Interventi a gamba tesa

America, sport e politica – con Francesco Costa

francesco costa

Ho avuto la fortuna ed il piacere di intervistare Francesco Costa del Post. Abbiamo chiacchierato di America, sport, politica e di come lo sport sia anche politica. Qua di seguito, quello che ne è scaturito.


Levo subito la maschera: Francesco Costa è in questo momento il mio giornalista preferito.

Un po’ per la sua innata capacità di fare chiarezza e rendere semplici temi spinosi come quelli che ruotano attorno al mondo della politica, un po’ per il suo modo rivoluzionario di fare il giornalista in Italia, credo seriamente che l’autore di “Questa è l’America” e “Una storia americana” debba essere preso a modello da chiunque voglia fare del giornalismo un lavoro nel 2021.

Finita questa piccola premessa, dovete sapere che oltre ad essere un grande appassionato di America e politica, Francesco segue parecchio anche lo sport ed essendo il nostro un magazine prettamente sportivo, volevo provare a sapere di più di questa sua passione che ben si amalgama con le altre due.

Dopotutto, come dice lui stesso, “chi sa solo di politica, non sa niente di politica”.

Allora Francesco, sei ormai celebre come giornalista, scrittore, esperto di politica e Stati Uniti d’America. Chi ha iniziato a seguirti solo recentemente però, sa veramente poco del Francesco Costa sportivo. Quali sport segui? Quali ti appassionano maggiormente?

“Dunque, come ogni maschio italiano che si rispetti, nel nostro paese si nasce e si cresce seguendo il calcio e la Serie A. E io non son stato da meno. Battute a parte, il calcio è sicuramente lo sport che conosco meglio e di cui ho anche scritto in passato sul Post e su altri giornali. Sono tifoso della Roma sin da quando ero bambino per circostanze piuttosto casuali, visto che sono catanese e oggi vivo a Milano. Fiero di essere cresciuto nel mito di Totti, che ha iniziato a giocare nella Roma proprio quando il sottoscritto si iniziava ad avvicinare al calcio.

Ho poi giocato per tanti anni a pallavolo, sport che in passato seguivo anche parecchio, e mi sono sempre piaciute la Formula Uno, l’NBA e più in generale i grandi eventi: quando c’è un grande evento sportivo, anche se non sono per forza un grande appassionato di quello specifico sport, adoro seguirlo ed approfondirlo. Diciamo che mi piace molto la “dimensione evento”. Di qualsiasi cosa si parli.”

Mi parli di grandi eventi e quindi, volenti o nolenti, voliamo metaforicamente subito in America che in quanto a creare hype intorno ad un evento sportivo (e non solo) ha da insegnare a tutto il mondo. A tal proposito, mi sono ascoltato recentemente su storytel.com una tua puntata di “The Big Seven” dedicata a Lebron James, in cui esordisci dicendo che se vuoi conoscere la politica di un paese non puoi conoscere solo la politica di quel paese, citazione che mi ha ricordato un po’ Mourinho e il suo “chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Secondo te, perché e soprattutto come lo sport ha a che fare direttamente con la politica di un paese?

“Beh, intanto perché le storie di sport che si intrecciano a quelle di politica sono comunissime e frequentissime non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Lo sport è cultura, in quanto coinvolge al suo interno tantissime persone diverse tra loro. Basta citarti dei Mondiali di rugby in Sudafrica del ’95, di Tommie Smith, di Muhammad Ali – i primi esempi che mi vengono in mente – e ci si rende subito conto dell’infinita quantità di storie sportive che solo sportive non sono.

Questo perché lo sport riguarda le persone e la loro cultura. Se vuoi capire quello che accade nella politica, che è a sua volta un riflesso di quello che accade tra le persone di una società, non puoi fermarti a seguire i lavori parlamentari, perché i lavori parlamentari su quella o questa legge sono condizionati dall’opinione delle persone e l’opinione delle persone e degli elettori si forma non sono leggendo giornali, ma anche attraverso la propria esperienza quotidiana, guardando un film e anche guardando (o praticando) lo sport. E si forma anche e soprattutto secondo i modi in cui tutti questi elementi – tra i quali lo sport – determinano, condizionano e cambiano il pensiero delle persone, come per esempio i loro atteggiamenti davanti ai problemi.

