Interventi a gamba tesa

Io che non sono me: Proust, Dimitrov con Federer e gli altri imitatori del tennis

imitatori del tennis

Dimitrov, Ram, O’Connell. Tutti e tre imitano a specchio la tecnica di un campione del tennis, da Federer a Sampras. Giocatori camaleontici, imitatori, teatranti della biomeccanica. Vi raccontiamo la mimesis della racchetta.


Fate finta che sia una finzione.”
(Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio)

Un’autobiografia e non la mia.
(Svevo a proposito del suo La coscienza di Zeno)

Un personaggio che dice “Io” (e che non sono io).”
(Proust a proposito del narratore del suo Alla Ricerca del Tempo Perduto)

 

Allo stesso modo di questi tre grandi scrittori con i loro personaggi, ci sono tennisti che più di altri hanno costruito la propria gestualità sportiva a metà tra sè stessi e un’idea. Una menzogna, forse. Almeno nella forma.

Dimitrov con Federer, Rajeev Ram con Sampras, il “marinaio” O’Connell (la cui storia è la più curiosa di questo inizio 2021) con Gaston Gaudio. Guardando lo stile di gioco, i gesti di questi tre giocatori, siamo di fronte a una sottile operazione di mimesi biomeccanica. Un’imitazione. Che mantiene intatta la personalità del giocatore, impossibile da modificare profondamente, ma “si serve” dell’emulazione speculare di un modello per ricreare dritto, rovescio e servizio.

Dimitrov alla corte di Re Roger

Lo vidi per la prima volta in un lontano febbraio olandese, splendidamente opposto a Rafa Nadal sul cemento indoor di un turno qualunque del torneo di Rotterdam. Grigor Dimitrov, bulgaro e talentuoso, quella sera strappava un set al Cannibale, a soli diciotto anni. Ma quello che colpiva di lui era proprio lo stile di gioco, così palesemente modellato sui gesti bianchi di Sua Maestà Federer. Le preparazioni, gli appoggi, i finali. Sembrava che Dimitrov avesse passato i suoi pomeriggi a consumare videocassette in slow-motion del campione svizzero. Non era solo fumo. Dimitrov già allora palleggiava da pro, con solidità e pesantezza di palla, e una tenuta fisica anche migliore di quella del giovane Roger.

Curiosità vuole che Dimitrov, a Federer, “rubi” anche il coach. Proprio in quel febbraio 2009 infatti, Peter Lundgren, storico coach capellone del giovane Federer, è da poco sulla panchina di Dimitrov, forse annusandone l’egregio potenziale. Per non parlare degli sponsor tecnici (Nike e Wilson) identici a quelli di Roger, ma sopratutto la racchetta, la proibitiva Wilson Six.One.Tour, un pesante fioretto da 90 pollici, usato nel circuito solo da Federer e da Dimitrov appunto. Nonostante le pressioni della stampa su Dimitrov, e la volontà di farne l’erede “estetico” di Federer, il giovane bulgaro costruisce la propria carriera lavorando in silenzio ed eludendo i pesanti, seppur inevitabili, accostamenti: raggiunta la posizione numero 3 in classifica (best ranking), Dimitrov dimostra al mondo di essere qualcosa di più di un semplice imitatore. Un campione umile e molto generoso.

Federer e Dimitrov

Rajeev Ram, l’indiano d’America

“Brown Sampras”  lo ha soprannominato qualcuno. Statunitense di origini indiane, Rajeev Ram, lo spilungone con la faccia da Silicon Valley, non fa mistero di aver messo a punto la propria “estetica” di gioco in maniera autodidatta. Tradotto? Non avendo mai avuto un vero allenatore fino a circa 14 anni, l’unico modo per imparare a giocare era guardare i video di allora, quando il numero uno al mondo era “Pistol” Pete Sampras. Fino a copiarne le movenze.

Di Sampras, Ram prende innanzitutto il servizio: il piedino alzato, la gobba gorillesca, la lenta e imponente rotazione del tronco. Dritto e rovescio sono altrettanto identici. La “sola” differenza con Sampras è che il saggio Rajeev è uomo da doppio, geometra della volèe, sacerdote della formazione “all’australiana“. Nel 2020, all’età di 35 anni, Ram ha vinto l’Australian Open in coppia con Salisbury, issandosi al numero 5 mondiale tra gli specialisti di coppia. Una testa pensante e l’istinto della rete per sopperire a un fisico legnoso sugli spostamenti lunghi, questo è il Ram tennista.

Nei primi anni di carriera aveva anche provato a portare avanti sia Università che carriera sportiva, cercando di non chiudersi ad altre possibilità e allo stesso tempo di far quadrare il bilancio spese da professionista. Giocando quasi solo serve and volley. Chapeau ai suoi exploit e donazione al WWF per proteggere la razza (quasi) estinta dei signori della rete come lui.


 La comparazione del servizio di Ram a quello di Sampras.

O’Connell il “marinaio”: da pulire le barche al ritorno Slam. Sulle orme del “Gato” Gaudio

È stata la vera favola dell’Australian Open 2021. Christopher O’Connell, l’australiano che puliva le barche a Sydney. Frattura da stress alla schiena nel 2012, polmonite nel 2017 e una tendinite cronica al ginocchio. Dopo 26 anni di infortuni e sbracciate a una mano, O’Connell nel febbraio 2018 aveva detto basta. E così insieme al fratello si era messo a pulire le barche ormeggiate nei pressi del teatro dell’Opera di Sydney, sua città natale. “Lavoravo il mattino, poi andavo in bicicletta alla baia: non volevo più stare su un campo da tennis.”  A fine anno era uscito dalle classifiche mondiali. Ma dopo cinque mesi da “marinaio” per disintossicarsi, O’Connell tenta il ritorno. Nel 2019 si fa strada nella giungla dei Challenger e l’anno dopo è al secondo turno degli US Open contro Medvedev, da numero 111 del mondo. Poi l’Australian Open gli ha regalato una wild card per il torneo.

Sulle orme del “Gato” Gaudio

Youtube. Digito O’Connell ma in campo vedo Gaston Gaudio. Errore del server? Niente affatto, perchè la somiglianza tennistica e anche (estetica) tra l’australiano e quella vecchia volpe del “Gato”, campione al Roland Garros 2004, sembra proprio frutto di una mimesis. Stessa racchetta (Wilson, con l’overgrip blu della Tourna), visiera calata e codino raccolto sulla nuca. E poi la sbracciata di rovescio a una mano, le movenze feline, il dritto e il servizio un po’artigianali, identici nella meccanica e nell’estetica a quelli di Gastone l’argentino, che O’Connell deve aver certo osservato con monomania ai tempi delle sue gloriose gesta su terra rossa. Vedremo se il rinato australiano, che di argentino ha solo il coach, saprà farle fruttare in questo 2021 dalle (incerte) speranze, con il campo che restituisce sempre la vera forma delle cose.


 

Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facessero gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la Toscana e i fumetti di Corto Maltese.