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- di Federico Castiglioni

Le paure della Fiorentina


Questa della Fiorentina sarà, comunque vada a finire, l'ennesima stagione fallimentare, la terza consecutiva.


Ormai è dall'inizio del 2019 che i viola sono finiti in una spirale involutiva a metà tra la farsa e la tragedia. All'epoca c'era Pioli in panchina, la squadra veniva da un girone d'andata non brillantissimo e aveva riportato in Italia Luis Muriel, presentatosi come l'iradiddio da ex contro la Sampdoria. In Coppa Italia, dopo aver maramaldeggiato sul cadavere di Di Francesco rifilando un 7-1 alla Roma, aveva riacciuffato l'Atalanta nella semifinale d'andata con l'ennesimo 3-3 stagionale . Tre giorni prima c'era stata la rimonta casalinga contro l'Inter, terminata con il medesimo punteggio e le famose polemiche del “rigore di Abisso”.

A fine febbraio 2019, dopo venticinque gare i viola occupavano il nono posto a quota 36 punti, a due lunghezze dal sesto posto occupato in condominio da Lazio, Torino e Atalanta e con 18 punti sulla zona retrocessione, ed erano in ballo per guadagnarsi la finale di Coppa Italia. Da allora, passeranno sette mesi per rivedere una vittoria.

Le amarissime dimissioni di Stefano Pioli in aprile dopo la sconfitta interna contro il Frosinone, il ritorno di Montella con la serie di cinque sconfitte consecutive, serie peraltro iniziata al J-Stadium con uno sfortunato 2-1 che consegnò ad Allegri l'ultimo scudetto bianconero, la salvezza all'ultima giornata con uno squallido pareggio contro il Genoa e l'orecchio teso su Inter-Empoli, nella speranza che i nerazzurri non si suicidassero bruciando la qualificazione alla Champions (e non ci mancò molto), la cessione societaria con l'arrivo in pompa magna di Rocco Commisso.

fiorentina

E ancora: il fuoco di paglia delle prime sette giornate della stagione 2019/2020, l'esonero di Montella a dicembre dopo l'1-4 interno contro la Roma e la squadra a soli tre punti dalla zona retrocessione, l'arrivo di Iachini con l'obiettivo salvezza, raggiunta senza patemi post-lockdown, e la riconferma in estate dello stesso con l'abbandono della trattativa per Juric. Conferma di Iachini che dura appena due mesi, con l'esonero a seguito del pari senza reti contro il Parma, e il gran ritorno di Cesare Prandelli subito segnato dalla sconfitta con il Benevento. Dal Benevento a Benevento, ultima vittoria della Fiorentina prima della sconfitta contro il Milan, con le dimissioni del tecnico di Orzinuovi travolto dalle tensioni emotive. In mezzo, Torino, dove i viola superano clamorosamente la Juventus per 3-0 ma subiscono il pari allo scadere in nove contro i granata, le disfatte di Bergamo e Napoli, il terrificante 3-3 (di nuovo) contro il Parma. E lo spettro della retrocessione.

La Fiorentina, squadra che negli ultimi quindici anni era sempre riuscita a stare nell'orbita di medio-alta classifica/coppe europee (ad eccezione degli anni Mihajlovic-Delio Rossi), appare ora scivolata in un processo di ridimensionamento irreversibile, nel quale la sua massima aspirazione è divenuta una salvezza tranquilla. Questa sequenza involutiva ha origini più datate rispetto all'ultimo trienno, e grosso modo coincide con la progressiva politica di disimpegno finanziario dei Della Valle durante la gestione tecnica di Paulo Sousa, ultimo momento di ambizione in casa gigliata, quando la Fiorentina chiuse l'anno solare 2015 al secondo posto ad un solo punto dall'Inter capolista (già sonoramente battuta a Milano per 4-1).

La fine del percorso di crescita tecnico-sportiva fu personificata da Benalouane e Tino Costa, arrivati a “rinforzo” insieme a Mauro Zarate in quel gennaio 2016 dove le due immediate sconfitte di fila contro Lazio e Milan rimisero “le cose a posto”, rispendendo la Fiorentina a -6 dalla vetta nel frattempo rioccupata dal Napoli, mentre la Juventus iniziava il suo duello per lo scudetto con gli azzurri (poi vinto) e anche l'Inter di Mancini franava su sé stessa.