La società americana è una società molto competitiva in tutto e nello sport questa cosa la si nota particolarmente bene: quando guardi l’attenzione con cui gli americani, per esempio, seguono i tornei universitari, scopri un tratto della loro cultura super competitivo che travalica lo sport in molte occasioni.”

Restiamo in America, dove il collegamento tra sport e politica è molto forte principalmente per la grande importanza che la stessa America attribuisce allo sport. L’impressione è che negli Stati Uniti siano veramente tanti gli atleti impegnati politicamente, cosa che invece è un po’ più difficile da rintracciare in Europa e soprattutto in Italia. Per quale ragione?

“Questa secondo me è una questione culturale. Noi italiani soprattutto, perché poi nel resto d’Europa le cose vanno un po’ diversamente, abbiamo molto l’idea che la politica sia una cosa brutta e cattiva. Sia una cosa sporca. Quando siamo a cena con gli amici e viene fuori un discorso politico c’è sempre qualcuno che dice “ma per favore non parliamo di politica!”. Negli Stati Uniti invece è tutto il contrario. Non solo la politica è la vita delle persone – perché di quelle si parla e quindi le persone ne parlano molto volentieri – ma chi ha una posizione di grande visibilità mediatica come capita spesso agli atleti più famosi, sente la responsabilità e il dovere di usare quella popolarità, quella visibilità e quell’influenza per provocare un qualcosa di positivo nella società. Poi si può discutere sugli obiettivi di questi sportivi, se sono condivisibili o no, ma quello fa parte della democrazia.

Però ecco, in Italia forse pensiamo che lo facciano per vanità, che lo facciano per desiderio di visibilità. Il punto è che, ovviamente, Lebron James non ha nessun desiderio di visibilità che vada oltre al basket. Da soddisfare attraverso la politica poi? Figuriamoci. Lo fa perché sente il dovere e la responsabilità di usare il suo potere in un modo che abbia un senso per tutti. Questo fa molto parte della cultura americana, la cultura del cosiddetto give back: se hai avuto molto dalla vita, devi dare indietro qualcosa. 

Noi al contrario, abbiamo molto l’idea dello sportivo famoso che ci piace finché si fa gli affari suoi e non parla di politica. Lo stesso discorso si può fare anche per gli artisti, vedi Salvini che dice “canta che ti passa” al cantante di turno che lo critica. Appena l’atleta o l’artista famoso in Italia esprime la propria opinione su un qualcosa di prettamente politico, la reazione tipo in Italia è ‘ma questi viziati che hanno avuto tutto dalla vita non devono certo insegnarci come vanno le cose. Che lascino perdere’.”

In base a quanto hai appena detto, mi sorge spontaneo chiederti la tua sulla polemica scoppiata qualche settimana fa tra Lebron James, che ha praticamente dato del pagliaccio a Ibrahimovic, e lo svedese che aveva in precedenza dichiarato di come secondo lui l’atleta deve concentrarsi esclusivamente sulla sua vita d’atleta, lasciando da parte opinioni politiche/sociali non richieste. E’ facile immaginare quale sarà la tua risposta, ma da che parte stai?

“Sicuramente dalla parte di Lebron, ma bisogna fare attenzione perché anche Ibrahimovic, come raccontato poi dallo stesso Lebron nella stessa intervista, aveva parlato in passato delle forme di razzismo che era stato costretto a subire in Svezia a causa delle sue origini balcaniche: e questo non sarebbe fare politica? A volte mi sembra che questa accusa rivolta agli atleti che non dovrebbero fare politica, viene rivolta da chi non è d’accordo con quello che l’atleta sta dicendo in quel momento. Cosa, naturalmente, più che legittima, però allora sarebbe meglio contestare il merito piuttosto che cavarsela con un semplicistico “non devi parlare di politica”.

Torno all’esempio di Salvini che quando Baglioni si schierò con i migranti durante un Sanremo di qualche anno fa, gli rispose “canta che ti passa”: ma non sarebbe meglio discutere della critica di Baglioni o del Lebron James di turno? Magari hanno torto, benissimo, questo non toglie che abbiano tutto il diritto di dire la loro.”

Per chiudere il discorso Lebron: finita la sua carriera nella NBA, lo vedi in politica?

