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obilic arkan
, 10 Marzo 2021

L'oscuro miracolo dell'Obilic


E, soprattutto della tigre Arkan

Narra la leggenda che il 15 giugno 1389, durante la battaglia della “piana dei merli” (“Kosovo Poljie”), il nobile e scaltro cavaliere serbo Miloš Obilic, al servizio del principe Lazar Hrebeljanović, riuscì ad uccidere con un abile sotterfugio il sultano ottomano Murad I, il quale, alla guida di un numero non ben precisato di uomini (compreso comunque tra le 27000 e le 40000 unità) cercava di espandere la propria influenza politica nei balcani.

Il principe Lazar non sopravvisse e la battaglia si concluse senza vincitori né vinti, ma gli ottomani poterono successivamente, grazie ad ulteriori truppe che non avevano precedentemente preso parte al sanguinoso conflitto, conquistare i principati serbi e trasformare i principi superstiti in vassalli del sultano.

Neanche Miloš sopravvisse, ma il suo martirio ne consacrò il mito tra la popolazione serba, tanto che (tra i vari onori che gli furono in seguito tributati) nel 1924 sei giovani benestanti serbi (Milan Petrović, Boža Popović, Danilo "Dača" Anastasijević, Petar Daničić, Dragutin Volić, e Svetislav Bošnjaković) decisero di fondare e dedicare al nobile cavaliere un club calcistico.

Fu solo settanta anni dopo, però, a seguito di una lunga militanza nei campionati semi-professionistici jugoslavi, che l'Fk Obilic riuscì a raggiungere il suo primo traguardo: la finale di coppa della repubblica federale di Jugoslavia, persa per 4-0 contro la Stella Rossa nel 1995.

Con tutta probabilità e parlando in assoluta franchezza, quella finale disputata sarebbe rimasta poco più che una comparsata nel calcio che conta, se il destino del club non si fosse intrecciato, di lì a poco, con quello di Željko Ražnatović, il mitico e glorioso (per alcuni) sanguinario criminale (per molti altri, si spera) comandante “Arkan”.

"Arkan" fotografato a Belgrado, nel 1999. @EPA/TANJUG.

Željko, figlio di un ufficiale dell'aviazione jugoslava, nasce nel 1952 a Brežice in Slovenia, ma cresce a Belgrado.

La sua infanzia in Jugoslavia appare fin da subito travagliata e turbolenta, ma è a partire dagli anni settanta che la sua carriera criminale decolla davvero. Dal 1972 in poi, infatti, per undici anni mette a segno rapine a mano armata, furti e tentativi di omicidio quasi ovunque in Europa. Comincia in Belgio, poi continua in Olanda, Germania, Svezia, Austria, Italia e Svizzera, ed è proprio durante questo periodo che negli ambienti malavitosi diviene noto come “Arkan”. Forse questo soprannome deriva da una delle false identità che era solito assumere, forse da “Air Commander”, un film di cui pare andasse matto da bambino, non si sa con certezza.

Ad ogni modo, di fronte alle sue scorrerie l'Interpol non resta a guardare: Željko viene catturato quattro volte, ma quattro volte su quattro evade, ed è in considerazione di questi eventi che, su di lui, cominciano ad essere formulate numerose speculazioni, tra cui quella che faccia parte dell'UDBA, la polizia segreta jugoslava incaricata di perseguire i nemici e dissidenti dello stato, anche oltre confine. Passa qualche anno e quando “Arkan”, sospettato di una rapina a mano armata commessa a Zagabria, fredda due poliziotti che si sono presentati a casa sua per arrestarlo, e nonostante tutto rimane inspiegabilmente in carcere per sole 48 ore, la cosa diviene ovvia.

Di lì in poi, sfruttando i suoi legami con i servizi segreti, "Arkan" diventa logicamente ancor più potente e temuto. Assume il controllo di alcune attività commerciali a Belgrado, tra cui una pasticceria ed una discoteca, veste come uomo d'affari e, approfittando della protezione di alcune importanti amicizie politiche, viaggia indisturbato per l'intera nazione, di casinò in casinò, a bordo di una Cadillac rosa.

"Arkan" ed il suo tigrotto. @PA Images.

È un personaggio ormai ed è a questo punto che, nel 1989, Slobodan Milošević, arrivato al potere fomentando l'odio etnico e cavalcando il sentimento nazionalista serbo, capisce le sue potenzialità. Milošević decide di affidargli il compito di indirizzare contro i tifosi croati, musulmani e albanesi, l'odio ed il sentimento di rivalsa delle frange maggiormente eversive e violente del tifo organizzato della Stella Rossa Belgrado, e “Arkan” non si tira indietro. Unisce sotto il suo controllo gli ultras di casa al Marakana, i “delije” (gli eroi), e li obbliga a seguire uno stretto codice comportamentale. Vieta loro alcool e droghe, li vuole rasati e sbarbati e gli insegna i rudimenti necessari per passare all'azione.

