Interventi a gamba tesa

Dalla terra rossa al palco, passando per San Siro – con Luca Ravenna

luca ravenna

Luca Ravenna ci racconta della sua passione per l’Inter, per il tennis e per lo sport in generale. Riuscendo a farci ridere e riflettere anche parlando di calcio. 


Un commediante fa cose divertenti; un buon commediante fa divertenti le cose.”
Buster Keaton

In periodi come questi ascoltare Luca Ravenna è veramente un toccasana, ma intervistarlo e parlarci è ancora meglio. Nella mia visione ideale del mondo dovrebbe funzionare tipo così: c’è una pandemia globale e ti senti un pò giù di corda? Il tuo psichiatra dovrebbe lasciarti il suo numero di cellulare, prescrivendoti di chiamarlo almeno 2 volte al giorno e via che la giornata prende un’altra piega.

Battute a parte, che ridere faccia bene è scientificamente provato, ma anche che Luca sia oggi uno dei migliori stand up comedian del panorama italiano è praticamente un dato di fatto.

Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo sapendo della sua grande passione per l’Inter e per il tennis.

E nella speranza di farci qualche risata.

Luca Ravenna

Allora Luca, oltre ad essere ormai un comico, stand up comedian e podcaster di successo, è diventato di dominio pubblico anche il tuo grande tifo per l’Inter. Come nasce la tua passione per quei colori e più in generale per il calcio?

“Guarda, praticamente il sottoscritto non ha memoria di momenti della sua vita in cui non si sia parlato di Inter in famiglia. Pensa che so per certo che un amico di mio padre mi regalò quando ero appena nato un completino dell’Inter e che lo stesso giorno che venni al mondo mio padre voleva andare allo stadio. Per fortuna è stato fermato all’ultimo, altrimenti i miei si sarebbero probabilmente separati. Insomma, una situazione molto italiana.

Per non parlare poi di mio nonno che era interista, cardiopatico e per questo non poteva andare a San Siro. Nobiltà bauscia a tutto tondo.”

A tal proposito, c’è uno estratto di un tuo spettacolo su youtube, dove parli del rapporto con tuo padre da piccolo. Lo sketch è molto divertente perché fai venire bene a galla alcune simpatiche contraddizioni dei genitori di tanti bambini italiani, che, semplificando, predicano bene e razzolano male soprattutto quando c’è di mezzo il calcio. Secondo te, agli occhi di un bambino, il tifo è una di quelle cose che tira fuori il peggio di un padre? Inoltre, curiosità, qual è stata la prima partita di cui hai un ricordo veramente nitido?

“Delle partite che guardavo con mio padre e di cui parlo nello spettacolo non ricordo assolutamente nulla: so che c’era l’Inter e ricordo bene lo specifico momento in cui mio padre troncava i cartoni animati che stavo guardando e girava sull’Inter. Poi nello spettacolo dico che lui mi vietava di dire parolacce, ma io guardando la partita lo ascoltavo e mi dicevo “ma come tu dici a me di non dirle e poi sei qua che ci manca poco e bestemmi?”.

Perché alla fine questo fa un padre e soprattutto questo fa il tifo, che secondo me se legato a situazioni puerili come questa si tramuta semplicemente nel fatto che per due ore si sa che tu sei dell’Inter, io della Juve, tu per me sei il cattivo e io sono il buono. Ed è bello così: alla fine è lo sport e va bene. Il dramma è quando questo punto di approccio sfocia in tutto un altro mondo in cui le cose non sono cosi chiare: non sono cosi nere o bianche, ma sono molto più grigie.

Ammetto che comunque il tifo legato allo sport mi ha sempre affascinato in ogni sua sfumatura: dalle curve, al primo rosso a San Siro – dove probabilmente ci sono più criminali che in curva  (ride ndr) – alla gente che si fa migliaia di chilometri per vedere una partita. Io sono milanese e tifo Inter, quindi ho avuto la fortuna di avere lo stadio nella mia città, ma se sei di Crotone, tifi Inter e minchia ti fai mille chilometri per vedere una partita di Serie A sei un grande. La trovo una cosa bellissima.

Con riguardo invece alla prima partita che ricordo per filo e per segno, il mio pensiero va ad Inghilterra vs Scozia del ‘96. Lì ho proprio capito che mi stavo appassionando ad una cosa che mio padre mi stava passando, ma che però ancora non aveva la certezza mi avrebbe veramente appassionato. Il gol di Gascoigne è stato il primo gol in cui ho capito tutto quello che è successo nell’azione e quindi anche perché fosse considerato così bello. Da quel giorno, quell’Inghilterra è diventata la mia squadra dell’affetto supremo.”

