sentirsi di dover essere alla loro altezza?

"Nella tua domanda c’è già la mia risposta. Sai perché? Tu mi stai dicendo che sono quello che ha giocato di più con Leo e con Cristiano. Se sono stato il calciatore che ha giocato di più con loro, allora sono quello che li ha capiti meglio. Capire Messi e capire Ronaldo, il problema non è loro, ma tuo. Sapevo cosa gli piaceva e cosa no, cosa li faceva sentire a loro agio e cosa invece li infastidiva. Penso che sia questo quello che più gli è piaciuto di me. Non voglio sembrare presuntuoso, ma io non volevo giocare tutti i palloni su di loro, così loro sentivano che potevano fidarsi di me. Quando hanno accanto un compagno che si appoggia costantemente a loro, non si sentono liberi in campo. Quando giocavamo insieme invece, credo avessero la sensazione di potersi appoggiare a me. Sono giocatori completamente diversi e io ho avuto il privilegio di giocare e di imparare da entrambi."

Cosa consiglieresti a Lautaro Martìnez?

"Prima di tutto gli direi di stare tranquillo che la carriera è lunga. Adesso per lui sono hanno solo buone parole quando gioca con la nazionale. Per me è stato lo stesso fino alla partita con la Germania. Fino al 2014 sono stato il miglior numero nove al mondo, poi, dopo la finale, è finito tutto. Ho segnato nove gol nelle qualificazioni, nessuno lo dice mai, ma per arrivare ai mondiali bisogna segnare anche nelle qualificazioni. A Lautaro gli direi di starsene tranquillo, perché è tutto rose e fiori, ma a volte, può capitare di sbagliare un gol importante ai mondiali o in Copa América e tutti a dire che Lautaro non è più Lautaro. Tutti a dire che non serve più e questo e quello. Gli direi di non credersi il più forte del mondo, ma neanche il peggiore."

E tu, come ti valuti?

"Non ho mai pensato di essere meglio di nessun’altro. Mai. Però non ho mai pensato neanche di essere inferiore a qualcuno. Penso che questo mi abbia fatto diventare quello che sono. Non bisogna credersi migliori degli altri, perché è la cosa più sbagliata da fare. Io posso tornare a visitare tutte le squadre per cui ho giocato. Tutte. Una volta, un giocatore che ha vinto tanto mi ha detto: <<è brutto non poter tornare nelle squadre per cui ho giocato>>. A me è sempre interessato di più che si ricordassero di me per essere stato una brava persona che per aver vinto tanto. Puoi aver vinto cinque Champions, ma se sei una brutta persona nessuno ti accoglierà più. Allora, cos’è più importante nel calcio, essere una brava persona o vincere? Per me i valori valgono di più dei titoli."

Cosa ti spinge a giocare ancora?

"Gioco per vincere. Sono stato campione in tutte le squadre per cui ho giocato e tu pensi che io sia qui, all’Inter Miami, per giochicchiare? Non me lo perdonerei mai. Voglio vincere con l’Inter Miami per rimanere vincente con tutte le squadre per cui ho giocato e per rimanere nella storia di questo club vincendo al secondo anno dalla sua fondazione."

Pensi mai al ritiro?

"Guardo sempre avanti, ovviamente sbircio il futuro."

E cosa vedi?

"Non resterò nel mondo del calcio. Ho già deciso. Quando ho smesso con la nazionale ho iniziato a pensare al mio futuro e già sapevo che non avrei continuato in questo ambiente. Prenderò un’altra strada. Sarei un masochista se smettessi di giocare e non cambiassi ambito dopo tutto quello che ho sofferto. Farò altro. Mi godrò la mia famiglia e i miei amici e poi farò quello che mi piace fare. Sono convinto che non resterò nel calcio."

Cosa ti piacerebbe fare?

"Vorrei studiare la cucina e l’enologia… mi piace un sacco il mondo dei vini. Sono due abiti che mi piacciono molto. Vorrei giocare a padel, cosa che adesso non posso fare per via del calcio. E poi vedrò cosa fare. La prima cosa però è la famiglia che ha sopportato già molto, no?"

Nel tuo futuro vedi l’Argentina?

"Sì, sì. Vado sempre in Argentina e continuerò a farlo. A passeggiare, a vedere i miei genitori e i miei amici. Tornerò."

Gonzalo sembra più rilassato anche dal look. Sembra che non gli importi più di quello che pensano gli altri. Sono gli affetti che lo muovono e così, di fianco a lui, appare Alma, la figlia. Il vero motivo di questo cambiamento. Se una volta sembrava scontroso e scorbutico, oggi Higuain si mostra affettuoso, vicino, coinvolto nella conversazione. È sempre stato sensibile, ma adesso lo lascia trasparire. Nancy, la madre, è l’altro faro della sua vita. “Sta bene, sta bene, prego sempre per lei. È ancora un brutto momento, ma è un toro, un toro. Si rimetterà,” dice. Da due anni Nancy lotta contro il cancro, sostenuta dai “suoi uomini”, Jorge “el Pipa” Nicolàs, suo marito e dai figli Nicolàs, Federico, Gonzalo e Lautaro, un poker di maschi. “È un toro,” ripete. Continua a chiamarla così, mentre per l’unica volta durante l’intervista distoglie lo sguardo (Nancy Higuain, madre di Gonzalo, è purtroppo morta in Argentina a 64 anni poche ore prima della pubblicazione del pezzo ndr).

RIP

La famiglia è ovunque. La prima giornata di MLS si è appena conclusa e l’Inter Miami ha fronteggiato gli LA Galaxy. Gonzalo ha condiviso il campo con il fratello Federico, di tre anni più vecchio. È già successo l’anno scorso sul finire della stagione e quest’anno avranno modo di farlo per tutto l’anno. La prima volta però fu al River. Il 26 maggio del 2005, Gonzalo ha esordito sotto Leonardo Astrada nella sconfitta per 2-1 contro il Gimnasia e Federico entrò a venti minuti dalla fine sostituendo Radamel Falcao. Dopo un'altra partita insieme, Gonzalo iniziò ad entrare stabilmente in prima squadra, mentre Federico si trasferì all’Atlético Nueva Chicago.

“Ci siamo avvicinati. – dice Gonzalo – Lui ha tre figli e io una bambina. Tutti e due con un’altra maturità, altri pensieri. Adesso siamo più simili di quando eravamo giovani. Ci godiamo quello che ci ha tolto il calcio. Ci ha separati per 15 anni e oggi invece ci unisce. Grazie a dio, ora potremo viverci la quotidianità insieme per qualche anno. Praticamente non lo conoscevo, a parte per qualche occasione di famiglia. Ora posso andare ai compleanni dei miei nipoti e lui della sua. Stiamo recuperando quello che il calcio ci ha tolto.” Quando gli ho chiesto di scegliere un giocatore su tutti, lasciando fuori Messi e Ronaldo ovviamente, la scelta non è per niente banale. Fra i suoi preferiti mi parla di lui, “Pedro Rodrìguez – ex Barcellona, Chelsea e oggi in forza alla Roma – è un giocatore superlativo, uno che non ha avuto il giusto credito. Mi sembra un calciatore straordinario: calcia col destro e col sinistro, capisce il gioco; è un giocatore totale. Con Mertens ci capivamo al volo. Anche con Guti al Real. Jorginho, Insigne e Callejòn mi hanno aiutato tantissimo,” dice Gonzalo Higuain, l’uomo che prepara il suo riposo.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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