
Lo sport migrante
“Se nos inculca que la inevitable conflictividad del futuro obedecerá preferentemente a choques de civilizaciones porque sería una digresiòn metafìsica suponer que el mundo de mercado unificado pueda combatir por cuestiones materiales de clase”
(Panfleto desde el planeta de los simios. Manuel Vazquez Montalbàn)
Come istantanee scattate da una vecchia Polaroid, le poderose schiacciate di Giannis Antetokounmpo o gli scatti da centometrista di Alphonso Davies sono gesta che rimangono vivide negli occhi di qualunque sportivo che ami definirsi tale perché sublimi e di una bellezza avvolgente.
Dietro, però, cotanto splendore c’è una storia di infinita sofferenza, di traversate degne di un racconto biblico, di speranze spesso spezzate per mano della natura o dell’uomo, di morti dimenticate che sono tutte racchiuse da un unico, enorme, spesso volutamente dimenticato, fenomeno qual è quello delle migrazioni.
Il fenomeno migratorio è immanente con la storia umana, ne è sua connotazione. Il DNA di ciascuno di noi deriva dall’intreccio e dall’evoluzione determinata da uno spostamento. L’essere umano è migrante, con buona pace di chi lo vede inutilmente stanziale per volontà di una non identificata divinità.
Bruno Giordano (no, non il talentuoso attaccante di Testaccio) soleva dire che la storia è ciclica, è destinata a ripetersi. Nel corso dei secoli si è assistito a spostamenti massicci di popolazione per via di povertà, carestie, pestilenze, guerre e i tempi moderni, di per certo, non denotano un mutamento delle cause quanto, bensì, della sensibilità dei “destinatari” di tali fenomeni. Si sarebbe portati a pensare che nell’ A.D. 2021 si sia sviluppata una certa sensibilità, dettata anche da una capacità di osservazione e conoscenza del mondo che ci circonda, all’accoglienza ma, forse, ciò è ancora un pensiero di chi, stoltamente, ritiene l’essere umano capace di evolversi compiutamente.
Basti pensare che, secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi a Ginevra l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, nel primo semestre del 2020 il numero di persone costrette a fuggire a livello globale abbia superato gli 80 milioni.
Stando allo studio “circa 79,5 milioni di persone sono state costrette a lasciare la loro casa a causa di persecuzioni, conflitti e violazioni dei diritti umani. Questo numero comprendeva 45,7 milioni di sfollati interni, 29,6 milioni di rifugiati e altre persone costrette a lasciare il proprio Paese e 4,2 milioni di richiedenti asilo. Nel 2020, i conflitti esistenti e nuovi ed il Covid-19 hanno avuto un impatto drammatico sulle loro vite […] Le violenze in Siria, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Somalia e Yemen hanno causato nuove migrazioni forzate nella prima metà del 2020. Nuovi significativi movimenti migratori forzati sono stati registrati anche nella regione del Sahel centrale dell’Africa, dove i civili sono sottoposti a violenze brutali, tra cui stupri ed esecuzioni. Per le persone costrette a fuggire, il Covid-19 ha rappresentato un’ulteriore crisi di protezione e di sostentamento, oltre ad un’emergenza sanitaria pubblica globale”. Prosegue il rapporto “alcune delle misure per frenare la diffusione del Covid-19 hanno reso più difficile per i rifugiati raggiungere la sicurezza. Al culmine della prima ondata della pandemia, in aprile, 168 paesi hanno chiuso completamente o parzialmente le loro frontiere, e 90 paesi che non hanno fatto alcuna eccezione per le persone in cerca di asilo. Da allora, e con il sostegno e l’esperienza dell’UNHCR, 111 Paesi hanno trovato soluzioni pragmatiche per garantire che il loro sistema di asilo sia pienamente o parzialmente operativo, assicurando al contempo l’adozione delle misure necessarie a contenere la diffusione del virus. Nonostante tali soluzioni, le nuove domande d’asilo sono diminuite di un terzo rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel frattempo, i fattori alla base dei conflitti a livello globale non sono ancora stati affrontati. Nel 2020 sono state trovate meno soluzioni durature per le persone costrette a fuggire rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Solo 822.600 persone sono tornate a casa, la maggior parte dei quali – 635.000 – erano sfollati interni. Con 102.600 rimpatri volontari nella prima metà dell’anno, i ritorni a casa dei rifugiati sono diminuiti del 22% rispetto al 2019”.