Buona visione e buone risate.

E’ stato tipo il momento dove ti sei reso conto che oltre all’Inter c’è di più?

“Sì. Mettiamola così: è stato l’anno in cui sono passato dal dire sono interista, all’essere un bambino che non parla d’altro. In quell’estate lì, è avvenuta la trasformazione.”

Passiamo all’Inter allora. Ti faccio qualche domanda sull’attualità, rapida e spero indolore. Intanto, dovessi definire la squadra di Conte con un aggettivo, quale useresti?

“Più che con un aggettivo ti rispondo con un’immagine. Sembra l’orchestra del Titanic: una cosa bellissima ma forse inutile perché se l’anno prossimo falliamo o ci vendono a un fondo, ho paura che quello di buono fatto fino ad oggi diventi soltanto un bello spettacolino. Però in questo momento i ragazzi sembrano veramente una truppa di partigiani guidati da un pazzo scriteriato…”

Stavo per chiederti come definiresti invece Antonio Conte, ma ho l’impressione tu mi abbia anticipato…

“Allora, devo essere sincero: quando siamo usciti con lo Shakhtar ho postato la foto del fallo che gli fece Hagi spaccandogli la caviglia nell’Europeo del 2000, scrivendo “Forza Inter” in rumeno (“Putere Inter”!). Questo per farti capire quanto lo amassi fino a qualche mese fa. Dai, dopo la finale con il Siviglia ha fatto oggettivamente due dichiarazioni incredibili: era impossibile volergli bene a prescindere dal suo passato juventino.

Probabilmente Conte è un allenatore pazzesco e un comunicatore pessimo, però c’è stato un momento di passaggio quest’anno in cui tutto a mio avviso è cambiato: il ritorno in semifinale in Coppa Italia dove Agnelli è andato ad insultarlo. Quello è stato per me il momento in cui Conte gli è entrato sotto pelle e quell’insulto di Agnelli mi piace pensare che abbia cambiato qualcosa anche nel mio rapporto con Conte.”

C’eravamo tanto amati…

luca Ravenna

Sì, l’ho pensato anche io. Non tanto nel rapporto tra Conte e l’Inter, ma proprio nell’opinione che ha il tifoso interista nei suoi confronti. Estremizzando: lì Conte è diventato ufficialmente interista. Andando oltre, un altro tuo sketch visto e rivisto dal sottoscritto, è quello dove racconti del tuo vivere da milanese in una città come Roma e dove metti in mostra le diversità più lampanti tra romani e milanesi. In tema calcio, ci sono differenze tra come il milanese e il romano vivono il tifo e il rapporto con la loro squadra del cuore?

“Beh, partendo dal fatto che Inter e Milan hanno insieme tipo 10 coppe dei campioni e 36 scudetti, mentre Roma e Lazio di scudetti ne hanno 5, hanno una Coppa delle Coppe e una straordinaria Coppa delle Fiere, la differenza abissale è che il calcio romano è una repubblica a parte. La rivalità che c’è qua è molto divertente e da comico ti dico con certezza che il tifo per Roma o Lazio è l’unico punto che non devi mai toccare, a meno che tu non sia con amici molto fidati e davanti ad una birra. Non si scherza sul palco su Roma e Lazio, perché è come toccare la mamma di un qualcuno che ti sta ascoltando in quel momento.

Detto questo, se arrivi a Roma ci sono, o meglio c’erano quando sono arrivato nel 2006, molte più foto di Totti che crocefissi nei bar. Questo ti dà abbastanza la misura di che cos’è un giocatore simbolo per una città, cosa che a Milano è più difficile. Ok, anche tra Milan e Inter ci sono tantissimi campioni, ma hanno la tendenza a “passare” un pò di più. Poi personalmente ci son giocatori della Roma che ho da sempre amato tantissimo, tipo De Rossi. La Roma ha sempre sempre avuto dei giocatori super iconici e molto emozionanti.”

Tra l’altro, visto che hai citato De Rossi, devi sapere che è forse il calciatore che più di tutti mi piacerebbe intervistare.

