Interventi a gamba tesa

C’è vita dopo Wenger?


Dopo l’ottavo posto dello scorso campionato, l’Arsenal sta attraversando un’altra insignificante stagione a centro classifica, ben distante dalle vecchie ambizioni da top team. Con il fantasma del francese che aleggia sui nuovi manager, i Gunners hanno bisogno di ritrovare la loro identità per tornare ad essere davvero una big.


Che fine ha fatto l’Arsenal?

La professoressa Anna Sfard, autentico pilastro della didattica della Matematica, definisce una routine come un insieme di meta-regole che descrivono un’azione discorsiva ripetitiva. Queste regole possono essere divise in due sottoinsiemi: il come e il quando di una routine. Il problema dell’insegnamento della matematica nella scuola, secondo Sfard, è che allena gli studenti al come svolgere azioni ripetitive, senza curarsi di insegnare loro quando sia opportuno farlo.

Inserire l’Arsenal tra le big del calcio inglese è diventato proprio come un algoritmo vuoto che uno studente svolge un po’ distrattamente, un’abitudine che mettiamo in atto senza interrogarci sul senso e, a voler guardar bene, rendersi conto che nelle ultime stagioni non ci sono più le condizioni per farlo, sarebbe un facile esercizio lasciato al lettore.

L’Arsenal è al nono posto della classifica di Premier League, dopo l’ottavo collezionato nella scorsa stagione e, tra risultati che si fanno di anno in anno più mediocri, non si qualifica alla Champions League da un lustro. Ma come hanno fatto i Gunners a perdere così rapidamente il loro status? Anche a saperlo davvero, rispondere in modo esaustivo richiederebbe un tempo che sarebbe presuntuoso pretendere dal suddetto lettore (già probabilmente annoiato a sufficienza dal pistolotto sulla didattica della Matematica), ma potrebbe comunque essere utile fare un salto indietro di qualche anno.

Wenger out

Più precisamente, serve tornare al 20 aprile del 2018, un venerdì, ma non uno qualunque. Soprattutto non nel Nord di Londra. Alle battute conclusive di una stagione travagliata, l’Arsenal si appresta, per la seconda stagione consecutiva, a finire fuori dalla massima competizione europea, evento mai verificatosi nei diciannove anni precedenti. La squadra sta attraversando un lento ed inquietante declino e la maggior parte dei tifosi ha battezzato le disgrazie del club con nome e cognome, e suonano in francese: Arsène Wenger.

Il manager alsaziano, indiscutibile leggenda dalle parti dell’Emirates, è alla ventiduesima stagione sulla panchina dei Gunners e il rapporto con i supporters sembra essere ormai logoro e trascinato. Mentre la squadra appare lentamente sempre meno competitiva, i tifosi iniziano ad esporre striscioni di protesta e a diffondere il lapidario hashtag #wengerout. Il primo a rendersene conto è proprio il francese che, un venerdì di primavera, senza preavviso alcuno, affida al sito ufficiale del club un disadorno messaggio di congedo, preludio di un addio che si consumerà al termine della stagione.

Sembra la panacea di tutti mali, la liberazione universale e il ritorno a vita nuova ma, come è più che naturale attendersi, oltre un ventennio di wengerismo non può essere certo dimenticato in pochi mesi con il primo Unai Emery che passa. Dal 1996 al 2018 Arsène Wenger ha plasmato una squadra a sua immagine e somiglianza, rendendola riconoscibile nel mondo, ha radicato abitudini e princìpi cambiando a suo modo la storia di un club e di un intero campionato, ha vinto tanto e ha perso anche di più, ma ha indubbiamente lasciato il segno e dove vai quando poi resti sola?

Un saggio del famoso Wengerball: il gol di Wilshere  è un gol vero segnato in una partita vera.

Postwengerismo e distruzione

Una diffusa abitudine tra chi parla di questo sport è quella di nominare il momento che succede un ciclo, o in questo caso un’intera epoca storica, con il nome di ricostruzione: una fase in cui tendenzialmente si prende atto della fine di un periodo e si gettano le basi in vista del futuro. Tuttavia, il ventennio alsaziano in casa Arsenal ha dato alla squadra uno stampo tanto forte da creare una serie di caratteristiche così tipiche da essere associate ai Gunners quasi inconsapevolmente, proprio come una routine, in modo da formare dei veri e propri stereotipi che ancora oggi vengono accostati al club, senza alcuna riflessione sulla loro effettiva applicabilità. Gli ultimi tre anni nel Nord di Londra non sono affatto stati di ricostruzione, ma hanno piuttosto rappresentato un lungo sforzo di distruzione degli ingombranti residui del lungo regno di Arsène, per liberarsi lentamente di alcuni dei più tipici cliché wengeriani:

– L’Arsenal è bella ma non vince: quando Aaron Ramsey segnò il gol decisivo contro l’Hull City per la conquista della FA Cup del 2014, azzerò il famigerato timer “since Arsenal last won a trophy” che era arrivato allora al frustrante conto di 9 anni dall’ultimo successo (FA Cup 2005): la più classica delle critiche ai Gunners di Wenger è sempre stata quella di aver raccolto troppo poco in termini di trofei, rispetto alla pienezza estetica del calcio espresso. Chiariamoci, l’Arsenal di oggi non è certo diventata una macchina da titoli ma Mikel Arteta, a cavallo tra due campionati di media classifica contraddistinti da un calcio stentato e altalenante, ha portato a casa la bellezza di due coppe (FA Cup e Community Shield). La squadra si è senza dubbio ridimensionata, ma se non altro non si può dire che raccolga meno di quanto esprima.

La drammatica finale che ha messo fine ad una astinenza di quasi un decennio. Sì, Aaron Ramsey era un calciatore determinante.