“Guarda, nella politica americana sono successe tante cose incredibili. Donald Trump non solo è entrato in politica ma ha persino vinto le elezioni, quindi nessuno può escludere che Lebron James o altri del suo status possano farlo. A me sembra che le sue scelte di vita recenti, vedi principalmente il trasferimento a Los Angeles, puntino in un’altra direzione. Probabilmente ha il desiderio di essere comunque ancora molto influente nella cultura e nella società americana, però non credo attraverso la politica, ma forse più attraverso i media. Attraverso insomma ad una presenza diversa. Di sicuro la sua ascesa in politica non è da escludersi a priori.”

Chiarissimo. Passiamo ora, in concreto, a quella che è stata la tua esperienza diretta negli States, di cui sono molto curioso. Io nella mia piccola parentesi di qualche mese a Los Angeles, rimasi tremendamente colpito da come appena uscito di casa, al primo parco pubblico di Culver City – quartiere in cui alloggiavo – mi sono ritrovato di fronte a tanti campi di qualsiasi sport tutti gratis (dal campo di baseball a quello di basket; dai campi di tennis a quelli di padel). A me sta cosa ha fatto subito capire di quanto lo sport sia per loro un qualcosa di veramente fondamentale. Volevo chiederti quando a te tutto ciò si è reso evidente?

“Devo dirti la verità, quel momento è stato poco tempo fa. Non che queste cose non le sapessi, perché le avevo lette ed osservate in tante altre circostanze, ma il momento preciso risale a poco più di un anno fa, Febbraio del 2020, quando ero negli Stati Uniti a seguire la campagna elettorale per le primarie del partito Democratico e mi trovavo tra l’Iowa e il New Hampshire, che sono due stati molto rurali del nord-est degli Stati Uniti. Questi comizi dei candidati spesso avvenivano dentro le palestre delle scuole ed i caucus dell’Iowa (il caucus è in senso generico un incontro che si svolge tra i sostenitori di un partito politico ndr) li ho seguiti dentro una palestra di una scuola media della provincia di Des Moines, un posto che se tipo lo portiamo in Italia sarebbe la provincia più rurale che tu ti possa immaginare.

Ecco, il punto è che le infrastrutture di questa scuola erano pazzesche: il loro palazzetto equivale tranquillamente ad un palazzetto in cui in Italia ci porteremmo i concerti dei nostri cantanti più famosi. Tra l’altro non era certo una di quelle scuole con la squadra di basket particolarmente forte, che magari dici “abbiamo uno squadrone e quindi investiamo”. Insomma, lì ho proprio visto quello che vedi nei film ed immagini di vedere soltanto nelle grandi città universitarie.”

Bravo, mi hai fatto pensare subito ad UCLA, ma la differenza è che a UCLA un pò te l’aspetti…

“Esatto. Il punto è che quella era una scuola media di “campagna” e aveva delle strutture pazzesche. Incide assolutamente il fatto che in America hanno lo spazio per farlo, perché in America lo spazio non finisce mai, ma resta comunque il fatto che ci hanno speso un sacco di soldi. Le scuole pensano che devono fornire quel tipo di infrastrutture agli studenti e gliele forniscono.”

C’è da dire che lo sport fa anche parte, in tutto e per tutto, dell’epica americana. Avendo gli States una storia abbastanza breve, spesso questa mancanza di “storia” viene integrata con storie di sport. Per me è una cosa positiva, te cosa ne pensi? 

“E’ proprio così ed anche a me piace come cosa. Se ci pensi gli Stati Uniti sono un paese giovane, nato “solamente” 240 anni fa come nazione. Gli europei sono arrivati nel 1400 e la prima parte di storia americana con il genocidio dei nativi americani non è un qualcosa che gli americani ricordano molto volentieri . L’America ha una storia molto sottile dal punto di vista dello spessore, però gli aneddoti e le vicende che noi studiamo sul nostro paese perché le consideriamo formative, hanno un valore a prescindere dal fatto che poi abbiano riguardato le guerre d’indipendenza: costituiscono oggi pezzi di mitologia di un popolo. L’identità di quel popolo, che è data anche e soprattutto dalla capacità di raccontare se stesso. Noi oggi lo facciamo per esempio raccontando le storie che riguardano i partigiani o Garibaldi.

Negli Stati Uniti le vicende sportive, come anche le vicende artistiche e/o culturali, hanno anche la funzione di contribuire, un tassello alla volta, nel disegnare un’immagine di paese che assomigli al paese che vorrebbero essere, al paese che vorrebbero diventare. Ecco quindi l’epica attraverso le storie sportive di grandi risultati ottenuti tramite il sacrificio e l’applicazione: dopotutto cosa c’è di più americano? Questa è una cosa, tra l’altro, che riguarda lo sport ma riguarda anche l’imprenditore o l’operaio che hanno un sogno e vogliono provare a realizzarlo, attraverso la fatica ed il lavoro duro.”

