Interventi a gamba tesa

Atlete “dilettanti” e il diritto inalienabile alla maternità

lara lugli

La risonanza mediatica ricevuta dalla vicenda che riguarda Lara Lugli, l’ex pallavolista citata in giudizio per danni dalla società Volley Pordenone perché rimasta incinta nel momento sbagliato della stagione, ci pone non solo di fronte a un problema di natura morale, riguardante il binomio tra ciò che è giusto e ciò è sbagliato, ma di fronte ad una carenza strutturale del mondo sportivo dilettantistico, che merita di essere approfondita. Soprattutto da un punto di vista giuridico.


I fatti

Lara Lugli era il capitano della Volley Pordenone e anche una delle sue giocatrici più di esperienza e di maggiore talento. Tuttavia Lara Lugli era, ed è, anche una donna di 38 anni e, come tutte le donne di quell’età, era ancora nella fase fertile delle sua vita.

Nel corso della stagione 2018/2019, la donna rimane incinta, dandone la comunicazione alla società a metà marzo, che procede quindi alla risoluzione contrattuale, senza corrispondere l’ultimo mese di stipendio relativo al febbraio. Vista l’esiguità del credito, la Lugli deposita un decreto ingiuntivo (l’atto giuridico finalizzato ad ottenere la soddisfazione delle pretese creditorie) davanti al Giudice di Pace,  al quale la società si oppone invocando a sua volta il diritto al risarcimento del danno con la conseguente richiesta di compensazione ed estinzione di entrambi i crediti.

E quale sarebbe il danno, viene da chiedersi. L’atleta, anzitutto, avrebbe richiesto un compenso spropositato per le sue prestazioni vista la sua età. E già qui sorge qualche perplessità, perché trattandosi di contrattazione privata, il compenso è frutto di un accordo, che viene accettato da entrambe le parti. Ergo, se ritieni che la richiesta sia eccessiva, sei libero di non aderire alla proposta. In secondo luogo, la donna privando la società delle sue prestazioni – questa volta ritenute indispensabili – avrebbe fatto naufragare la stagione e allontanato di conseguenza anche gli sponsor. Da ultimo, il danno deriverebbe dalla mancata comunicazione alla sottoscrizione del contratto della sua volontà di rimanere incinta.

A supporto di tali pretese viene invocata, tra l’altro, la clausola contrattuale prevista dall’art. 4 sub i) in base alla quale l’atleta doveva “astenersi dai comportamenti che in qualsiasi modo possono essere in contrasto con gli impegni assunti nel presente accordo“. Pertanto la gravidanza è un evento ritenuto in contrasto con gli impegni contrattuali.

Questioni giuridiche

Per quanto la vicenda appaia riprovevole sotto il profilo morale, dal punto di vista giuridico occorre qualche precisazione preliminare. Anzitutto, la qualificazione corretta della posizione di Lara Lugli è quella di un’atleta dilettante. Infatti, ad oggi in Italia non esistono sport di squadra femminili professionistici, sebbene parliamo di alcune atlete appartenenti ai maggiori campionati e chiamate più volte nelle nazionali di appartenenza. Pertanto la risoluzione per impossibilità sopravvenuta del contratto è una circostanza su cui c’è poco da obiettare, a meno che la Lugli non volesse dimostrare che era in grado di procedere all’esecuzione contrattuale, ossia di giocare anche in stato di gravidanza. Ma non pare siano sorte obiezioni a riguardo.

La natura dilettantistica del contratto di lavoro comporta una serie di conseguenze in termini di assenza di tutele previste a favore sia di atleti di sesso maschile che quelle di sesso femminile. Infatti, tali rapporti non sono qualificabili come lavoro subordinato, bensì come lavoro autonomo. Per cui, al pari di un avvocato donna in gravidanza che deve condurre un’udienza anche al nono mese, anche l’atleta potenzialmente potrebbe trovarsi nella stessa condizione. Con la differenza che l’impegno fisico non è certamente paragonabile e che l’attività svolta non è favore di se stessi bensì delle società che ne definiscono i limiti attraverso le specifiche clausole contrattuali.

 

In particolar modo per quanto riguarda la questione della maternità, tutte le tutele al relativo sostegno previste dal d.lgs n. 151 del 26 marzo 2001, ossia il diritto al congedo di maternità, il divieto di licenziamento ecc. ecc. non si applicano.

L’unica soluzione, seppur provvisoria e limitata, si aggancia alla previsione dell’articolo 1, comma 369, L. 205/2017, che istituisce un fondo, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, per la tutela della maternità delle atlete dilettanti. L’istituzione di tale fondo dà diritto a un contributo di mille euro mensili per un periodo massimo di dieci mesi. 

E quindi?

Tutto questo, seppur abbia poco a che fare con la situazione concreta della Lugli, ci dimostra come l’attuale condizione delle atlete sia alquanto precaria proprio in forza della natura dei contratti che regolano i loro rapporti di lavoro con le società. Tale condizione conferisce un potere contrattuale alle società di fatto spropositato rispetto a quello delle dipendenti, i cui diritti vengono sacrificati nel gioco degli interessi.

Ciò soprattutto non giustifica il mancato pagamento di un compenso già maturato dalla Lugli durante la quotidiana attività sportiva svolta nel mese di febbraio. L’opposizione al decreto ingiuntivo ha più un sapore di vendetta che di reale pretesa giuridica. Basti pensare che il compenso preteso dall’atleta molto probabilmente è equiparabile alla parcella che l’avvocato ha chiesto per stendere quella opposizione dal contenuto pretestuoso e irragionevole. Oltre ad essere intrinsecamente contraddittorio, soprattutto laddove afferma prima che il compenso era spropositato, ma poi che i risultati dipendevano dalla sua presenza, l’atto sembra asserire che il diritto alla maternità possa essere oggetto di contrattazione privata.

Allora è bene ricordare che il diritto ad avere una famiglia è un diritto inalienabile che trova la sua giustificazione nell’art. 2 della Costituzione, che garantisce a ogni individuo di esprimere la propria personalità anche nelle formazioni sociali e quindi attraverso la costruzione di una famiglia. E’ bene anche ricordare che limitare tale diritto rispetto alle donne creerebbe una diseguaglianza parimenti non ammessa dalla Costituzione rispetto agli individui di sesso maschile, violando cosi anche l’art. 3 della Costituzione. E’ plausibile quindi che il controricorso della società venga respinto e che la stessa venga condannata anche al pagamento delle spese processuali. Sarà alquanto soddisfacente vederlo scritto nero su bianco, sperando che Lara Lugli condivida con noi l’esito della vicenda.

Tutto ciò dimostra per l’ennesima volta come il mondo dello sport italiano abbia bisogno di una riforma organica che, viste le vicissitudini del nostro Governo, difficilmente arriverà a breve.


 

Khrystyna Gavrysh, 4.9.90, nata in Ucraina e cresciuta in Italia. Laureata in Giurisprudenza a Ferrara ed attualmente dottoranda in diritto internazionale all’Università di Padova. Grande appassionata di diritti umani, di Quentin Tarantino e di sport. Milanista fino al midollo, ovviamente per colpa dell’usignolo di Kiev, e incapace di rivedere un gol di Superpippo senza farsi venire la pelle d’oca.