– L’Arsenal è una colonia di calciatori francesi: dopo i grandi successi ottenuti con alcune autentiche leggende del calcio transalpino, di cui sarebbe veramente pleonastico stare a ricordare l’importanza, è possibile che il vecchio Arsène si sia fatto prendere un po’ la mano, portando a London Colney una sfilata di giocatori d’oltralpe, spesso e volentieri di dubbio gusto. Purtroppo non tutti i francesi sono Patrick Vieira (per non stare a scomodare chi tutti sappiamo) e, tra uno Squillaci e un Sanogo, i Gunners hanno conquistato l’etichetta di refugium peccatorum delle eterne promesse (mai mantenute) del calcio francese. Nella squadra di oggi l’unico calciatore di nazionalità francese risulta essere Alexandre Lacazette, ma è possibile che siano ancora diverse le persone a credere, anche solo per abitudine, che nello spogliatoio dell’Emirates l’inglese non sia la lingua più parlata.

– L’Arsenal è immobile sul mercato: la costruzione dell’Emirates Stadium è stata uno sforzo societario particolarmente importante, che ha avuto per anni le sue inevitabili ripercussioni anche sul mercato dei Gunners. Per quante estati si è fatta ironia su un Wenger che vendeva regolarmente i giocatori migliori, per poi ridursi agli ultimi giorni di mercato per mettere a segno i consueti panic buys? Le cessioni, tra gli altri, di Van Persie, Fabregas, Nasri, sono state dei piccoli traumi da superare per i tifosi dell’Arsenal, che aspettavano le finestre di mercato come si aspetta un appuntamento dal dentista.  Nelle ultime stagioni il club ha portato a termine acquisti anche molto costosi (e, vedendoli in campo, verrebbe da dire fin troppo costosi) senza aver ceduto particolari pezzi grossi. I risultati non sono ancora arrivati, ma è certo che i Gunners non vivono più l’epoca dell’immobilismo.

Il sorriso che spezza il cuore di milioni di tifosi dell’Arsenal. E non è quello di Sir Alex.

– L’Arsenal segna molto ma subisce troppi gol: dulcis in fundo il classico dei classici. La difesa disastrosa. Si può leggere anche come “l’Arsenal compra solo attaccanti e resta sempre con i soliti difensori mediocri”. L’impressione è sempre stata che la bella squadra (di cui al punto “bella ma non vince”) che per anni ha incantato l’Europa, rovinasse sempre tutto con imperdonabili lacune difensive e, mentre tutti gli sforzi economici erano volti ad intasare una trequarti già zeppa di qualità, la retroguardia restasse sempre malconcia e scadente. Difficile da credere, ma l’Arsenal di Arteta, che ha vinto l’ultima FA Cup giocando una semifinale e una finale di squisito pragmatismo, ha cominciato questa stagione con l’inspiegabile numero di 8 centrali di difesa in rosa (per poi farne partire un paio solo a gennaio), mentre per i ruoli offensivi ha spesso scelto di affidarsi a giovani provenienti dall’Academy quali Saka, Smith-Rowe o Nketiah (alcuni validi, altri decisamente meno). Il principale problema, che ha portato in autunno i Gunners a guardare dritta negli occhi la zona retrocessione, è stato proprio la difficoltà a finalizzare, mentre la difesa, pur ben lontana dall’essere una garanzia, è comunque rimasta a lungo tra le meno battute del campionato.

L’Arsenal di Arteta

Ed eccoci al punto da cui siamo partiti, ad un Arsenal che galleggia nell’anonimato, fin troppo distante da quei quarti posti che anni fa suscitavano ironia, ma che oggi sarebbero un’autentica benedizione. I Gunners, prima con Unai Emery e poi con Mikel Arteta, hanno impiegato questo tempo principalmente a liberarsi dell’ingombrante spettro dell’Arsenal di Wenger: una strada lunga e dolorosa ma sicuramente necessaria ad iniziare, ora sì, una vera ricostruzione. L’Arsenal di oggi, scevro dei pesanti stereotipi wengeriani, sembra sapere soltanto quello che non è, ma deve ancora decidere che squadra vuole diventare.

E non mancano nemmeno i motivi di ottimismo nel Nord di Londra: la graduale discesa delle ambizioni ha consentito ad Arteta di lanciare a cuor leggero diversi giovani, alcuni dei quali si sono rivelati essere la vera base sulla quale costruire il nuovo corso. Tra tutti Bukayo Saka, classe 2001, è diventato un vero e proprio leader della squadra ed è lui il talento su cui dovrà inevitabilmente poggiare l’Arsenal del futuro. Attorno alla sua stella ruotano le qualità di altri due giovani di grande interesse come il suo coscritto brasiliano Gabriel Martinelli, che tra un infortunio e l’altro ha mostrato sprazzi di grandi doti, e il classe 2000 Emile Smith-Rowe, trequartista dal talento cristallino che durante questa stagione ha mostrato di poter dire la sua nelle rotazioni del tecnico basco. Oltre ai prodotti del vivaio, sono stati importanti anche gli acquisti azzeccati di Kieran Tierney, arrivato nell’estate del 2019 e già pilastro del gruppo, e del difensore Gabriel, alla sua prima stagione a Londra ma già imprescindibile per Arteta, senza dimenticare il travagliato ma fondamentale rinnovo di Pierre-Emerick Aubameyang.

I ragazzi di Arteta festeggiano l’ultima FA Cup, vinta superando Man City e Chelsea.

Mikel Arteta evidentemente non ha un compito semplice, ma è da qui che deve ripartire con l’obiettivo di dare al suo Arsenal una nuova identità per poter tornare ad inserirlo, con consapevolezza e non per abitudine, dove è giusto che stia: tra le big del calcio inglese.


 

Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.