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10 min

- di Antonio Torrisi

Michele Criscitiello in chiaroscuro


L'ultima squalifica di Michele Criscitiello (da presidente della Folgore Caratese) ha fatto emergere una volta in più luci e ombre di una figura a metà tra la maschera e il capro espiatorio di un sistema che in lui ha trovato una via verso la redenzione.


Comodi si sta di fronte al Tribunale della Ragione, armati di sprezzanti e inequivocabili giudizi, mentre il sole e le ore muoiono, e con esse un’altra giornata di programmazione a Sportitalia. Ma cosa volete che ne sappia, chi sta dietro le quinte, delle fatiche, delle noie, delle aspettative ricolme di un potenziale di delusione tale da far tremare l’intero sistema della mente. Essere saldi, risoluti, in certi casi è più una necessità vitale che un imperativo: Michele Criscitiello ne sa qualcosa.

Di Gigi Marzullo amiamo lo stile e la pacatezza: l’intelligenza riproposta nelle domande ai suoi interlocutori in un format che mai tramonterà. Per trenta minuti, qualcosa in più, ha svelato agli italiani un uomo diverso e slegato dalla concezione comune, convenzionale. «Niente di più, ma niente di meno», risponde alla resa dei conti con il fato su cosa aspettarsi dal futuro Criscitiello, controvertendo il titolo del programma. “Sottovoce” non lo è mai stato: capro espiatorio, a volte e forse, sì.

Criscitiello e Pedullà: inseparabili.

Luci della ribalta

La vicenda è nota a tutti: sul punteggio di 1-1 della sfida tra Folgore Caratese e Bra, il direttore di gara espelle un giocatore dei padroni di casa. Esplode la rabbia dei presenti: il risultato finale di 1-4 alimenta il fuoco. Saltano i nervi: ma il resto lo lasciamo al comunicato ufficiale del giudice sportivo che ha notificato l’inibizione fino al 30 aprile 2022 di Michele Criscitiello, presidente della Folgore. Per cosa?

«Per avere, al termine della gara, rivolto ripetute espressioni offensive, ingiuriose e intimidatorie all’indirizzo del Direttore di gara stazionando nell’area degli spogliatoi senza mascherina. Inoltre colpiva ripetutamente con calci e pugni la porta dello spogliatoio riservato alla Terna, reiterando le proteste anche durante il briefing con l’osservatore che di fatto non poteva avere luogo. Successivamente, mentre la Terna cercava di abbandonare l’impianto scortata dalle Forze dell’Ordine, il medesimo insisteva nelle proteste seguendo la Terna mentre la filmava con il proprio smartphone. Infine mentre l’Arbitro tentava di introdursi nell’abitacolo, chiudeva con violenza lo sportello dell’automobile colpendolo ad un braccio e provocandogli sensazione dolorifica seguitando a filmare la scena con il proprio cellulare. Sanzione così determinata, ex art.35 CGS, in ragione dalla pervicacia della condotta».

Letto così l’episodio non è solo grave, ma anche imbarazzante. Almeno quanto dolorifica è la sensazione “seguitata” dalla scelta di alcuni termini in diversi passaggi testuali: ma non stiamo qui a fare i maestrini, né in termini di linguaggio, né di stile. Una prima difesa Criscitiello la affida a Instagram:

«Ho sempre preferito i fatti alle chiacchiere e anche questa volta porto le prove che la @legadilettanti ha già in possesso da ieri. Quanto scritto nel referto da questo ragazzo m.dilo96 (arbitro di 26 anni) è una ricostruzione smentita dai fatti. Foto 1) davanti al suo spogliatoio ha preteso la presenza fissa di un carabiniere. Ciò conferma che non era neanche possibile avvicinarsi. Altro che calci. 2) video di quando esce fino a quando entra in auto. Per fortuna faccio un mestiere dove le prove sono tutto e io ho documentato. Mentre filmo non mi avvicino neanche. Inoltre c’è il verbale dei carabinieri dove c’è scritto “nulla è accaduto”. Il giudice sportivo non indaga, riporta quanto scritto dall’arbitro. La Procura Federale, invece, indagherà su presunte frasi razziste di questo signore ad un nostro tesserato. Il mio obiettivo è la sua radiazione. Confermo invece di avergli detto “stai facendo il fenomeno” e “sei un incapace”. Tutto ciò quando usciva dal campo, non dopo.»

