
Boicottaggio Qatar 2022: in Norvegia fanno sul serio
Fra poco meno di una settimana, il prossimo 24 marzo, la UEFA darà ufficialmente il via ai gironi di qualificazione per Qatar 2022. La Norvegia, che comincerà il suo cammino con un'agevole trasferta in quel di Gibilterra, sembra avere serie possibilità di raggiungere la qualificazione per la quarta volta nella storia e per la prima volta dopo ben ventiquattro anni di attesa. Cosa mai potrebbe impedire alla nazione di Håland e Ødegaard di fare una bella figura ai prossimi Mondiali? La risposta è molto semplice: l'etica.
L'ultima volta in cui i Leoni (soprannome curioso, immaginavo qualcosa di più locale tipo "I Salmoni" o "Gli orsi polari") hanno partecipato ad un mondiale ce la ricordiamo bene: era il 1998, il duo d'attacco era formato dall'attuale manager dello United Ole Gunnar Solskjaer e dall'ex Chelsea (e Siena!) Tore André Flo, e la Norvegia riuscì incredibilmente a battere il Brasile per 2-1, superare il girone e uscire a testa alta perdendo 1-0 contro l'Italia guidata da Cesare Maldini. Scorrendo rapidamente la rosa della nazionale norvegese che giocherà le prossime qualificazioni, non solo l'accesso al mondiale qatarino sembra a portata di mano, ma si ha la sensazione che la Norvegia potrebbe essere tra gli underdogs più interessanti della competizione.
Infatti, oltre a Erling Braut Håland - per il quale qualsiasi commento mi sembra superfluo - e a Martin Ødegaard, sono presenti numerosi giocatori di talento e con buona esperienza internazionale: Alexander Sørloth (arrivato a Lipsia quest'estate per sostituire Timo Werner), il milanista Jens Petter Hauge, l'attaccante dell'Everton Joshua King, Omar Elbadelladoui del Galatasaray, il blucerchiato Morten Thorsby nonché l'ex Palermo Haitam Aleesami. Una rosa equilibrata, con molti giovani promettenti e alcuni senatori, molta tecnica nella metà campo offensiva e un gruppo di titolari che si è fatto notare (o nel caso di Håland, ha dominato in maniera incontrastata) nei campionati più importanti al mondo.
Cosa mai potrebbe impedire ad una squadra così cool di fare una bella figura e tornare in patria acclamata dalla gente di Oslo per poi essere invitata da Re Harald V per un gran banchetto a base di salmone e akvavit? La risposta è molto semplice: l'etica.
Siete pronti a rinunciarci?
Nelle ultime settimane un coro sempre più nutrito di società dell'Elitenserien (la Serie A norvegese), accompagnato da politici, sportivi e altre figure pubbliche, ha chiesto in maniera ufficiale alla Norges Fotballforbund (la FGIC norvegese) di rinunciare alla partecipazione ai mondiali in Qatar. La prima squadra ad alzare la voce è stato il neopromosso Tromsø - squadra più settentrionale ad aver mai partecipato ad una competizione UEFA! - che si è espresso con un comunicato piuttosto duro: «I lavoratori edili impiegati nella costruzione di stadi e infrastrutture sono costretti a vivere in maniera indegna; inoltre il processo che ha portato all'assegnazione dei Mondiali al Qatar è stato caratterizzato da atti di corruzione. Finora il tentativo di dialogare non ha funzionato, quindi è tempo di reagire duramente. È inaccettabile che i Campionati del Mondo si giochino in un Paese dove viene praticata la corruzione, dove i lavoratori sono degli schiavi dei tempi moderni e tanti di loro hanno perso la vita».
Al Tromsø hanno immediatamente fatto seguito comunicati simili di altre importanti società del calcio norvegese: Rosenborg, Valerenga, Brann, Strømsgodset, Viking e Odd. Sostanzialmente, il 50% delle società di prima divisione si è espresso in maniera chiara e severa per chiedere alla federazione di rinunciare alla più importante vetrina sportiva al mondo proprio nel momento in cui, dopo decenni, ci sono tutti i presupposti per non sfigurare.