Se queste storie, questi numeri possono apparire lontani nello spazio, si pensi che nel 2019 11.471 persone hanno raggiunto l’Italia dopo aver rischiato la vita nel Mediterraneo e che oltre 1.500 bambini e ragazzi arrivati in Italia via mare hanno affrontato il disperato viaggio attraverso il Mediterraneo da soli.
Giannis Antetokounmpo
Dall’alto del Monte Olimpo, gli dèi della sfera, questa volta a spicchi, devono aver visto qualcosa in quel ragazzino nigeriano sbarcato con la famiglia in Grecia nel lontano 1992. Dopo, infatti, aver vissuto nella clandestinità, imposta sempre perché chi migra è ritenuto (aberratio juris) colpevole per il proprio status soggettivo, per vent’anni Charles e Veronica hanno potuto mettere su una bella famiglia: Francis, Thanasis, Giannis, Kostas e Alexis. Nelle polverose e affollate strade di un quartiere periferico di Atene, i cinque ragazzini rifugiati si guadagnano la paga quotidiana al cantiere come manovali, oppure, come è di prassi anche qui da noi, girando per strada come ambulanti.
Non bastasse, un ulteriore fardello affligge ogni singolo migrante: l’odio razziale e Giannis non sfugge a questo lampante esempio di involuzione umana. Non fa, però, tanto paura la discriminazione e l’odio che gli si potrebbe riversare addosso, visto che nella traversata di ogni migrante la vessazione è all’ordine del giorno (vedasi i centri di detenzione libici voluti dall’allora Ministro della Repubblica Italiana Minniti e, nonostante le svariate denunce, ancora aperti e funzionanti). Ciò che è realmente temuto da ogni migrante è il rimpatrio forzato.
L’altezza, però, salverà Giannis e famiglia che vengono accolti in una delle palestre del quartiere. Da quel momento la storia è nota.

Alphonso Davies
La seconda guerra civile della Liberia, che a tutti inevitabilmente ricorda quello straordinario attaccante-politico che risponde al nome di George Weah, ha provocato oltre 300.000 vittime. Questi numeri, però, non tengono conto delle esistenze dilaniate, ancorchè vive, da mutilazioni e stupri.
Da questo contesto Debeah e Victoria Davies sono dovuti scappare.
"Sapevi che c'erano solo due opportunità: o diventare parte della guerra o cercare di uscire", racconta Davies, “Sono felice che abbiano scelto di andarsene perchè i miei genitori non avevano intenzione di portare armi, né sparare"
I suoi genitori sono fuggiti al campo profughi di Buduburam, di stanza ad ovest della capitale del Ghana, Accra. "Ci sono state difficoltà per trovare cibo, per trovare l'acqua e poi anche per avere un figlio, ma hanno combattuto", racconta Alphonso all’Indipendent (quotidiano inglese), ”Tutto nel campo profughi era una battaglia. Non è stato facile, ma erano vivi”.
Davies trascorse i primi cinque anni della sua infanzia a Buduburam, senza istruzione e con scarso accesso a cibo, acqua potabile, vestiti e articoli da toeletta. Il Canada ha accettato la famiglia Davies nel 2005, che ha offerto loro opportunità e la possibilità di vivere. "Voglio che la mia storia ispiri le persone", ha detto terminata la scorsa edizione, che lo ha visto vittorioso, della Champions League…ed è proprio per questo suo costante impegno che, primo calciatore a rivestire questo ruolo, lo ha portato ad essere nuovo ambasciatore globale dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Larson
A quindici anni era in balia delle onde del mediterraneo, stipato su di un barcone nell’attesa di poter vedere una costa su cui approdare e nella quale poter iniziare una vita. Scappa dalla Costa d'Avorio non sapendo che dopo un paio d’anni verrà tesserato dalla Lazio e ufficialmente presentato allo stadio Olimpico. Bianchessi, responsabile del settore giovanile biancoceleste ha detto "ha un grande talento ed è stata una gioia vederlo. Un mio amico, un assistente sociale, mi ha chiesto di osservarlo. Così l'abbiamo fatto venire a Formello e quando l'ho visto non potevo crederci. Non ho mai visto nessuno giocare così senza aver mai fatto calcio. Di segnalazioni ne ricevo tante, non pensavo di trovare un ragazzo del genere". Dopo 8 mesi di follie burocratiche è stato aggregato all'under 18 di Tommaso Rocchi.