Ricostruzione su cui la Procura federale deve ancora far luce e pronunciarsi. Ma poiché siamo uomini e, come chi scrive, Michele Criscitiello è, per dirla alla Marzullo, «un uomo del Sud», l’ultima parte del post è la classica stilettata, o colpo di coda, di chi va a sedersi in silenzio con mento in su e petto in fuori: «Noto, invece, con piacere che a riportare la notizia, a metà, siano i soliti siti (guarda caso il corriere della sera GRUPPO RCS) o ex giornalisti televisivi che con me hanno perso una causa al Tribunale di Roma con la società in liquidazione e attendo ancora i 90.000€. Sono sempre fatti. Non chiacchiere. Il calcio lo vivo con passione e sangue caldo ma le false ricostruzioni non le tollero». E te pareva.

Il fatto, comunque, per pura cronaca riprende seppur alla lontana un altro episodio accaduto nel novembre del 2018 e con protagonista lo stesso Criscitiello: «Allontanato nel corso del secondo tempo per essersi avvicinato alla panchina della società ospitata con fare minaccioso, al termine della gara, nello spazio antistante gli spogliatoi raggiungeva un dirigente avversario e lo colpiva con uno schiaffo al viso e un calcio all’altezza del fianco. Veniva bloccato e condotto all’interno dello spogliatoio solo grazie all’intervento dei dirigenti della società ospitante». Inibizione fino a dicembre e scuse social, ma in questo caso più contenute: «I vocaboli “handicappato” e “mongoloide” nella vita non vanno mai usati. Neanche su un campo da calcio. Per questo non mi pento della reazione e ritengo giusta la squalifica». Ma, ritornando a quanto accaduto dopo Folgore Caratese-Bra, visto che il giustizialismo non ci appartiene, e dato che con indagini ancora in corso sentenziare sarebbe ingeneroso e ingiusto, tutto il resto è noia, chiacchiericcio e gossip.

Criscitiello, il comunista

Dicevamo, il Tribunale della Ragione di fronte a cui Immanuel Kant cita in giudizio la Ragione stessa. Pur avendone bisogno lungo il nostro cammino, di questo, proprio di questo, non discuteremo. Nel “Diario” del buon Soren Kierkegaard, però, alcuni appunti possono restituirci una certa utilità nella comprensione del Criscitiello uomo, ancor prima che volto: «La cosa più miserabile di tutte è proprio la mediocrità, la perdizione più profonda è proprio la mediocrità». Se non fosse stata scritta da Kierkegaard, avremmo fatto in fretta ad attribuirla a Michele da Avellino, crollando sui nostri stessi presupposti di descrizione, intrisi di melassa. Criscitiello è il bersaglio facile di chi non sa fare: il capro espiatorio perfetto dei mediocri. È un santo? No: forse il problema sta proprio qui. Nei modi, nelle apparenze.

E di questi, ahinoi, si sono stancati un po’ tutti. E se è vero, come afferma lui stesso da Marzullo, che «questo mestiere non lo puoi studiare sui libri», la maschera che scegli, se funziona, fai fatica a sostituirla. Fatto sta che ad un certo punto della carriera di Michele Criscitiello l’essere puro e trasparente si trasforma in apparente sfacciataggine che mal si sposa con la compiacenza al sistema di alcuni tra i suoi colleghi. In un mondo in cui l’essere saggi e l’essere accomodanti si confondono a vicenda all’insegna del politically correct, Criscitiello si presenta come la rottura, quando gli basterebbe urlar meno per farsi capire nella sua interezza. E se qualcuno non lo avesse ancora compreso, è anche l’unica e ultima via rimasta per un giornalismo diverso: non siamo mica andati fuori di testa. È solo troppo presto per parlarne apertamente: non siete, siamo, ancora pronti per questo.

