Interventi a gamba tesa

La dimensione di De Paul

de paul

Dove potrebbe esprimersi al meglio De Paul, lontano dalla sua Itaca friulana? 


Parlare di De Paul è doloroso, non nascondiamocelo. Nei suoi ripiegamenti difensivi sugli errori di Arslan, nei suoi palloni cantanti dentro l’area di rigore per Nestorovski, nei suoi tentativi di giocare la palla in duetto con Makengo, vediamo un po’ tutto il senso di scoramento della nostra generazione, quella che – per capirci – oscilla tra i ventiquattro e i trent’anni.

Tanto sforzo, tanta voglia di conquistare il mondo, per che cosa? Per stage non pagati o pagati male, per master inutili, per contratti a nero, per lavori sottostipendiati e faticosi. Dove è il merito (che tutti crediamo fermamente di avere)? Dove è la nostra Champions League? Insomma, De Paul oggettivamente passa al mondo un messaggio distruttivo e demoralizzante. A che serve impegnarsi, a che serve lavorare, a che serve passare anni sui libri, se poi, in questi tempi aridi e ingiusti, nemmeno chi ha davvero talento riesce ad emergere ad alti livelli, finendo per passare gli anni migliori della sua breve carriera professionale a farsi la doccia tutti i giorni con Stryger Larsen?

Si, senza dubbio sto drammatizzando, ma in fondo se ci pensate bene, nemmeno troppo. Pensate un attimo. Pensate di avere a disposizione nella vostra vita soltanto un massimo di 15 anni (circa) per svolgere la vostra professione. Pensate che il vostro rendimento è indissolubilmente legato ad un orologio biologico che non si ferma mai e anzi, più va avanti più vi limita. Pensate che di questi circa 15 anni di carriera, realisticamente e statisticamente, gli anni in cui siete in grado di performare e rendere al meglio sono in realtà molti meno. Quattro, cinque, forse sei, al netto di eventuali colpi di sfortuna che purtroppo possono sempre capitare. Questi sono gli anni in cui dovete sfruttare al massimo le vostre doti, strappare i contratti migliori, guadagnare i soldi che meritate, togliervi soddisfazioni personali. Pensate che questo breve lasso di tempo determina di fatto, tutto il resto della vostra vita, o quanto meno buona parte di essa. Pensate, durante questo breve e decisivo lasso di tempo di finire intrappolati dentro un’azienda che sottostima il vostro valore, che non mette a frutto il vostro talento, che non vi permette di lavorare con colleghi all’altezza della tua preparazione. Pensate al ticchettio dell’orologio biologico, ai contratti sfumati, ai soldi non guadagnati, alle partite non giocate, ai contesti di lavoro più ambiziosi e stimolanti dentro cui avreste potuto affinare ancor di più la vostra preparazione. Ecco, proiettate tutto questo su di voi, riflettete su come vi sentireste e poi pensate di essere Rodrigo De Paul.

Sia chiaro, con ogni probabilità De Paul a Udine sta benissimo. Il suo rapporto con Gotti sembra sincero come solo i migliori rapporti padre-figlio sanno essere. Il ritorno del suo vecchio amico Roberto Pereyra deve averlo messo di buon umore, avendogli fornito almeno un compagno con cui parlare la stessa lingua in campo, letteralmente e tecnicamente. E’ capitano, leader incontrastato, presumibilmente sereno. Vive con la sua storica compagna e nel 2019 è anche diventato padre di una bambina nata in terra friulana. Poi chissà, magari queste grandi offerte di cui vagheggiamo non sono mai arrivate (di fatto si è concretamente parlato solo del Leeds, non certo un top club), magari ci sono aspetti su di lui che non conosciamo, magari lo sovrastimiamo, immersi nel grigiore tecnico del nostro campionato. Eppure diciamolo senza remore. Vedere giocare De Paul nell’Udinese è semplicemente inaccettabile, con tutto il rispetto per una piazza prestigiosa come quella friulana, che per altro quest’anno è riuscita a fare qualche passo avanti, costruendo una squadra solida e lontana dalle zone calde.