“Sì De Rossi è un grande, ma poi come si fa a non amare Totti? Son cresciuto guardando 90° Minuto ed aspettando con ansia i servizi sulla Roma, solamente perché non vedevo l’ora di godere delle giocate di Totti domenica dopo domenica. Credo che all’epoca non ci fosse niente di più bello di 90° Minuto, anche perché ogni squadra ai tempi aveva il Totti, il Di Natale o il Signori di turno. Però obiettivamente come Totti di italiano per me non c’è mai stato nessuno.

C’è da dire che i romani ed i romanisti non hanno proprio accettato il fatto che si sia ritirato perché fare un documentario e poi anche una serie TV, significa che è proprio un lutto che non riesci ad elaborare. Sembra proprio che si voglia spremere ogni goccia di Totti, perché si fa ancora troppa fatica ad accettare il suo ritiro.”

Per non parlare di come ancora oggi viene trattato Spalletti. 

“Sì esatto, è follia. Dipende da cosa stai puntando: è una visione molto romantica che cozza però con l’anima europea e una strategia a lungo termine che hanno solitamente le squadre di vertice, e che l’ambiente e la società Roma evidentemente non hanno. Spalletti alla fine ha fatto anche la grandezza della Roma. Questa cosa vista con gli occhi del tifoso interista, milanista o juventino è molto divertente, ma quando ci sei dentro arriva ad essere quasi pericolosa.

Sai comunque su quale calciatore mi piacerebbe girassero una nuova serie TV? Su Taribo West: calciatore macellaio che finita la carriera diventa predicatore. Sarebbe una grande storia da raccontare.”

Credo non mi perderei un minuto. Ma passiamo ora alla tua altra grande passione sportiva: il tennis. Hai girato una puntata di una webserie per Repubblica dedicata allo sport del diavolo, in cui racconti di come il tennis ti sia sempre servito essenzialmente per sfogarti. Pure il sottoscritto ha sempre giocato a tennis e ha sempre pensato fosse un bello specchio di quello che realmente si è nella vita. Anche per te è così? 

“E’ una bellissima domanda e potremmo davvero stare qui a parlarne per ore. Anche io ho una visione molto simile. Senz’altro è abbastanza normale per chi fa uno sport, paragonarlo alla vita trovandoci tutte le letture possibili e immaginabili. Di sicuro non c’è uno sport così complesso e allo stesso tempo semplice come il tennis, che appunto ti mette realmente di fronte sia alle tue responsabilità, sia ai tuoi pregi, sia (e soprattutto) ai tuoi difetti.

Io ho fatto l’agonistica da piccolo, ma ero palesemente inadatto psicologicamente per sopportare il peso di uno sport che giace tutto sulle tue spalle. Sta cosa l’ho però un po’ traslata sul palco: anche quello è un luogo dove stare da solo, che mi piace e sento mio, ma il tennis è un po’ la faccia oscura della luna. Però è vero quello che dici: il tennis ti mette di fronte a quello che sei e anche a quello che non sei, e grazie ad esso scopri dei lati di aggressività, di rabbia e di controllo delle emozioni che non pensi di avere. Mi ritengo fortunato ad aver giocato a tennis nella vita, perché è grazie ad esso che ho capito che mi piaceva stare da solo davanti a qualcuno. Solo crescendo poi, ho capito che quel posto non era però la terra rossa, ma il palco.”

La webserie in questione.

Solo il sottoscritto fa ancora attualmente fatica a spiegarsi le cose fatte da ragazzino su un campo da tennis?

“Anche io ho detto delle robe, soprattutto a me stesso, che sono incredibili. Sul campo sei l’unico che ti può salvare e sei l’unico con cui te la prendi.

Anche la cosa che tu sei tutto il tempo davanti a un avversario che poi può diventare anche un amico perché è la persona che ti permette di alzare il tuo livello, è fantastica. C’è una bellissima frase di Guillermo Vilas nel documentario su Netflix a lui dedicato che dice “la cosa più difficile non è combattere il tuo avversario ma convincerlo che perderà“. E’ una frase secondo me molto bella e veritiera.”

Avessi oggi pomeriggio la possibilità di fare un’ora di allenamento al circolo con una qualsiasi personalità del mondo dello sport o dello spettacolo, chi sceglieresti?

“Probabilmente mi farei un’oretta con Gianni Clerici e starei lì ad ascoltare le sue storie tra un cambio di campo e l’altro. L’idea di benessere che sprigionava la sua voce nelle telecronache con Rino Tommasi e quell’idea di vita vissuta in modo straordinario per me son sempre state il massimo. Cioè alla fine devi trovare il tuo posto nella vita e lui, in coppia con Tommasi, dava proprio l’impressione di aver capito alla perfezione quale fosse il suo.