Eppure, Criscitiello è uno di noi. Il protagonista perfetto delle pellicole a sfondo romantico su lavoro e famiglia, tra sogni e (poche) delusioni: si è fatto da solo. E no, non abbiamo prove per sostenere il contrario: su quel posto tossico che è diventata la piazza dei social si fa spesso il nome di Luciano Moggi. Michele ha più volte risposto sul tema: noi lo accenniamo soltanto, anche perché a leggere troppi veleni abbiamo iniziato a soffrire di agorafobia. Però sì: ce l’ha fatta.

Ha preso in mano la valigia e da stagista è diventato il proprietario (reale e concreto, cioè nel vero senso della parola) del suo stesso sogno, Sportitalia. Se a Marx si deve la teorizzazione del concetto di “comunismo” politico, a Cristo quello “spirituale”, a Criscitiello quello “giornalistico”: senza timore di smentita. Dopo il fallimento della stessa Sportitalia si rimbocca le maniche e segue la via tracciata dall’imprenditore tunisino Tarak Ben Ammar (già proprietario in passato) rilanciando, da direttore (lui, che era già stato caporedattore), quindi da comproprietario (a proposito, ecco le ultime sulla gestione), il canale. L’abbiamo fatta troppo breve? Non siamo mica wikipedia.

«Raccomandato? Si, Da Auditel»: e gli ascolti vanno bene. Da Marzullo dice di dovere tutto alla famiglia, persino il carattere: racconta anche di essere diverso, a fari e telecamere spente. Nel 2013, Panorama ricostruendo la vicenda del fallimento di Sportitalia affida a un dipendente anonimo il racconto dei fatti, pareri su colleghi compresi: da un lato le vittime destinate al licenziamento, dall’altro «gli amici di Criscitiello, che naturalmente continueranno a lavorare con lui…». Uno così non deve star simpatico a molti, è indubbio.

Da Marzullo parla sempre al singolare, tranne quando si riferisce agli affetti. Amore, famiglia. Patria? «Non sono un amante della Nazionale italiana»: Avellino, la sua redazione. Ed è qui che si compie e realizza il comunismo: un’opportunità per tutti, una porta aperta per chi vuole provarci. Il workshop e la gavetta da stagista: chi sottovaluta la sua scuola probabilmente sconosce la quantità di volti legati al giornalismo sportivo che ne sono usciti. Non può essere un caso.

L’uomo e il messaggio

In un altro universo stanno sicuramente discutendo della relazione che intercorre tra cose e aspetti della vita che, a guardarli bene, tra loro non ci azzeccano poi molto. Nel 2017, ad esempio, in Inghilterra viene pubblicato “V”, l’album degli Horrors. Sì, insomma: horror punk, punk rock. Ci siamo intesi. La copertina è il trionfo del giornalismo nostrano: una quantità non ben definita di volti che si ammassano, schiacciano, confondono tra loro, in una poltiglia quasi disgustosa. Persino devastante (ah, per inciso: il Guardian gli ha anche dato cinque stelle, recensendolo). «What does it tell you when you change into a stranger? […] How has your life become a lie? Questions unanswered»: non sappiamo ancora se gli Horrors abbiano mai sentito parlare di Michele Criscitiello, ma gli hanno cucito (e composto) addosso «Press enter to exit».

Il fatto di non poter rispondere a domande simili crediamo sia del tutto normale: a volte ci si chiede semplicemente come sia realmente il frontman di Sportitalia. Come si comporti quotidianamente, come tratti i suoi dipendenti, se nella stessa maniera o meno di come tratta alcuni suoi interlocutori (ahinoi, male, pur essendo stato assolto numerose diciotto volte su diciotto denunce), se quanto raccontato a Marzullo sia vero, o no. È proprio della logica dell’anti-eroe sperare di essere sorpresi fino alla fine dalla nemesi, in vista di un’improbabile redenzione.

L'album degli Horrors, "V": in sintesi, l'immagine del giornalismo nostrano.