Allora chiudiamo questo doloroso preambolo, per venire nello specifico alla vostra domanda. Dove potrebbe esprimersi al meglio De Paul, lontano dalla sua Itaca friulana? Dove riuscirebbe a brillare al meglio il suo talento? Innanzitutto facciamo un’annotazione tattica e mettiamo una medaglia al petto di Davide Nicola. E’ stato il tecnico piemontese, nella sua breve esperienza bianconera, ad avere per primo l’intuizione di arretrare il raggio di azione dell’argentino (arrivato in Italia come un diez purissimo), spostandolo sulla linea mediana. L’idea, pur tra qualche iniziale inevitabile difficoltà e incomprensione, si è rilevata geniale e decisiva per permettere di sprigionare il talento purissimo di De Paul. Se sulla trequarti di campo, giocatori dalle sue doti tecniche sono frequenti e in qualche modo previsti, spostarlo di dieci, quindici, venti metri dietro, lo ha reso un giocatore sotto certi aspetti quasi unico, senza dubbio spettacolare. Pur non essendo il primo trequartista riciclato sulla mediana (basti pensare ad Eriksen), quasi nessuno al mondo interpreta quella zona di campo come la interpreta De Paul. L’argentino fa quello che fa un trequartista, ma a trenta metri dalla porta. La personalità nel trattare il pallone, la volontà di forzare ad ogni costo la giocata e la capacità di saltare secco l’uomo in ogni contesto, sono qualità che rendono De Paul un freak spesso non leggibile per gli avversari dell’Udinese, che si aggrappa a lui con la stessa cieca e religiosa fiducia con cui i ragazzi tossici degli anni 80 si aggrappavano ai baffi di Muccioli (hai visto Sanpa?). Dalle lotte greco romane dei centrocampi della Serie A, sempre più tristemente fisici e verticali, spesso l’argentino emerge come un torero nella corrida, incollando la palla al piede e risalendo la corrente dritto verso la porta avversaria, in qualsiasi momento.

Insomma De Paul deve ormai essere inteso come una vera e propria mezzala, pur se atipica e ovviamente con doti limitate in sede di copertura. Per le sue caratteristiche non possiamo allora che immaginarlo in una squadra con una spiccata volontà di detenere il più possibile la palla, in grado di aggredire l’avversario senza paura di fare la partita in ogni contesto, in grado però anche di sapere aspettare e di permettere all’argentino di risalire il campo in transizione. Per quanto banale, rispondere Juventus alla vostra domanda, non può che essere la strada più naturale. De Paul sembra la risposta migliore a tutti i problemi atavici del centrocampo juventino e il fatto che Paratici non ci abbia ancora pensato, è francamente inspiegabile. Affiancato magari da un centrocampista più accorto difensivamente e più fisico come Rabiot, De Paul sarebbe il profilo perfetto per portare quella qualità e imprevedibilità latitante da anni nel centrocampo bianconero. Eppure, attenzione, un giocatore dalle doti tecniche di De Paul potrebbe giocare in ogni contesto di gioco e risulterebbe comunque ben inserito, ne siamo convinti. Starebbe benissimo di fianco a Veretout, al posto di Cahlanoglu o di Luis Alberto, alternativo ad Eriksen, perchè no? De Paul ha giocato perfino da regista ad Udine e ha fatto benissimo. I giocatori forti vanno solo messi in campo, poi ci pensano loro.

Non ci sono moltissimi giocatori di talento in Serie A, e l’ultima tre giorni europea ce lo ha sbattuto violentemente in faccia. Non lasciamo a marcire in provincia troppo a lungo uno dei pochi che abbiamo nel nostro campionato. Pozzo, mettiti una mano sul cuore, e lascia volare il ragazzo, (ma qualcuno si svegli e metta una mano al portafoglio, vale la pena).

 

Articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)


 

È nato pochi giorni dopo l’ultima Champions League vinta dalla Juventus. Ama gli sportivi fragili, gli 1-0 e i trequartisti con i calzettini abbassati. Sembra sia laureato in Giurisprudenza.