La politica di pareggio di bilancio dell'ultima fase dell'era DV, e gli errori anche marchiani di scelte tecniche compiuti dalla nuova proprietà targata Rocco Commisso, sono certamente fattori pesanti e decisivi nel collasso sportivo della Fiorentina, rispetto al quale, almeno agli occhi dei tifosi, le presidenze presenti e passate hanno tradito malafede, con i loro interessi concentrati su questioni terze (stadio, centro sportivo) piuttosto che sulle “cose di campo”.  Il cumularsi di valutazioni errate, grane contrattuali, cambi tecnici repentini e campagne acquisti improvvisate, corredato con aspettative rimaste sempre alte anche perché alimentate a benzina dalle dirigenze, ha creato una situazione estremamente complicata e permeato di sfiducia l'intero universo viola, in un processo che dura da almeno un quinquienno e che ora sembra arrivato al punto di non ritorno.

I toni drammatici di questa crisi sono enfatizzati dal fatto che il famigerato “ambiente”, nonostante tutto, non è avvezzo a ragionare in termini di salvezza, né lo sono buona parte dei giocatori che compongono la rosa attuale, non a caso finiti in una spirale negativa in primis mentale, che porta la squadra a traballare pericolosamente alla prima cosa storta che avviene in campo. Si può diagnosticare una vera e propria sindrome depressiva collettiva, probabilmente aggravata dalla perdurante situazione di pandemia, che anche omettendo il carico di stress che coinvolge in vario modo l'intera popolazione, già solo con le gare a porte chiuse cambia e non di poco le componenti emozionali delle partite. Senza dar la colpa al covid (siamo seri, su), per la Fiorentina il forzato allontanamento dal “suo” popolo potrebbe esser stata la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Prandelli, tornato dopo un decennio sotto l'ombra del giglio, in questi mesi si è mostrato subito e chiaramente consapevole di questa situazione, cercando soluzioni non tanto tattiche (seppur toccando alcuni aspetti, come la riaggressione della palla persa e un diverso approccio alle fasi di costruzione e sviluppo), quanto di recupero in termini di fiducia di vari giocatori in piena crisi. Stando su alcuni singoli, l'azione non può dirsi fallita: su tutti, la titolarità indiscussa di Vlahovic ha pagato in termini di gol e punti fatti, con il ragazzo finalmente sbocciato dopo mesi di lampi isolati nel buio e una sua continua messa in discussione. In misura minore, lo stesso risultato si è avuto per giocatori prima ai margini come Igor e Valentin Eysseric, o crollati sul piano fisico-mentale come Pulgar e Caceres.

Il tecnico bresciano non è nuovo a queste operazioni di “rimessa in fiducia”, si pensi a Gilardino proprio con la Fiorentina o a Balotelli e Cassano in nazionale. Da sempre Prandelli ha mostrato nell'entrare in empatia con giocatori inespressi, responsabilizzandoli con la titolarità e ovattandoli dalle pressioni circostanti. Tuttavia, lo smalto del tecnico non è più quello di dieci anni fa, e nella stessa scelta di accettare la proposta di Commisso a giochi in corso deve aver pesato una componente emotiva persino preponderante rispetto a valutazioni più concrete e realistiche, quali le difficoltà nell'operare con un gruppo non suo (e non apparso molto entusiasta dell'esonero di Iachini) o l'esser fermo da alcune stagioni, e senza franca stima della propria capacità di reggere forti pressioni.

Oltretutto, Prandelli è sempre stato un tecnico poco avvezzo al ruolo di “generale”, per mentalità e per carattere: persona posata e persino schiva, talvolta permalosa, non è mai stato portato alla diplomazia di spogliatoio. Come già successo in passato, i suoi “recuperi” possono aver turbato ulteriormente uno spogliatoio tutt'altro che unito senza che né lui, né altri riuscissero a tirare le fila del tutto. Senza volerlo, potrebbe aver contribuito a esacerbare tensioni interne in un gruppo oltretutto privo di una forte leadership emotiva, mentre è ormai palese come la sintonia con lo stesso non sia, nel complesso, mai scoccata.

In un circuito che si è autoalimentato fino al punto attuale, la costante principale della stagione viola è stata la paura, e in questo una certa responsabilità non può non averla il suo predecessore (nonché successore) Iachini. Paura già impressa a fuoco alla seconda di campionato nel 4-3 contro l'Inter a San Siro, quando la Fiorentina subì nei minuti finali la rimonta dal 2-3 dopo essersi tremendamente abbassata negli ultimi venti minuti, più per proprie ansie che per meriti dei nerazzurri, in evidente stato di confusione e maltrattati da Chiesa e Ribery (la rimonta dell'Inter si concretizzò dopo la sostituzione del francese, ndr).