«Così come c’è la gloria, ovviamente ci sono anche momenti un po’ più complicati. […] La faccia del fesso che sta vedendo adesso la vedrà anche tra sette, dieci giorni per intenderci, e la faccia del mio amico Alfredo Pedullà la vedrà ancora tra sette, dieci giorni, non lo cambierà nulla. […] Per sette, dieci giorni non ci vedremo: qual è il problema? Mi faccio una lampada, dico che sono stato al mare: ritorneremo. […] Cosa vi sto dicendo? Che vi togliamo un pezzo di nome, ma a voi che ve ne frega: a me niente. A voi? Niente. Che per sette giorni non ci vedremo. A voi che ve ne frega? Un po’, sì, vi manco, vi manca Pedullà. Però noi ci riposiamo: diciamo che ci riposiamo non a Natale, ma questa volta ci riposiamo durante la pausa (ride ndr) dei morti e dei santi»: tra licenziamenti e colleghi senza futuro, e in poco meno di sette minuti, il necrologio di Sportitalia, condito da sorrisi e battute: che, a un funerale, non sono proprio il massimo.

Il necrologio di Sportitalia, in sette minuti.

In quel 29 ottobre del 2013 qualcuno ha voluto vederci solo il male. E a un primo sguardo, saremmo ingenui a non ammetterlo, è difficile il contrario: ciò che nessuno dirà è che dietro quelle parole c’è ancora una volta una persona, che non perde il posto e che può continuare a fare quello che stava facendo, con lo stesso compagno di viaggio e lo stesso format.

Direte che è sbagliato, pensarla così: è la maniera più umana possibile per comprendere cosa ci sia dietro alla maschera. L’uomo e il suo messaggio, filtrato dallo schermo: sempre nel 2013, Italia Oggi descrive il workshop come parte di «un business» dal fatturato di cinquantaquattro mila euro (inserito nel più grande da ottocento mila), quasi una sorta di “mito” su cui lucrare per “tre mesi di stage”. Conoscendo parte dei vincitori e il loro percorso a Sportitalia, si può tranquillamente dire che non è così, anzi. Datemi un giovane e vi solleverò il mondo: è proprio il caso di dirlo. Ma del Criscitiello uomo, quello vero, al di là delle decine o centinaia di commenti social votati all’odio incondizionato che possono essere letti costantemente sotto a ogni suo post, e chiaramente oltre alle rispettive risposte piccate, praticamente nulla.

Negazionismo delle emozioni

Diciamolo: criticare Michele Criscitiello, o chi si presenta nella stessa maniera al prossimo, pubblicamente, è lo sport preferito di tutti. Persino più del calcio. Dice cose che nessuno vorrebbe mai dire apertamente (il giudizio di fine estate su Andrea Pirlo, ad esempio, ripreso tardivamente dagli altri, o l’annuncio di Sportitalia di un flirt tra Cristiano Ronaldo e la Juventus, spernacchiato a destra e sinistra per poi essere venduto a peso d’oro al mercato, facendolo proprio), ragiona di pancia e lo fa senza peli sulla lingua. No, senz’altro meglio il politically correct degli schermi in alta definizione e 4K, la “garra charrùa” e la retorica nostalgica e bomberistica. «Scegliete la vita», avrebbe detto Mark Renton. Chi scrive, in quest’ottica si tiene volentieri Criscitiello.

Un classico salotto di Sportitalia.

E ribadiamo, in “quest’ottica”: non in quella dei fatti, alcuni da accertare, altri ammessi, a caldo sul campo, dopo una partita della sua squadra. Riprendendo le numerose domande senza risposta che ci siamo fatti inter nos prima, ne aggiungiamo una, l’ultima, irrisolvibile. 

Cosa sarebbe stato Michele Criscitiello senza tutto questo? Senza liti, senza show, senza vanità. Senza pathos. Il nulla: la mediocrità che cozza con l’estetica del Don Giovanni (giornalistico) di Mozart, ripreso da Kierkegaard. E nella mancanza di questa catarsi di cui tutti beneficiano, l’offesa al lavoro quotidiano, trionfa l’anti-eroe. Tolto l’uomo, ciò che resta è il suono freddo e svuotato delle rotative che, senz’anima, annunciano il giorno che viene, le ultime notizie e la morte delle emozioni.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giornalista pubblicista classe '94 a metà tra filosofo e sofista. Fautore del calcio come "prodotto sociale", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e intervistando i parenti. Vive costantemente tra microfono, cuffia e tastiera, alla ricerca di storie da raccontare.

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