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, 3 Marzo 2021

Il mio amico Jean Alain Boumsong


C’è chi “voleva morì prima” del ritiro calcistico di Francesco Totti, chi aveva come amico Eric Cantona, altri ancora hanno messo nel loro testamento di esser seppelliti con la maglia della propria squadra del cuore. Io, molto più modestamente, sognavo (forse) di essere Jean Alain Boumsong.


Anno di (dis)grazia 2006-07. La Juventus era appena retrocessa in Serie B, il suo primo torneo cadetto di una storia centenaria. Era guidata da Didier Deschamps e supportata dai pochi campioni rimasti, depredata da tutti. Dei pallonari milionari erano andati via per raggiungere altra fama, altro denaro, un pallone d’oro o, semplicemente, un contratto più lungo per poi spalmare al meglio la pensione.

Fu così che, quasi a pochi giorni dall’inizio del tragico campionato di Serie B 2006-2007, quella dirigenza messa per caso a dirigere il mercato bianconero si accorse che, effettivamente, mancava un centrale difensivo. Se ne erano andati Lilian Thuram e Fabio Cannavaro e, l’anno prima, Ciro Ferrara e l’indimenticato Paolo Montero, si capiva che sarebbe servito un centrale leader, con tutto il rispetto per Igor Tudor, sempre in attesa di tornare a Siena, Robert Kovac e Nicola Legrottaglie. Gira che ti rigira, il suggerimento arrivò probabilmente dal mister che scelse il suo centrale affidabile, quello su cui impostare la difesa per gli anni del riscatto: Jean Alain Boumsong.

Boumsong ritratto nella collezione Panini 2006-07

Chi era, chi è Jean Alain Boumsong? Tralasciando le biografie epiche di Tuttosport - che misteriosamente ne fece meno del solito - ormai quindici anni fa non c’era internet sui cellulari e nemmeno in molti computer della mia Calabria. Così, io quasi diciottenne che avevo la nomea di essere un malato statistico, o statistico malato del calcio, mi ritrovai totalmente spiazzato: Carneade, chi era costui? Don Abbondio s’impossessò di me, mancavano le notizie biografiche e quelle sportive, fino a che un primo tg sportivo lo annunciò come il «peggior difensore della Premier League nella stagione 2005-06». Primo groppo alla gola, una morsa letale nella più calda estate della mia vita, vissuta nella massima incoscienza tra una sbornia Mondiale e un miserere terreno che doveva passare per Rimini e toccare altre tappe come Frosinone, Spezia e Albinoleffe (in molti scoprirono che questa città non esisteva, e che la suddetta squadra raccolse poi due pareggi contro l’armata bianconera, ndr).

Jean Alain Boumsong, centrale difensivo del 1979, aveva giocato in Francia, in Scozia, in Inghilterra, dove la Juventus lo aveva scovato e acquistato quasi due giorni prima dell’inizio del campionato di Serie B. Proveniva dal Newcastle, altra squadra bianconera, per tre milioni e mezzo di euro. Ingaggio di un milione e mezzo l’anno, quadriennale e subito un posto d’onore nel pullman per Rimini, dove allo stadio si sentiva l’odore dell’abbacchio e la Juventus schierava in avanti Alessandro Del Piero e Marcelo Zalayeta, sudatissimi già nel riscaldamento con una divisa tutta nera, il colore del lutto per l’onta di vergogna subita.

Primo tempo, zero a zero. Quella stagione la seguì con colui che curò anche la prefazione del mio primo libro, juventino come me e speranzoso di finire subito quella via Crucis immeritata. Nella ripresa, dato il caldo e il primo sabato di vergogna, si stava anche più sbracati nell’attesa di un primo squillo di tromba, consumando una birra e guardando nervosamente l’orologio. Bastava prendere confidenza anche contro chi guadagnava in un anno quanto un big incassava in una settimana: su un’azione da calcio d’angolo, sbucò Matteo Paro, un sosia di Riccardo Scamarcio ripreso per la Serie B dopo una stagione in prestito a Siena, a infilare sul palo opposto Samir Handanovic, che allora era il portiere del Rimini. Vantaggio, evviva, la prima è andata.

Già, è andata… male. Perché quel giorno avevo dimenticato il nostro nuovo stupendo e meraviglioso acquisto, Jean Alain Boumsong. Che si fece riconoscere subito, già poco prima del gol juventino, cercando di infilare Gigi Buffon con un magistrale colpo di testa (Sarà l’emozione, capita). Ma Buffon anche in B era Buffon, e volò tipo Marina Massironi nel rigore marocchino di Tre uomini e una gamba… pem!

Ciò che accadde dopo il gol di Paro, con il Rimini anche in inferiorità numerica ci catapultò direttamente nel teatro degli orrori. Il lancio riminese verso Adrian Ricchiuti, punta dei biancorossi, era nella zona di Boumsong e dell’altro centrale Kovac: sia il croato, sia il francese, riuscirono nell’impresa di lanciare l’attaccante argentino per il consequenziale pareggio dei biancorossi. Non ci credeva manco Ricchiuti, figuratevi io e tutto il popolo juventino nel vedere un centrale senza il minimo senso dello stop di piedi o del rilancio in fallo laterale…

Capimmo che Boumsong sarebbe entrato nella leggenda, inevitabilmente avrebbe occupato un posto nel nostro cuore. Insomma, l’anno prima avevi Patti Smith, ora Orietta Berti. Qui, dopo questa battuta, molti implicitamente diranno che l’autore è un ingrato verso Luciano Moggi, che fece vincere una Champions. Questo avvenne anche con Gianpiero Boniperti e si rimase in Serie A. Chiusa la polemica tra me e il sottoscritto (cit. Fabio Noaro).

