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5 min

- di Andrea Valentini

Fognini che visse male il suo talento


Campione bizzoso, o talento dilapidato?
Come parleremo del Fogna ai nostri figli?


... eppure Fabio aveva acceso la luce.
Durante il primo set del match di ieri pomeriggio contro Zapata Miralles, valevole per i sedicesimi del Barcelona Open, Fognini era sembrato quasi ubriaco, ma ancor di più era parsa una persona che volesse essere ovunque nel mondo, tranne lì. E dire che il rosso di Catalogna è il suo terreno di casa. 6-0 per lo spagnolo, numero 146 del mondo, che pure era in giornata di grazia, ma il ligure ci aveva messo del suo sbagliando tutto lo sbagliabile.

Poi, dopo aver iniziato il secondo set sulla stessa falsariga (0-3, racchette lanciate, imprecazioni contro il cielo), aveva deciso di giocare un po’ a tennis. Non gli era nemmeno servito esibire tutto il suo repertorio per portarsi sul 4-3, troppa la differenza tecnica con il rivale, gli era bastata solo più attenzione affinché l’iberico iniziasse a regalare punti.
Fino a che, sul 4-4, la vena si è chiusa di nuovo ed è accaduto l’irreparabile.

Verbal abuse

Con queste parole scandite al microfono dal giudice di sedia, termina il match: avanza il valenciano, l’azzurro è già fuori dal torneo per squalifica.

Sembra che Fabio abbia pesantemente insultato un giudice di linea, reo di aver chiamato troppi falli di piede ai suoi danni, appena pochi minuti dopo aver ricevuto un warning. Si è scomodato il supervisor ed in un minuto la decisione è stata presa, nonostante le proteste di Fognini, che avrebbe poi continuato a smentire di aver pronunciato la frase incriminata.

Un epilogo amaro, che sublima il più classico dei Fognini-moment: 57 minuti troppo brutti per essere veri, la frustrazione, la riscossa e la caduta. Tutto così in fretta, tutte le personalità del tennista italiano, forse tutti i lati dell’essere umano messi in mostra in un pomeriggio catalano.

Fognini
Mai ci fu pietà.

Quel senso di dejà-vú

Per il Fogna è la prima squalifica in carriera, ma è superfluo sottolineare come non sia la sua prima bravata, né sarà l’ultima. A tal proposito, si è affrettato a dichiarare: “In carriera ho fatto di peggio ma non ero mai stato squalificato”. C’è tutto Fognini in queste poche parole: con una breve masterclass in contraddizione, si giustifica precisando che - quando aveva esagerato davvero - l’aveva fatta franca.

Non ha tutti i torti, se pensiamo che ha stramaledetto gli inglesi e se l’è cavata con una multa (sempre che 96.000€ e cavarsela possano stare nella stessa frase). Stesso esito ebbero gli insulti sessisti al giudice di sedia agli US Open del 2015 (fu poi espulso dal torneo a gara terminata).

La lista è lunga e non andremo oltre, perché questo non è un processo a Fognini; è piuttosto il momento della sua carriera in cui chiedersi se i rimpianti supereranno i bei ricordi. Di domandarci, in sostanza, come parleremo ai nostri figli del 34enne di Arma di Taggia.

Ma che momento vive?

Tanto per cominciare, il Fogna non è al top.

Un po’ per l’età che avanza, ma soprattutto perché, raggiunto l’apice della carriera nel 2019 (vittoria a Montecarlo e ingresso in top ten), ha dovuto affrontare una doppia operazione alle caviglie. Quello che vediamo in questi giorni non è più - o non è ancora - lo scattista che recuperava qualsiasi palla corta, né l’atleta che reggeva scambi infiniti da fondo campo in attesa di accelerare. Il suo gioco di gambe appare più pigro del solito, i colpi caricati sempre più spesso con il solo aiuto del tronco, senza passetti di assestamento. Intendiamoci, tanto bastava una settimana fa a raggiungere i quarti a Montecarlo, dove pure si era arreso alle pallate incalzanti di Casper Ruud.

La frustrazione di Fabio, che durante quella gara aveva sfidato i media in seguito a una sonora bestemmia, deriva senz’altro dal fatto che il suo fisico non sta dietro al tennis che disegna nella sua testa.

