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- di Redazione Sportellate.it

Considerazioni sparse su Drive to Survive - Season 3


Il consueto appuntamento pre-season ci aiuta a portare a temperatura il motore, in vista della prima gara di campionato.


- Drive To Survive con questa stagione sancisce definitivamente la sua evoluzione: da finestra curiosa sulle trame nascoste della Formula 1, ora abbiamo uno strumento narrativo completamente inserito nella costruzione dell’immagine del Circus. In questa stagione vediamo come i team interagiscono con la crew Netflix, che si muove leggera con alta abilità giornalistica, in un racconto che ci aiuta a dipanare le vicende dell’anno precedente per darci un quadro chiaro del “come siamo arrivati a oggi” e lanciarci verso il nuovo campionato;

- Il ritmo è irruento, come lo è stato il 2020. La quarantena e la riformulazione del campionato vengono liquidati abbastanza in fretta, giustamente, per concentrarsi maggiormente su come l’instabilità generale abbia messo a nudo le dinamiche più delicate dei team. Dall’ambivalente “Ca$h is king”, che si riferisce sia alla necessità di tenere in moto il carrozzone motoristico durante la pandemia sia al Guenther Steiner in ricerca matta e disperatissima di nuovi sponsor (e le scelte che ne conseguono), sia al potere economico e politico di Stroll Sr. e della sua “pink Mercedes”. Alle sincopi dei soldi si aggiunge quello delle musical chairs delle monoposto, quest’anno più attivo del solito, e del turbine di contratti che ha scosso le stabilità interne delle scuderie;

- Il focus di superficie è lo scontro e l’avvicendamento a metà classifica Renault-McLaren-Racing Point, in lotta per il terzo posto, a cui si aggiunge una Haas guidata dal suo capitano Steiner alle prese con le turbolente acque manageriali e il “Comeback Kid” Gasly. Tutto avviene sotto lo sguardo attento dei 3 Padrini di Famiglia Wolff, Binotto e Horner, con quest’ultimo particolarmente attivo nei panni del “colui che tutto vede e tutto sa”, sempre presente e con un interesse o un’opinione riguardo praticamente ogni singolo evento politico e sportivo. Chiudono il cerchio i due piloti Mercedes, il determinatissimo e temibilissimo e rocciosissimo e determinatissimo (sì, è ironico) Bottas e Lewis, che conclude mettendo in chiaro le sue intenzioni: non corro più per me stesso, corro per fare la mia parte nel cambiare il mondo e la storia;

- La sottotrama si sposta invece su un piano profondamente più umano: dietro alle vicende sportive è tanto evidente come si sia strutturata una rete prima di tutto umana. L’interazione tra i vari manager e le diverse scuderie, tra i singoli piloti, la “family” Haas di cui Steiner è padre orgoglioso, la bromance Carlos-Lando, l’affetto tra Ricciardo e Abiteboul (ndr: Abiteboul non sarà dei nostri il prossimo anno) è segno di come la F1, a oggi, sia composta di uomini e donne che sono prima di tutto fervidi appassionati del proprio lavoro. Avversari il weekend, amici e collaboratori durante l’anno, con a cuore il destino di questo sport;

- Durante tutta la stagione si respira una catartica armonia che ci fa sentire parte della Formula 1 che verrà, ci affezioniamo ai piloti, ci emozioniamo e non vediamo l’ora di vedere nuove gare. C’è però una piccola nota completamente stonata che ha lo stesso effetto di un gancio al fegato: “We Need To Talk About Ferrari”. Di tutte le emozioni positive e combattute che proviamo nel corso delle 10 puntate, qui percepiamo un senso di inadeguatezza e di spaesamento totale che stride come mai prima d’ora sul Cavallino Rampante. La gestione Vettel, le riunioni di Hoffer che sembrano l’amateur hour di strategia comunicativa (ma cosa vuol dire “i giornalisti ci hanno detto che non è bello”? Siete la Ferrari, dovete essere padroni unici e totali della vostra immagine, non “ci hanno detto che”), la totale mancanza di controllo degli eventi strategici, comunicativi, e sportivi disegnano una Scuderia e un’azienda che sembra uscita dagli anni ’80 e catapultata all’improvviso nel 2020. Sono anni che la Ferrari è arretrata dal punto di vista strategico (e, voglio rimarcare, comunicativo), ma quello che si vede adesso è un panorama impensabile e terribile. Di tutto quello che caratterizza il cavallino, è rimasto solo lo stemma, e giunti a questo punto non basteranno le vittorie per ristabilirne il nome: serve una profonda rifondazione. Ma forse, visti gli ultimi sviluppi, l’attuale amministrazione non ha la più pallida idea di cosa stiamo parlando, e il Cavallino da che sembrava un purosangue ferito, si rivela semplicemente un vecchio campione destinato alla leggenda, alla storia e non al presente. Sicuramente, l’appuntamento è fissato per le 17 di domenica. Ci vediamo in Bahrain.

 

(a cura di Lorenzo Tognacci)


 

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