Lo stesso accadde poche settimane dopo contro lo Spezia, dove la squadra (avanti 2-0 dopo appena quattro minuti) si richiuse in sé stessa subendo il gioco dei liguri e finendo per farsi rimontare sul 2-2 rischiando anche il cappotto.

D'altronde la paura, se non la rassegnazione, nella testa di Iachini dovevano aleggiare già da un po'. La sua riconferma, imposta di getto da Commisso contro il parere di tutti, non poteva che essere a tempo, e il suo esonero si è rapidamente concretizzato senza grosse debacle in campo dopo sole sette partite. Tutto questo non tanto per i limiti dell'allenatore, ma per la diffusa convinzione persino in dirigenza che non potesse essere lui l'uomo giusto da cui ripartire. Una spaccatura di visioni che tra le altre ha fortemente condizionato la campagna acquisti estiva, dove si è ecceduto in operazioni di revival a là Ribery (Borja Valero, Bonaventura, Callejon, con solo l'ex milanista integrato in squadra da titolare), si è ceduto Chiesa a campionato iniziato e si stava persino per metter sul mercato Vlahovic, poco in sintonia con Iachini che l'anno scorso spesso gli preferiva Cutrone e quest'anno lo vedeva come alternativa a Kouamé. Per non parlare delle (differenti) difficoltà di inquadramento tattico di Amrabat e Martinez Quarta.

L'arrivo di Prandelli, chiamato a migliorare la “qualità del gioco” in una squadra priva di un play basso ma con sei mezzali di ruolo dalle caratteristiche più variegate, non ha granché impattato su questo aspetto. Dopo l'esordio-shock contro il Benevento, fu ad esempio subito archiviata la difesa a quattro e ridimensionati i progetti di costruzione e sviluppo dell'azione, già solo per il fatto che l'uomo in meno dietro levava residue certezze e riferimenti ai difensori, oltre ad essere (ma quello era noto) poco digeribile per i terzini viola.

Uno spettacolo desolante.

Nell'atteggiamento in campo dei viola e nello stesso undici di partenza, tuttavia Prandelli ancor più di Iachini ha tradito la necessità di compensare insicurezze e distrazioni arretrate con granitiche difese di reparto, tanto da piegarsi a una fase di non possesso il cui dogma era la linea arretrata a cinque oramai assimilata dai giocatori. Tra le altre, con Prandelli le caratteristiche degli esterni sono diventate ancor più difensive, tanto che Caceres e Igor sono entrati nelle rotazioni dei “quinti”: con l'idea che lo sviluppo del gioco non avesse più come fulcro le fasce ma la zona centrale, diventavano preferibili in quelle posizioni giocatori più abili in marcatura e nei movimenti difensivi, per coprire le spalle ad una pressione offensiva più alta e una riaggressione più intensa, e con il fine ultimo di evitare l'eccessiva concessione di iniziativa e ampiezza agli avversari.

Tutti correttivi tattici che sì, inquadravano alcuni dei problemi, ma certo non risolvevano IL problema, ovvero la perdurante sfiducia in sé stessi dei giocatori, alimentata dal fatto stesso che i risultati hanno continuato a stentare nonostante, a tratti, si vedesse qualche progresso in termini di prestazioni, con sullo sfondo quell'atteggiamento da “vorrei ma non riesco”.

Negli ultimi due mesi, i gigliati hanno raccolto 8 punti in 9 gare. Pochi. E di questi, gli unici che facevano davvero ben sperare erano gli ultimi contro il Benevento, dove al netto di qualche tentennamento ad inizio ripresa i viola erano stati dominanti nonostante (o grazie a?) alcune assenze eccellenti, e dove la tripletta di Vlahovic era stata anche una vittoria personale di Prandelli. Arrivata, evidentemente, troppo tardi. Troppo sanguinose le sconfitte contro Samp, Udinese, Roma e Milan. Troppo amari i pareggi contro Torino e Parma. Basta così, avanti il prossimo.

A dieci partite al termine, il +7 sul Cagliari terzultimo è l'ultimo argine da tenere per la Fiorentina, e toccherà di nuovo a Beppe Iachini difendere quel vantaggio. Con quali motivazioni sue e dei giocatori, non possiamo saperlo.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Scribacchino schierato sull'ala sinistra. Fiorentina o barbarie dal 1990. Scrivo per evidenziare le complessità di un gioco molto semplice.

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