
Pirlo è l'uomo giusto per la Juventus?
Come valutare il suo primo anno?
Per stilare un primo bilancio della stagione bianconera è bene partire dai numeri: aridi, impietosi e spesso ineluttabili. Dopo 25 giornate di campionato, la Vecchia Signora ha raccolto il magro bottino di 52 punti, meno di ogni Juventus scudettata degli ultimi 9 anni, addirittura 17 in meno dell’ultima creatura di Massimiliano Allegri (2018/2019). Con Pirlo alla guida, la striscia di vittorie consecutive in campionato si è fermata a sole 3 partite; sembra quasi ingeneroso paragonarla ai filotti ottenuti da Allegri (15 vittorie consecutive nella stagione 2015/2016) o dal “mai amato” Sarri (7 vittorie consecutive nella scorsa stagione).
I ragazzi di Pirlo, inoltre, hanno dimostrato durante questo torneo di essere più volte incapaci di gestire il risultato: sono addirittura 8 i punti persi da situazioni di vantaggio (si vedano i pareggi con Lazio, Benevento, Atalanta e Verona). Se a questi dati aggiungiamo anche il fatto che la proverbiale impermeabilità del reparto arretrato bianconero abbia iniziato visibilmente a scricchiolare, con 21 gol subiti nelle prime 25 giornate (solo la Juventus di Sarri aveva fatto peggio, incassando 24 reti nello stesso arco di tempo), ecco che tutti i campanelli d’allarme sono ufficialmente suonati.
Ancora in corsa su tutti i fronti…
“Dobbiamo seguire l'andatura e arrivare in buona condizione fisica a febbraio-marzo, quando si vincono i campionati”. È il 22 settembre 2015 e Massimiliano Allegri esprimeva un concetto chiave e spesso ricorrente in quelli che furono i migliori anni della Juventus del nuovo millennio. Cinque anni e mezzo dopo quelle parole, al netto dei numerosi infortuni e dell’emergenza coronavirus, la sensazione è che la compagine guidata da mister Pirlo non sia arrivata particolarmente pronta all’appuntamento col momento più caldo dell’anno.
Nonostante la Juventus sia ancora matematicamente in corsa per tutti gli obiettivi della stagione, pare che il distacco dall’Inter capolista sia difficilmente colmabile, considerato anche il fatto che la squadra di Conte goda del vantaggio di potersi concentrare solo sul campionato; in Champions, il risultato nell'andata degli ottavi al do Dragão sembra ampiamente recuperabile (basta un 1-0 tra le mura amiche), ma l’idea resta quella che qualsiasi pallina estratta dall’urna di Nyon possa rivelarsi mortifera, se i bianconeri dovessero offrire ancora una volta prove indecorose come quella messa in scena contro il Porto, o come quelle viste più volte lungo tutto lo Stivale. Immaginando si realizzi lo scenario peggiore, la vittoria della Coppa Italia potrebbe rappresentare l’unico lumicino di speranza per il tecnico bresciano di essere confermato sulla panchina bianconera anche nella prossima stagione. Sempre che riesca a battere l'Atalanta di Gasperini e a sfatare il tabù “finali di coppa”.
La vittoria dei bianconeri al Camp Nou, grazie alla doppietta su rigore di Ronaldo e all'acrobazia di Mckennie, è stata una delle rare occasioni in cui la Juventus ha dato prova delle sue potenzialità.

“Cosa porto alla Juve? Voglio riportare un po’ di entusiasmo, quello che è mancato nell’ultimo periodo. Voglio fare un calcio propositivo con grande padronanza del gioco, come ho detto ai ragazzi. Ho detto che voglio sempre avere il pallone e quando si perde bisogna sempre recuperarlo velocemente. Sono le cose in cui credo e penso siano le più importanti a livello mentale”. Musica e parole di Pirlo, nella sua prima conferenza stampa da allenatore: a circa sei mesi di distanza da quel giorno - era il 25 agosto 2020 - pare che pochissimi, forse nessuno, dei concetti espressi dal neo-tecnico bianconero si siano poi concretamente visti sul campo.
Nonostante qualche nota lieta, come i nuovi innesti Chiesa e Mckennie o il redivivo Danilo, la Juventus sembra una squadra spesso apatica, che fa una fatica mostruosa non solo ad imporre il proprio gioco, ma anche a spezzare quello dell’avversario: se da una parte si fa sentire in modo marcato la mancanza di un playmaker “alla Pirlo” causa anche i troppi infortuni di Arthur, dall’altro vengono portate avanti delle idee di gioco incompatibili con gli interpreti a disposizione del Maestro. E' evidente come non si possa richiedere a Bentancur e Rabiot di palleggiare con qualità davanti alla propria area di rigore ed è altrettanto evidente come non si possa attuare un pressing a tutto campo con giocatori come Bonucci o Chiellini, i quali tendono a difendere scappando verso la propria porta, dando il meglio di loro con una linea più bassa ma allungando inevitabilmente le distanze tra le linee in caso di pressione alta degli attaccanti.