Ma non solo atleti migranti, c'è anche un altro lato del calcio e dello sport, che si adopera fattivamente affinchè la mentalità venga definitivamente cambiata.
Gary
Il mantra che le destre sovraniste spesso lanciano nel tentativo di arginare il pensiero accogliente è "ospitateli a casa vostra". Ed è ciò che è accaduto a Gary Lineker che ha raccolto la sfida partecipando all'iniziativa Refugees at Home. In sostanza, l'ex capitano dei 3 Leoni ha accettato di ospitare un rifugiato facendo suo lo scopo dell'associazione: favorire l'integrazione. L'ex attaccante ha dichiarato: "Ogni volta che ho twittato il sostegno a questi poveri rifugiati e alla loro terribile situazione di dover fuggire dai loro paesi, ero solito ottenere questo 'perché non li hai a casa tua".
Questa "provocazione" altro non è stata che una risposta al deputato conservatore Lee Anderson. I due si erano scontrati con toni duri: il deputato aveva apostrofato l'ex campione come ipocrita, accusandolo di parlare in favore dell'immigrazione senza fare nulla di concreto per la causa dichiarando "Che si prenda lui il prossimo barcone di immigrati illegali".
E così ha fatto. Durante il programma ITV, il 59enne ha detto che è stata un'esperienza che "consiglierebbe a chiunque. Era un ragazzo adorabile, cucinava per me e io per lui un sacco, ed era fantastico per i miei ragazzi che trascorrevano molto tempo in sua compagnia", ha spiegato, “Ha dato loro una prospettiva così grande sulla vita. Uno di loro mi ha detto che è stato così bello avere Rasheed qui, conoscere le circostanze disperate che fanno sì che le persone fuggano dai propri paesi ".

Pep Guardiola
Altra litania che è solita essere salmodiata riguarda le ONG che in mare, indipendentemente, salvano i migranti da morte quasi certa sulle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono lasciati nella speranza di arrivare a riva.
Ma, oltre a intraprendere un'azione diretta, che è stata fondamentale per salvare la vita delle persone, Open Arms, entità associata al Dipartimento di Informazione Pubblica delle Nazioni Unite, ha cercato di aumentare la consapevolezza sulla crisi umanitaria che si sta verificando nei mari. Il gruppo ha attirato l'attenzione dei media, in particolare in Catalogna (ricordiamo la foto di Marc Gasol su una delle loro imbarcazioni a prestare soccorso diretto ai migranti: "In mare ho visto troppi morti, non voltiamo la testa" ha detto il campione NBA, "Costruire muri e chiudere porti non è una soluzione”)

Ed è così che sono arrivati all'attenzione di Pep Guardiola. "Pep conosceva il nostro lavoro dai media e ci ha contattato offrendosi di aiutare", continua Lanuza, direttore della comunicazione della ONG. “È stato commosso dall'emergenza umanitaria nell'Egeo e nel Mediterraneo, dove più di 20.000 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa negli ultimi 5 anni. Credeva che i nostri valori corrispondessero ai suoi." L'aiuto di Guardiola ha comportato il sostegno finanziario, che è fondamentale per un ente di beneficenza che trae il 90% dei suoi finanziamenti da privati cittadini e non è sostenuto dai governi. Ha anche cercato di aumentare la consapevolezza. Lanuza continua: "Ci ha sostenuto, non solo finanziando le nostre missioni e bisogni quando più necessario, ma anche dandoci una voce". Questo ha portato Guardiola ad invitare il capo delle operazioni di Camps and Open Arms Gerard Canals a Manchester tre anni fa per tenere un discorso ai giocatori del City sulla realtà di ciò che stava accadendo nel Mediterraneo e per spiegare la missione umanitaria dell'ente di beneficenza.
Se c’è una cosa che il Gioco può fare è avvicinarci ad orizzonti che riteniamo fin troppo lontani, perché difficilmente si pensa che molte delle storie dei giocatori che ad oggi ammiriamo sui prati verdi della Coppa Campioni o sul linoleum di qualche palazzetto dello sport statunitense possano essere quelle di persone fotografate al confine USA-Messico, nelle remote risaie del far east, sulle barche di fortuna ondeggianti nel Mar Mediterraneo o nei campi profughi tra Croazia e Bosnia. Non sono, citando Manu Chao, fantasmi nella città, ma lo specchio della realtà che ci circonda e davanti a cui non possiamo semplicemente voltare la faccia o cambiare canale. Perchè ognuno di noi è migrante.
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