La prima mossa, gli uomini di "Arkan" la effettuano il 13 maggio 1990, durante la partita Dinamo Zagabria – Stella Rossa (poi divenuta famosa per il calcione rifilato da Boban ad un poliziotto federale), irrompendo all'interno del terreno di gioco, coltelli alla mano, al grido di «uccideremo Tudman, Zagabria è serba!»; quelle successive i suoi "delje" le compiono sui campi di battaglia, quelli veri. Nell'ottobre del 1990, infatti, "Arkan" forma la guardia volontaria serba e ne recluta i membri tra gli “eroi”. Li addestra dapprima alla guerriglia urbana, poi alla guerra. Quegli uomini diventano le sue “tigri” (in tutto 200, forse 500, al massimo 1000 o 2000 soldati, militarmente preparatissimi e temutissimi) ed è lui stesso a condurli nelle campagne di Bosnia e Croazia e a capeggiarli quando commettono esecuzioni di massa, stupri, razzie e atti di pulizia etnica.

“Arkan” e le sue "tigri" ad Erdut, in Croazia, nel 1991. @PA Images.

Ovviamente, al termine del conflitto la popolazione è impoverita, lui, al contrario, ne esce molto più ricco e ne approfitta anche per prendere in moglie la bellissima popstar ventenne “Ceca” (al secolo Svetlana Veličković) in quello che, da semplice matrimonio, si trasforma a tutti gli effetti in un grande evento mediatico. La cerimonia dura un giorno intero e viene trasmessa in diretta televisiva dall'emittente “Pink Tv”. “Arkan” indossa l'uniforme usata dalle truppe serbe durante la prima guerra mondiale, poi veste tradizionali costumi serbo-montenegrini. È un connubio kitsch-nazionalista che sa di ostentata megalomania, ma è lapalissiano che gli si addica perfettamente.

"Arkan" e "Ceca" il giorno del matrimonio. @AP Images.

Già, perché Arkan fa sempre le cose in grande, anche nel calcio. Per questo, dopo aver tentato senza fortuna di ottenere la presidenza della Stella Rossa, vira sull'Fk Obilic, la cui storia stuzzica maggiormente il suo megalomane sentimento ultranazionalista. "Arkan" si identifica in Milos, l'astuto nobile cavaliere re del sotterfugio, e ci tiene a dimostrarlo. La squadra si guadagna immediatamente la promozione nella massima serie jugoslava e lui non si accontenta di fare lo spettatore: ottiene la licenza da allenatore e comincia a sedersi in panchina a fianco del ct. e dei suoi giocatori, in modo da spaventare gli avversari soltanto con la propria presenza.

Le sue “tigri” riempiono l'organigramma societario, affollano gli spalti minacciose, spesso armate, e adottano i metodi intimidatori, non proprio ortodossi, del proprio comandante. Cominciano a circolare voci, storie e aneddoti. Non tutte troveranno conferma, più che per infondatezza, per omertà e per paura di ritorsioni. Si racconta di ripetute minacce di morte e gambizzazione ad arbitri e giocatori avversari (in una circostanza, Željko di sicuro si reca negli spogliatoi per schiaffeggiare e minacciare l'arbitro Zoran Arsić). Addirittura si avanza l'ipotesi che “Arkan” diffonda gas soporiferi negli spogliatoi della squadra ospite.

Sembrano accuse assurde e ridicole, ma in questi casi non c'è da scherzare, lo sanno bene alla Stella Rossa, dove in passato “Arkan” è stato figura potente, prepotente ed ingombrante. Quando la Crvena Zvezda deve affrontare in trasferta l'Obilic, i calciatori, per non rischiare inutilmente la loro incolumità, decidono di cambiarsi sul pullman e di non fare rientro negli spogliatoi a metà gara (e quelli appartenenti ad altri club li imiteranno nelle partite successive).

Nemmeno i "cavalieri" possono, tuttavia, ritenersi molto fortunati. Arkan li sottopone ad una rigidissima disciplina di matrice militare, la stessa che aveva imposto alle sue truppe armate pochi anni prima, e chi sgarra è sottoposto ad originali, pesanti punizioni (si afferma anche corporali), talvolta alquanto bizzarre (ad esempio, al ritorno da una trasferta, insoddisfatto del risultato e della prestazione della squadra, “Arkan” ordina al conducente del pullman di scaricarli in mezzo alla strada, a trenta chilometri da Belgrado, perché se ne tornino a casa a piedi).

"Arkan" durante i festeggiamenti per il suo matrimonio.

Nella stagione del debutto nella massima serie, comunque, a due giornate dal termine del campionato 1997-1998, l'Fk Obilic è in corsa per il titolo di campione di Jugoslavia. Sulla strada per il successo sono rimasti soltanto due ostacoli ed uno di questi è rappresentato dal Fudbalski Klub Železnik, una compagine in lotta per la retrocessione. Il suo presidente, Jusuf Bulić detto "il turco", famoso malavitoso belgradese ricercato dalle forze dell'ordine di mezza Europa, ha appena perso la vita. È stato assassinato a Novi Beograd (tra il 1995 ed il 1996 avevano già perso la vita altri 10 massimi dirigenti del calcio serbo-montenegrino) ed alla testa del club si è insediato il figlio Dragan. Dragan conosce bene “Arkan”, poiché ha prestato servizio sotto di lui nella guardia volontaria serba, perciò non ha bisogno di venire minacciato di morte per capire che è conveniente che l'Obilic vinca la partita. Così, ordina ai suoi calciatori di perdere l'incontro e, difatti, i “cavalieri” si impongono per 2 a 0: il miracolo antisportivo è quasi compiuto.