In alternativa, restando vicini al mondo tennis, mi allenerei volentieri anche con David Foster Wallace che è l’altro grande narratore del tennis dei nostri tempi. Parliamo di uno che diceva “io giocavo meglio quando tirava il vento perché capivo le correnti”. Una delle persone più complesse mai esistite sulla faccia della terra.”

Domanda trabocchetto che cerca un po’ di legare i vari argomenti toccati finora. Ti dà più soddisfazione azzeccare un rovescio lungo linea sull’incrocio delle righe, poter esultare di un gol dell’Inter a San Siro oppure far ridere di gusto gli spettatori presenti ad un tuo spettacolo con una battuta ben riuscita?

“Mi stai mettendo di fronte a tre cose troppo intense. Prendere l’incrocio delle righe con un rovescio in lungolinea, magari di contrabbalzo, ed intuire che l’avversario ha capito che hai un bel rovescio, è incredibile. Poi io lo gioco ad una mano quindi è una soddisfazione doppia. È una cosa che ti fa sentire vivo, ma resta il fatto che non l’ha vista nessuno. A San Siro la gioia è altrettanto grande, ma seppur la condividi con gli altri, a mancare qua è il tuo merito. Il palco invece è l’unione delle due cose: condividi l’emozione con gli altri e ti viene riconosciuto il merito di aver scatenato quell’emozione.

Considerando poi l’anno così strano che abbiamo trascorso, in questo momento il palco mi manca troppo e quindi non posso che votare per lui.”

Recentemente ascoltando una tua puntata di “Cachemire – Un podcast morbidissimo“, te ed Edoardo Ferrario (altro comico che vi straconsiglio di seguire ndr) descrivevate i vostri rituali scaramantici prima di salire sul palco. Hai per caso dei rituali simili anche prima di una partita dell’Inter o di un match di tennis?

“Ovvio! In verità prima dell’Inter non tanto, ma durante una marea. Durante la partita sto attento a non accendere mai una sigaretta a fine primo tempo e se la accendo non deve arrivare all’inizio del secondo. Inoltre su ogni azione pericolosa dell’Inter di solito mi batto sette volte il pugnetto sul petto – che è poi la stessa cosa che faccio prima di salire sul palco -, mi do un colpetto sulle palle e schiocco la mandibola come se avessi la sindrome di Tourette. Una volta la mia ragazza me l’ha visto fare mi ha detto sconvolta “ho visto tutto quello che hai fatto!”. E’ stato un momento bellissimo.”

Più o meno, ci piace immaginarci un qualcosa del genere.

Ok questa credo sia impossibile da battere, ma c’è altro?

“Vabè una cosa che faccio fisso è il cambio di posto quando le cose vanno male, ma questo lo fa chiunque. Una volta mi divertivo inoltre a cambiare i modi d’uso sui nostri Nokia. Non so se ti ricordi che potevi impostare su silenzioso e simili. Ecco, io e mio fratello ci divertivamo a modificarli inserendo i nomi dei giocatori dell’Inter. Volevamo che segnasse Vieri? Inserivamo il suo nome e cognome. Volevamo che risultasse decisivo Crespo? Facevamo la stessa cosa.

Per non parlare dei vestiti. Ti dico solo che nel 2002 per 6 giornate consecutive ho tenuto per scaramanzia sempre gli stessi e solo dopo il 5 Maggio lì ho cambiati. Praticamente da marzo a maggio ogni domenica ero con gli stessi vestiti, finendo per sudare come un tacchino. Abbiamo pure perso in maniera tragica, quindi da lì in poi a questo rituale ho preferito rinunciare.”

Non mi viene in mente altro se non chiederti giusto una conferma: lo scudetto è vinto no?

Ho le mani sulle palle in questo momento. Ora abbiamo tutti quanti addosso quindi al primo pareggio sarà l’inferno psicologico, ma sarà in quel momento che tornerà utile quella bisaccia di risentimento che Andrea Agnelli ha gettato in faccia a Conte e dalla quale lui si abbevererà e farà bere alla fonte della rabbia i suoi prodi giocatori…”

Ok, non ti sbilanci e ti capisco. Grazie mille Luca.

“Grazie a te Lorenzo.”


 

Lorenzo Lari, nato a Rimini l'11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.