Interventi a gamba tesa

Le vene aperte dell’Europa

Europa Kosovo

La Spagna non ha ancora fatto i conti con sè stessa e con la sua storia, e la partita contro il Kosovo di settimana scorsa ha mostrato i suoi nervi scoperti in termini politici e sociali. Volendo parafrasare Galeano in Le vene aperte del Sud America: “l’Europa è, per il mondo, nient’altro che pochi stati come Germania, Francia etc: ma c’è una sub-Europa, un’Europa di seconda classe, difficile da identificare: è la regione delle vene aperte.”


«Il passato è il luogo dove abitano le cause, vale a dire i colpevoli. Per questo i colpevoli insistono tanto sull’inutilità del passato. Vogliono un mondo senza colpevoli ma quando la cosa risulta impossibile, quando il passato resuscita la colpa, i colpevoli tornano a uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.»

(Manuel Vázquez Montalbán, La bella di Buenos Aires)

 

Nell’inutile, dannosa e apatica sosta per le qualificazioni alla prossima Coppa Del Mondo in Qatar, di cui si discute ancora troppo poco nonostante l’inchiesta del The Guardian, le proteste della Federazione Norvegese e della selezione nazionale tedesca (espresse con magliette richiedenti il riconoscimento dei diritti ai lavoratori – quelli ancora vivi – migranti nel paese arabo e con dichiarazioni alla stampa), c’è stato un guizzo. Un faro s’è acceso sul palcoscenico verde di Siviglia dove si affrontavano Spagna e Kosovo.

Durante la partita la schermata solitamente presente in alto a destra sui teleschermi e riportante risultato, tempo di gioco e abbreviazione degli sfidanti in campo vedeva da un lato Esp (abbreviazione di Spagna in castigliano) e dall’altro kos: errore di battituta di un improvvido grafico televisivo? No. C’è molto di più. Tanto, forse troppo.

Calcisticamente il Kosovo è conosciuto in Italia, ma non solo, per via della punta biancoceleste Vedat Muriqi, vista la lunghissima telenovela estiva di mercato, visto il prezzo pagato al Fenerbahçe e viste le aspettative, ad oggi, non propriamente soddisfatte. Ma conta anche altri giocatori di livello come l’ex Saliburgo e Lazio Valon Berisha e Rhahmani, ex Verona ed oggi in forza al Napoli. Di certo potrebbe contare un 11 di livello ben più alto, che annovererebbe giocatori quali Xherdan Shaqiri, i fratelli Xhaka etc, se non fosse stato per la guerra d’indipendenza che ha martoriato quella regione e che, come si diceva nel precedente articolo riguardante migranti e calcio, ha visto migliaia di cittadini di origine kosovara rifugiarsi in Svizzera per sfuggire alle violenze delle guerra e delle milizie serbe.

Occorre, a questo punto, una breve digressione storica per capire meglio la diaspora calcistica, di cui s’è appena accennato, e le motivazioni che inducono la Spagna a non riconoscere lo Stato balcanico.

La guerra del Kosovo, terminata nel 1999, fu l’ultima delle guerre balcaniche con una durata temporale di molto superiore a quelle che l’avevano preceduta (Croazia, Bosnia Herzegovina). Il conflitto tra serbi e kosovari ebbe risvolti tra i più sanguinosi possibili, fino all’intervento della NATO che dal 24 marzo del 1999 bombardò la Serbia per 78 giorni, fino a indurla alla resa. Con il patto di Kumanovo le parti in campo cessarono il fuoco ponendo fine alla guerra ma non portando, come spesso accade, ad una vera pace sino al 17 Febbraio del 2008 quando il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza (che rimane un dato sulla carta più che davvero fattuale, visto che parte del territorio kosovaro è ancora, in sostanza, controllato dalla Serbia), venendo riconosciuto da più di 100 stati, tra cui, come detto, non figura la Spagna.

Cosa teme la Spagna? Cosa spaventa davvero il paese iberico?

La risposta è facilmente rinvenibile, come spesso accade, nel Gioco e nelle istanze politiche e sociali che esso porta con sé. Come è noto, infatti, nella Liga militano Barcelona e Atheltic Bilbao, entrambe rappresentanti di due territori per molti aspetti differenti ma legati da un’unica grande istanza: l’indipendenza da Madrid.

Il 12 Febbraio del 2019 si è celebrato il processo a 12 esponenti politici del governo catalano (nessuno degli imputati è stato condannato a meno di 9 anni di carcere) da parte del Tribunale Supremo di Madrid per aver tentato, incitando alla violenza (stando alle motivazioni addotte dalla Corte), di ottenere l’indipendenza della regione per tramite del Referendum dell’autunno del 2017. Rispetto all’assurdità di tali accuse e dello stesso processo di per sè, il corrispondente del New York Times lo definì “qualcosa che non si è mai visto finora in Spagna (si consideri, a tal proposito, che il regime di Francisco Franco è finito unicamente nel ’76… dunque si può ben comprendere la portata dell’azione di Madrid).