Questa domanda non era in scaletta, ma a sentirti parlare il pensiero mi è andato subito ai classici film sportivi americani in cui il refrain è quasi sempre quello: difficoltà, duro lavoro, riscatto e successo. Hai per caso un film preferito di questo genere?

Remember the Titans, che in italiano sarebbe il “Sapore della Vittoria”. Con un super Denzel Washington. Credo che sia banale come risposta, ma è il primo a cui penso.”

Francesco. Costa

Iowa e Des Moines a parte, hai un altro luogo o città americana in cui ti è sembrato che il concetto di cultura sportiva fosse particolarmente radicato nella popolazione?

“Sono rimasto parecchio impressionato l’ultima volta che ero Detroit nel vedere una partita dei Detroit Pistons. Era una sera che ero libero da impegni di lavoro e giocavano i Pistons contro i Bulls. La partita risale a qualche anno fa, momento in cui entrambe le franchigie stavano attraversando situazioni complicate e non avevano delle squadre di gran qualità. Insomma non erano i Pistons dei “Bad Boys” e non erano i Bulls di Jordan, ma il palazzetto era comunque strapieno per una partita senza nessun particolare motivo di appeal. 

La cosa mi colpì molto anche perché parliamo di una città, come Detroit, che è stata la più grande città americana a dichiarare formalmente bancarotta. Una città insomma che stava attraversando un momento di grande sofferenza. Non che da questa storia voglia trarci chissà quale conclusione, ma vedere quel palazzetto così piano mi ha lasciato l’idea che quella roba lì, per loro, è veramente importante.”

Ho un’ultima curiosità e questa volta non riguarda l’America. Sono andato a ripescare un tuo articolo uscito sul tuo blog nel 2013, in cui analizzavi il momento che stava attraversando il giornalismo sportivo italiano e spiegavi di come soprattutto la carta stampata dovesse iniziare a cercare più costantemente la qualità come stavano iniziando a fare certi magazine e blog on-line, citando, se non ricordo male, il caso dell’Ultimo Uomo. Otto anni dopo, la situazione è cambiata?

“Dunque, otto anni dopo sul sito del più importante giornale sportivo italiano continuano a spopolare le gallerie fotografiche delle fidanzate dei calciatori. Diciamo che, in generale, l’evoluzione e l’approfondimento sulle testate “mainstream” continua ad essere abbastanza inesistente. Resto sul calcio che è lo sport più seguito e che ha il mercato più grande, e quindi di conseguenza lo sport dove ci sarebbero le potenziali risorse per inventarsi qualcosa. Invece continuiamo a sentire che la squadra X ha vinto contro la squadra Y perché “aveva più qualità” o “perché ci ha creduto di più”. Insomma delle cose che ci aiutano poco o nulla nel capire perché una squadra ha vinto la partita e l’altra no. 

La cosa che però è cambiata in questi otto anni, soprattutto per ragioni di innovazione tecnologica, è che è sempre più facile per appassionati ed esperti di sport costruirsi dei luoghi alternativi alle testate classiche: se io otto anni fa linkavo l’Ultimo Uomo e magari alcuni esempi americani come Grantland, oggi l’elenco di siti in cui leggere articoli di ottima qualità sul calcio come sul football americano o la vela, è molto più lungo. Mi sembra che le grandi testate abbiano anche lasciato perdere e deciso di non combattere questa lotta di mercato improntata sulla qualità, perdendo però un pubblico che per loro poteva essere molto interessante.”

Ah, prima di lasciarti andare, un pronostico secco: Roma tra le prime quattro a fine stagione?

“Come faccio a farti un pronostico sulla Roma. Qui entra in gioco il sentimentale. Ti dico un’altra cosa provando a salvarmi in corner: secondo me il Milan non è assolutamente scontato arrivi tra le prime quattro. Non aggiungo altro.”

Anche perché, pensandoci bene, hai detto abbastanza. Francesco, veramente un grandissimo piacere. Grazie.

“Grazie a te Lorenzo.”


 

Lorenzo Lari, nato a Rimini l'11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.