L'impossibile si realizza la giornata successiva. La Stella Rossa cade proprio sul campo dello Železnik, il neopromosso e debuttante Obilic pareggia col Proleter in quello che è un altro match deciso a tavolino, nonché una delle pagine più vergognose della storia del calcio. Poco importa, però, perché per "Arkan" quel punticino significa, contemporaneamente, scudetto e qualificazione in Champions League: l'impresa è stata portata a compimento.

La rosa dell'Fk Obilic, campione di Jugoslavia, in posa con la coppa.

Anche la stagione successiva, quella 1998-1999, si apre sotto buoni auspici per gli uomini di "Arkan". La squadra parte bene in campionato, mentre nelle competizioni europee, dopo aver eliminato i campioni islandesi in carica, ha la possibilità di accedere alla fase a gironi di Champions League. Qui, però, è particolarmente sfortunata, perché nel sorteggio pesca il Bayern.

“Arkan” non può seguire il team in Germania, per via dei suoi violenti trascorsi. In più, si abbatte finalmente su di lui la scure dell'UEFA che, preoccupata di ricevere un danno alla propria immagine, minaccia di escludere il club dalle competizioni internazionali, nel caso in cui “Arkan” non si faccia definitivamente da parte. "Arkan", per evitare conseguenze peggiori, lascia malvolentieri la presidenza del club alla moglie “Ceca”, ma cova vendetta. Progetta con i suoi fedelissimi l'omicidio di Lennart Johansson, al tempo al vertice dell'UEFA, ma l'occasione di attuare il suo folle piano fortunatamente non si presenta.

Dal doppio confronto coi bavaresi, nel frattempo, l'Obilic esce sconfitto 5 a 1, mentre ad estrometterli dai trentaduesimi di finale di coppa UEFA ci pensa l'Atletico Madrid di Arrigo Sacchi. "Arkan" non può consolarsi neppure con la vittoria dello scudetto, perché i bombardamenti NATO pongono fine anzi tempo al campionato jugoslavo 1998-1999, facendo si che il titolo venga assegnato al Partizan. Valgono, infatti, le classifiche parziali e, anche se l'Obilic è imbattuto, è secondo quando, dopo ventiquattro giornate, il torneo viene definitivamente interrotto.

L'annus horribilis si completa nel marzo del 1999, quando su “Arkan” piovono accuse di genocidio e crimini contro l'umanità. Viene spiccato un mandato di cattura internazionale, con tanto di taglia di cinque milioni di dollari sulla sua testa, e questa volta è decisamente troppo per l'UEFA: il club viene estromesso e bandito da tutte le future competizioni europee internazionali.

“Arkan” incassa a fatica il duro colpo, ma non abbandona la sua creazione sportiva. Prova comunque a conquistare il campionato 1999-2000 e, per riuscirci, si regala Nikola Lazetić (vecchia conoscenza del calcio italiano). Ufficialmente lo acquista regolarmente dal Vojvodina, in realtà, secondo fonti della polizia serba, d'accordo con gli agenti del calciatore lo fa rapire, rinchiudere in un bagagliaio e portare con forza nel suo ufficio per firmare il contratto.

Quell'operazione di mercato non sarà comunque sufficiente a portare in dote al comandante nuovi trofei, perché la storia di “Arkan” si conclude violentemente (così come violentemente si era conclusa quella di Miloš) a colpi di arma da fuoco il 15 gennaio del 2000, all'interno della hall dell'hotel InterContinental di Belgrado.

Da quel momento, l'Obilic, che era stato capace di rimanere imbattuto in campionato per 47 partite consecutive, comincia (guarda caso) a perdere.

Sotto il controllo di “Ceca” la squadra riesce a rimanere lo stesso nel massimo campionato, lontano dalle posizioni di vertice, fino alla stagione 2005-2006. Poi affonda e, piano piano, scompare nei meandri più bassi della piramide calcistica, dimenticato da tutti, o quasi, almeno fino alla settimana scorsa. Già, perché stando a quanto riportato dalla pagina facebook Curva Est, l'FK Obilić si sarebbe recentemente riaffacciato nelle serie minori serbe.

Da una ricerca approfondita non siamo riusciti a confermare quest'indiscrezione (esiste effettivamente un nuovo FK Obilic, con identico stemma, ma fondato nel 2010 ad Herceg Novi, in Montenegro), ma speriamo vivamente che, nel caso in cui la squadra dedicata al nobile Milos riesca a ripetere le imprese del passato, questa volta si consumino esclusivamente sul piano sportivo. Eh sì, perché ci piacerebbe davvero tanto parlare ancora dei "cavalieri", se in futuro si rendessero protagonisti di una "bella storia".


  • Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

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