In questo processo, sia giudiziale che politico, non poteva non essere coinvolto il Barcelona. È nota, infatti, la frase dell’amatissimo Montalbán secondo cui il Barça rappresental’esercito simbolico e disarmato della Catalogna”, a testimonianza dell’impatto che il Gioco ha sulla società e sulla politica. Lo stesso scrittore ebbe a dire: “Qui (in Calalunya, n.d.r.) esiste un valore aggiunto che è insolito: il club per una serie di circostanze storiche irripetibili diventa un simbolo politico, già da prima di Franco, con la dittatura di Primo de Rivera. Durante la Seconda Repubblica, poi, le uniche due squadre spagnole che si impegnano in una tournée mondiale per raccogliere fondi in solidarietà con la Repubblica sono il Bilbao e il Barça e molti dei giocatori rimangono in esilio. Pertanto, esistono elementi che rendono obbligatoria una lettura diversa di ciò che significava il calcio, e non solo spiegandolo con panem et circenses, o pan y toros, nella variante spagnola” (Qui l’intervista completa apparsa sul blog Fùtbologia)

Appare, quindi, chiaro, per storia e tradizione, che il club blaugrana non potesse rimanere immobile dinanzi alla brutale repressione, che Madrid portò nei confronti di un popolo intero, tanto che pubblicò un comunicato nel quale stigmatizzò le condanne contro i 12 politici indipendentisti catalani scrivendo che “la prigione non è la soluzione” e che la squadra ha deciso di esprimersi in quanto “una delle principali entità catalane”, “in conformità alle sue posizioni storiche a difesa della libertà di espressione”.

Anche alcuni giocatori della squadra, in varie occasioni, hanno manifestato parere favorevole all’indipendenza della Catalunya, tra cui spicca Gerard Piqué che ha anche partecipato a varie manifestazioni nonché votò al suddetto referendum.

Ma non solo. Si pensi che durante ogni partita che il Barça gioca in casa, esattamente al minuto 17:14 del primo tempo, i suoi tifosi iniziano a gridare “Independencia!”, facendo riferimento al 1714, l’anno in cui il re di Spagna Felipe V sconfisse le truppe catalane alla fine della Guerra di successione spagnola e chiuse il parlamento della regione.

Lato basco, invece, per uno strano scherzo del calendario (dettato, però, dal Covid) s’è giocata sabato scorso una partita non di poco valore, e non solo perché si assegnava la Copa del Rey, ma perché il derby basco tra Atheltic Bilbao e Real Sociedad è molto di più.

Questa partita è sempre stata palcoscenico dell’orgoglio e della fortissima richiesta di indipendenza del popolo basco, lato spagnolo, sin dal 1976 quando si disputò il famoso derby de Ikurriña (nome della bandiera basca) che, come ebbe a dire Beñat Zarrabeitia (giornalista basco): “Il 5 dicembre è una data iconica per i Paesi Baschi: è il giorno della legittimazione dopo quaranta anni di repressione dell’identità”.. Quella partita assunse un valore simbolico gigantesco perché Franco, sino al giorno della sua morte, aveva espressamente vietato e represso ogni forma di indipendenza del popolo euskera vietando anche ogni esposizione della Ikurriña che, quel freddo giorno di Dicembre, venne portata in campo dai capitani delle due squadre nel tripudio della folla gremente gli spalti.

Il capitano dell’Atheltic, José Ángel Iribar Kortajarena, disse: “Sono stato nazionalista, nella mia terra nazionalismo significa da sempre autonomia, indipendenza, significa radicalismo, socialismo, marxismo. La izquierda. La politica mi interessava perché mi interessava la vita. La mia e quella di chi verrà dopo di me. E se davanti alla politica gli altri alzano le spalle, be’, peggio per loro. Portando quella bandiera in campo, diventai un mito per il popolo basco”.

L’altro giocatore che teneva in mano la bandiera, capitano della Real Sociedad, è Inaxio Kortabarria (uno dei migliori difensori centrali del campionato, vincitore della Liga nel 1980 e nel 1981). Uno dei pochissimi calciatori che espressamente rifiutò la convocazione con le Furie Rosse perchè non si sentiva di rappresentare uno Stato che non riconosceva come suo.

A dare ulteriore peso alle radici basche del club di Bilbao c’è, come a tutti noto, la filosofia autarchia che, sin dai primi anni ’30, vede vestire la maglia bianco rossa unicamente da giocatori nati in Euskadi o da genitori baschi che rende il legame tra territorio e squadra fortissimo poiché l’Atheltic rappresenta una selezione nazionale basca all’interno di un campionato straniero.

E quindi?

Da questa carrellata politico futbolistica appare fin troppo chiaro quale sia il profondo terrore che si respira a Madrid: riconoscere il Kosovo equivarrebbe a dare un implicito riconoscimento alle comunità basche e catalane compromettendo, secondo il pensiero castigliano e madrileno, il lavoro di decenni di repressione dapprima franchista e poi “democratica” volto a soffocare le richieste di quei territori. Ma c’è anche di più. Il piglio, spesso brutale, di Madrid è anche volto a tutelare fortissimi interessi economici: la Catalunya, ad esempio, sebbene rappresenti il 16% della popolazione spagnola, genera il 19% del PIL della Spagna e il 25% delle sue esportazioni. Il suo PIL pro capite è attualmente superiore del 14% rispetto alla media dell’UE, quello dei Paesi Baschi e la Navarra è stimato al 12%.

Appare, dunque, chiaro che quel “kos” ha un valore simbolico, politico, sociale, storico fortissimo ed averlo voluto rimarcare in maniera così sfrontata, irrispettosa e smaccata segna ancora una volta l’enorme difficoltà che ha un paese come la Spagna nel 2021 nel confrontarsi con sé stessa e con la sua storia, dimostrando la fin troppo ingombrante presenza (ed i dati elettorali di Vox lo dimostrano) negli apparati statali di scorie franchiste e ombre monarchiche che non gli permettono di divenire, ancora, un paese pienamente democratico.


 

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)