Il risultato è che la squadra pare non trovarsi a proprio agio con l’abito che Pirlo ha disegnato per essa, rivelandosi spesso confusionaria nella manovra e sconnessa tra i reparti. Come comportarsi allora? Andare avanti con le proprie idee, sperando che il rientro degli infortunati possa dare nuova linfa ad una squadra fisicamente alle corde, oppure accantonare il proprio credo a favore di una linea più tradizionalista e concreta, come, ad esempio, fatto nella semifinale di ritorno di Coppa Italia contro l’Inter? Quello che è certo è che alla Juventus, pur non essendoci mai tempo per gli esperimenti (d’altro canto “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”), abbiano preventivato un anno di transizione, generato soprattutto dal periodo di adattamento di Pirlo, al suo primo anno in assoluto da allenatore, e dal ringiovanimento dalla rosa.
Westone Mckennie abbraccia Federico Chiesa dopo il gol del 3 a 0 contro il Crotone: i due sono tra le più belle sorprese della stagione bianconera.

La rosa della Juventus è ancora la più forte della serie A?
Rispetto alla scorsa stagione, quando il ringiovanimento dei 25 era passato soprattutto dagli acquisti di De Ligt e Demiral, la campagna acquisti 2020/2021 ha portato alla Continassa giocatori come Chiesa, Arthur, Mckennie, Kulusevski e Morata (oltre all’inserimento in pianta stabile in prima squadra di alcuni giocatori dell’under 23); inoltre, grazie alle cessioni di Pjanic e Matuidi e degli scontenti Khedira, Higuain, Rugani e De Sciglio, l’età media della squadra è stata abbassata in modo significativo, passando dai 28,4 anni della stagione 2019/2020 ai 26,8 anni della stagione 2020/2021.
Tuttavia, nonostante uno degli errori di Paratici sia stato quello di non fornire a Pirlo un’alternativa a Morata come centravanti, resta indubbio che la Juventus si sia presentata ai nastri di partenza come una delle squadre più forti del campionato, sebbene il gap con le inseguitrici - in particolare con le milanesi - si sia notevolmente ridotto: d’altro canto, pare che alcuni giocatori, che spesso in questa stagione sono comparsi nell’11 titolare, abbiano dimostrato di non poter reggere il peso della maglia, non rivelandosi all’altezza né dei propri compagni né dei palcoscenici su cui si sono trovati, volenti o nolenti, a giocare.
Se da un lato Bentancur e Kulusevski sono stati spesso schierati fuori ruolo a causa dell’emergenza infortuni, col secondo che ha fatto decisamente meglio del primo, dall’altro gli over-stipendiati Ramsey e Rabiot non hanno mai dato l’idea di poter essere da Juventus, risultando spesso indolenti, confusionari e fuori condizione; tra senatori che hanno deluso, come Alex Sandro e Bonucci, prospetti mai esplosi di cui non serve nemmeno menzionare i nomi, ed il discontinuo Dybala, hanno trovato terreno fertile per affermarsi i talenti di Weston Mckennie, da subito a suo agio nel campionato italiano e, in attesa di vedere con continuità Arthur, unico vero imprescindibile del centrocampo bianconero, e di Federico Chiesa, freccia infuocata al servizio della squadra, che con 7 gol e 4 assist in 22 partite disputate ha immediatamente zittito gli scettici e i detrattori. Tra le altre note liete è quasi superfluo citare i sempreverdi Ronaldo (e i suoi gol), Cuadrado (e i suoi assist) e Szczęsny (e le sue parate), mentre meritano una menzione speciale (e qui sì, si può dire “Bravo Pirlo!”) i recuperati De Ligt e Danilo, che si sono affermate come le vere colonne portanti della difesa bianconera.
AAA cercasi qualità a centrocampo
“Quando io sento i nomi del centrocampo di una volta: Pirlo, Vidal, Marchisio e Pogba, mi guardo un attimo in giro e penso che forse qualcosa in questo reparto manca”. Le parole dell’ex bianconero Franco Causio, rilasciate in un intervista a juventusnews24.com nel marzo 2020, si sono rivelate profetiche, anticipando quella che sarebbe stata la grana più complicata da risolvere per mister Pirlo: il centrocampo della Vecchia Signora, protagonista assoluto delle Juventus di Conte e Allegri, ha visto rimpiazzare, nel corso degli anni, i campioni del passato con giocatori troppo fragili, troppo mediocri o troppo discontinui per indossare la maglia bianconera.