Anche se ancora agli inizi, si tratta di una una protesta senza precedenti, quantomeno in Europa. Una manciata di club ha unito le forze, contro i propri interessi economici e non solo, per inviare un messaggio importante a livello internazionale e, a quanto sembra, lo ha fatto con il sostegno dei tifosi e dell'opinione pubblica locale. Tom Hogli, ex difensore attualmente parte del consiglio di amministrazione del Tromsø, è stato una figura determinante. «Il mondo del calcio deve avere degli standard etici», ha detto a The Athletic «e la FIFA deve fare un lavoro migliore per creare standard etici a nome del calcio mondiale».
Tuttavia, purtroppo l'impressione è che una simile protesta, restando isolata, avrebbe poco effetto se non quello di negare alla Norvegia un potenziale paio di settimane di gloria sulle rive del Mar Rosso. Una nazione più grande, forse, come la Germania o i campioni in carica della Francia, potrebbe mostrare muscoli e istigare il cambiamento. Ma la Norvegia, una voce sola, nel frattempo, può essere facilmente ignorata. Per questo anche in altre nazioni personaggi pubblici, politici e associazioni di tifosi stanno provando a fare pressione sulle rispettive federazioni per organizzare un boicottaggio: in Danimarca sta avendo molto successo una petizione organizzata da un gruppo di attivisti, che se raggiungerà le 50'000 firme dovrà essere obbligatoriamente discussa in parlamento. Intanto, la Arbejdernes Landsbank - uno dei maggiori istituti di credito danesi - ha minacciato di ritirare la propria sponsorizzazione alla nazionale.
In Olanda è intervenuto direttamente il Ministro degli esteri che, in seguito al reportage pubblicato da The Guardian poco tempo fa, ha deciso di rinviare a data da destinarsi una missione diplomatica diretta in Qatar. Anche in Germania qualcosa si muove, sebbene questa volta le proteste arrivino dal basso e difficilmente avranno qualche esito: ProFans, l'associazione che riunisce tutte le principali tifoserie del calcio tedesco, ha chiesto ufficialmente alla DFB di rinunciare alla competizione. Ovviamente, per ora, il comunicato ufficiale è rimasto lettera morta.
Boicottare i mondiali in Qatar può portare a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori locali, delle donne, del rispetto dei diritti umani nel piccolo ma ricchissimo emirato? Ovviamente si tratta di una domanda a cui non esiste una risposta semplice ma soltanto un complesso spettro di ipotesi e ragionamenti a lungo termine. Certamente, come in ogni questione complessa, si tratta di provare ad immaginare e soppesare tutti i possibili pro e contro di una simile decisione.
Secondo quanto dichiarato a The Independent da Simon Chadwick, direttore del Centre for the Eurasian Sport Industry presso l'EM Business School di Lione, la situazione è molto spinosa: «una mossa del genere sarebbe senza precedenti, creerebbe ogni sorta di problemi per le persone coinvolte e sarebbe una risposta eccessivamente semplicistica a una questione complessa». Invece di un boicottaggio, Chadwick prevede che potrebbero esserci proteste direttamente in campo, ad esempio potremmo vedere alcuni giocatori inginocchiarsi in solidarietà ai i lavoratori sfruttati o esibire simboli a favore delle libertà femminili.
Nei prossimi mesi comunque vedremo come si evolveranno le cose: che posizione prenderà la Norvegia, cosa faranno Danimarca e Olanda e, soprattutto, se qualche politico di una certa importanza si esprimerà a riguardo. Intanto, da un lato godiamoci le partite di qualificazione (l'Italia esordisce il 25 marzo contro l'Irlanda del Nord) e aspettiamo che l'inchiesta dell'FBI sulla corruzione tra i vertici FIFA per l'assegnazione dei mondiali 2018 e 2022, aperta meno di un anno fa, ci dia nuove informazioni sulla governance del calcio mondiale e - magari - imponga un cambio di direzione.
(Articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)
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