Una costante nella sua carriera. Troppo spesso il suo linguaggio del corpo vuole comunicarci che Fognini ha troppo poco potere decisionale sul gioco; si lamenta come un bambino quando qualcosa non va come aveva sognato negli spogliatoi, imputa il fallimento a chiunque: malasorte, giudici, terreno, infine a sé stesso. In un momento storico nel quale tanti dei suoi coetanei stanno praticamente uscendo dal circuito (lui è ancora numero 18 del mondo) e perfino Nadal inizia a perdere qualche colpo sulla terra rossa, Fognini rientra da un infortunio e non ha nessuna voglia di smettere di dire la sua.

Serve un’altra testa, obietterà qualcuno, ma questa frase lo tormenta da quando gioca a tennis... anche mentre vinceva il suo primo Master 1000.

Tra realtà e luogo comune

Su Fognini si è detto e scritto di tutto: il bad boy del tennis italiano, il Cassano della racchetta, genio e sregolatezza, talento sprecato, etc etc. Nemmeno Nicola Pietrangeli ebbe pietà di lui nel definirlo “vittima di sé stesso, un po’ come Balotelli”. Un paragone, ci perdoni Sua Maestà, quantomeno azzardato: SuperMario è sempre stato un senza dio vero e proprio, Fabio ci ha fatto balzare dal divano giusto qualche volta in più. Inoltre, la vita fuori dal campo dei due non è lontanamente paragonabile; costantemente al centro di scandali e gossip il bresciano, family man ossessionato dalla cultura del lavoro il ligure.

Certo, come Balotelli ha mostrato qualche intemperanza caratteriale di troppo, che lo ha portato a ribaltare sia i pronostici a suo favore che quelli contro, se è vero che può battere tre volte Nadal in un anno come prenderle sonoramente dal numero 146 del ranking. Alti e bassi che si alternano all’interno dello stesso match, come nel caso di ieri pomeriggio. E non sarà a 34 anni che questa imprevedibilità lo abbandonerà.

Scopriamo le carte: è impossibile avere una posizione incerta su Fognini, lo ami o lo odi. Chi scrive ha scelto da tempo di adorarlo nella sua genuina imperfezione. Di volergli bene come si fa con un figlio un po’ scemo, quindi davvero tanto. Così umano negli errori, così spontaneo nelle reazioni, Fabio a livello caratteriale non sembra nemmeno un tennista. Non è un caso che fino ai 13 anni abbia giocato a calcio (ha perfino esordito in Promozione sfiorando il gol nel 2014!), uno sport dove la polemica vale quanto il gesto tecnico.

Nel nobile ambiente tennistico, l’italianità di certi suoi sfoghi plateali mal si combina con l’ostentata compostezza della maggior parte dei colleghi; Fabio danza sul confine tra l’orgoglioso e il rosicone, così sottile da lasciare che i due aggettivi si sovrappongano.

Regala un po’ di show, consapevolmente, chissà quanto volontariamente? Non lo sapremo mai. Ma non parlateci di talento dilapidato, per favore. Al netto dei suoi difetti (uno su tutti, il servizio mai davvero migliorato), quanto di più avrebbe potuto dare Fognini?

Chissà, forse poteva (potrà?) vincere uno Slam.
Magari poteva restare più assiduamente in top ten, o magari no.
Ma parliamo pur sempre del secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, un interprete di innata classe che si è sempre fatto perdonare per i suoi scivoloni, grazie ad alcuni inattesi quanto emozionanti highlights. Godiamoci gli ultimi anni di carriera di un giocatore decisamente sopra la media nel rovescio bimane come sopra le righe nel lancio della racchetta.

E quando i vostri figli, appassionati fan di Jannick Sinner, azzurro di madrelingua tedesca e teutonico nella maggior parte degli atteggiamenti, vi chiederanno di Fognini, non siate antipatici.
Lasciatevi scappare un sorriso e dite loro che il Fogna era fortissimo, viveva solo male il suo immenso talento.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nasce a Cagliari nel 1991, ovvero mentre al potere c’è El Principe Francescoli. Bartender per professione in omaggio a Fábian O’Neill, malato di fútbol per vocazione. Si sfoga su Ultimo Tango a Cagliari, scrive per Sportellate e Il Calcio Latino.

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