Nell’idea di gioco presentata fino ad ora dall’allenatore bresciano, il centrocampo si schiera a 3 in fase di impostazione, con Bentancur vertice basso, Rabiot e Mckennie/Ramsey (più propensi agli inserimenti) come mezze ali e Chiesa che si alza sulla linea degli attaccanti (a sinistra quando gioca Cuadrado, a destra invece senza il colombiano in campo); in fase difensiva, invece, il francese e l’uruguagio rimangono al centro, l’americano/il gallese copre la fascia debole (spesso la fascia sinistra) , con Chiesa a completare il reparto sulla corsia opposta. Nelle ultime uscite, considerate le evidenti difficoltà di Bentancur nel far partire l’azione, Pirlo ha tentato di affiancargli Rabiot, cercando di emulare il doppio play a stampo interista (Brozovic-Eriksen), ottenendo però risultati deludenti: i due juventini, oltre ad essere sempre posizionati male col corpo, ricevendo spesso la palla dando “le spalle al gioco”, si sono rivelati anche lenti di testa e impacciati se messi sotto pressione.
Allo stesso tempo negli ultimi mesi, complici le numerose defezioni, prima tra tutte quella di Morata, è risultato impossibile anche attuare una variazione nel modo di giocare, abbandonando la tanto criticata costruzione dal basso a favore della palla lunga. È chiaro che, piuttosto che perdere palloni sanguinosi - come quello regalato da Bentancur a Taremi in occasione del vantaggio del Porto nell’andata degli ottavi di Champions - , forse qualche pallone alto a cercare la testa degli attaccanti non sarebbe accolto male dai tifosi bianconeri, considerato anche il fatto che ogni squadra che affronta la Juventus opera sistematicamente una pressione alta, molto aggressiva, che spesso rende difficile l’uscita dall’area di rigore (abbiamo trattato la costruzione dal basso in questo interessantissimo articolo).
5 maggio 2015: la Juventus affronta il Real Madrid nell'andata delle semifinali di Champions League. Al minuto 8, Morata corregge in rete la palla smanacciata da Casillas su tiro di Tevez, dopo un'interminabile serie di passaggi della squadra bianconera (che inizia molto prima di quanto si riesca a vedere nel video). Sarebbe quasi crudele confrontare il palleggio di quella Juventus con quello della squadra allenata oggi da Pirlo - che quel giorno era in campo- , che ha nel centrocampo il vero punto debole della sua rosa.
L’intoccabile Cristiano
20 reti in 22 partite in serie A - corrispondenti al 41,7% dei gol totali segnati dalla sua squadra in campionato - , 4 reti in 5 partite in Champions League, 2 reti in 3 partite in Coppa Italia, una rete nella finale di Supercoppa giocata contro il Napoli: bastano questi numeri per definire l’importanza di CR7 all’interno della Juventus?
Chi vi scrive concorda, a malincuore, con le parole che Antonio Cassano ha riservato all’asso portoghese in una diretta Twitch con Bobo Vieri: “La Juve non ha bisogno di Ronaldo per vincere lo scudetto, l'ha preso per vincere la Champions. E non ci è ancora riuscita. Per me è un problema per tanti allenatori, tatticamente. Con lui parti 1-0, ma lui vive solo per il gol, non è come Messi che fa giocare bene la squadra”. Se da lato c’è il Dottor Jekyll Cristiano va in gol praticamente ogni partita (un gol ogni 92 minuti giocati in stagione), dall’altro c’è il Mister Hyde Ronaldo che gioca solo per se stesso e poco per la squadra: i tiri in porta da situazioni in cui potrebbe servire i compagni meglio posizionati, i calci di punizione che puntualmente si infrangono sulla barriera o decollano verso la curva (in due anni mezzo e dopo infiniti tentativi, l’unico piazzato andato a segno resta quello nel derby col Torino della passata stagione), per non parlare della sua posizione nello scacchiere bianconero, da tre anni ormai enigma irrisolvibile per gli allenatori al servizio di Madama.
Certo, in passato il numero 7 era supportato dal centrocampo illuminato dalle geometrie di Kroos, dal genio di Modric e dal talento di Marcelo, e questo sottolinea ulteriormente quanto, a differenza del suo rivale di sempre argentino, Cristiano abbia bisogno di una squadra che lavori per lui; tuttavia spesse volte, quei compagni stessi che dovrebbero servirlo (e che frequentemente lo fanno anche quando non ci sono le condizioni per farlo), vengono influenzati in maniera negativa dal suo atteggiamento, a metà tra il trascinatore e l’insofferente, finendo per sbagliare anche il più semplice degli appoggi. Giunto ormai a 36 anni, il fenomeno portoghese sembra più interessato ad abbattere tutti i record individuali (cosa che sta effettivamente facendo) piuttosto che ad aiutare la squadra a continuare quel processo di crescita iniziato nel 2010 con l’ascesa di Andrea Agnelli come presidente.

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