Qualche giornata più tardi, il calendario stabiliva un’altra località marittima, ovvero Crotone, dove la gente si era fatta ricoverare per avere la camera d’ospedale vista stadio. Era una partita assurda, la mia Juventus era a un centinaio di chilometri, l’infrasettimanale mi aveva tagliato, già prima del nascere, ogni eventuale speranza di vederla dal vivo.

L’inizio fu di marca juventina, primo gol di Valeri Bojinov, battuto Sasà Soviero. Passato qualche minuto, sugli sviluppi di un corner sbucò lui, Jean Alain Boumsong: segnò di naso? Con il mento? Boh… non importa. Segnò lui, non fu nulla come prima, finì anche il mio interesse per la partita, fece un altro gol Bojinov, ma aveva segnato JAB per me tutti i gol di quella Serie B: era un talento nascosto, ma nascosto fin troppo bene questo francese.

Il primo gol "Italiano" di Boumsong. Fonte Corriere

Il resto del campionato il centralone francese lo passò sotto la soglia della sufficienza, era bassino all’apparenza per essere un difensore, non tanto affidabile a dire il vero, tanto che Deschamps aveva già preventivato come suo sostituto Giorgio Chiellini, fino a quel tempo laterale di fascia. Il nostro giocò 33 partite quell’anno e fu decisivo a Verona: si giocava ad aprile, un’altra gara piazzata a casaccio sul calendario. Quel giorno ero in un ristorante dai chiari contorni nostalgici per la festa dei cento giorni, barbara usanza di gufare l’esame di maturità futuro.

Ovviamente, tornai in tempo a casa con mezzi di fortuna, il gol decisivo di Boumsong fu il capolavoro della giornata, ben più importante del fatto che, prima o poi, avrei dovuto tagliare la chioma, impostare un look più serio, prepararmi seriamente cinque-sei materie e tentare un miracolo all’Industriale, dove alternavo le materie letterali stile Barça e le materie tecniche come l’Ancona di Jardel.

Nel mentre, avvenne la promozione in Serie A ad Arezzo, finì 5-1 segnò una doppietta Chiellini e Boumsong, probabilmente, aveva già intuito qualcosa anche durante la festa. In seguito, avvenne il miracolo all’esame di maturità, riuscì a cavarmela con 87/100, roba che mi permise anche di impostare una festicciola nel giardino con gli amici, sempre avendo nel portafoglio la figurina di Boumsong.

«Perché lui, perché proprio lui?». Non ho mai risposto a questa domanda nel lontano 2007, ero troppo concentrato a fare altro, la Juventus si era affidata in panchina all’esperto Claudio Ranieri e la squadra sembrava un altro puzzle: al posto di Boumsong, almeno da titolare, piazzarono inizialmente Mimmo Criscito, un buon giocatore nato però per fare il laterale, e Jorge Andrade, pagato la bellezza di due milioni a partita prima del ritiro: giocò cinque gare in quella stagione, fu un affarone.

Il nostro Jean Alain si era infortunato in un’amichevole contro il Real Saragozza durante la preparazione estiva, era tornato in campo per la Coppa Italia giocando al centro con Zdenek Grygera, il numero 21 più scarso di tutta la storia bianconera: contro l’Empoli in casa finì 5-3 non si sa per quale miracolo divino. Pure i telecronisti de La7, che trasmise la partita quella sera, non sapevano dove girare la testa.

A gennaio, il francese aveva la valigia pronta. Aveva proprio il taxi in quel di San Siro, ma la sua ultima serata in bianconero era un premio alla sua pur breve carriera italiana, ovvero una panchina contro l’Inter di Roberto Mancini. Si giocava in Coppa Italia, era una gara di ritorno. Ranieri decise di metterlo in campo nella ripresa e, su azione da calcio d’angolo, Boumsong riuscì a fare l’unica cosa che gli era sempre riuscita in Italia: colpire di testa. Gol! Era il pareggio, Boumsong si era congedato con una rete, io piansi come un maiale sulla via del mattatoio (la metafora non è un capolavoro, ma di meglio non mi viene...).

A detta di molti, quel centrale così scarso se ne era andato dalla Juventus come un signore, segnando un gol pesantissimo con tanto di applausi anche da Gianni Cerqueti, che commentava la partita di Coppa Italia per la Rai.

La sera dopo firmò per l’Olimpique Lione, un triennale per il ritorno in Francia, nella sua nazione lo avevano eletto come uno dei migliori centrali difensivi. Così come prima di arrivare a Torino, anche il dopo fu abbastanza anonimo, persi in quell’intreccio di dimenticanze che solo la vita può offrire. Perché mai ricordarsi di un centrale falso-basso, un centrale laureato, educato e non proprio raffinatissimo nel ruolo? C’erano da preparare esami universitari, nuovi e infondati amori, passioni ancor più morbose verso il giornalismo e il ritorno di 90° minuto, la cosa che mi era mancata più di tutte negli anni precedenti.

Fin quando un giorno non arrivò la pazza idea: a Cosenza si sarebbe svolta l’amichevole Juventus-Olimpique Lione. Il passato contro il presente.

Presi mio cugino di peso e andammo, sotto il solleone di luglio, a fare i biglietti: trovai anche la prof che, il giorno dopo, mi diede 28 a un esame universitario. Avere quei biglietti era l’unica cosa al mondo, ci toccò la peggior visuale della curva dello stadio “San Vito”, per vedere in faccia i giocatori non sarebbe bastato neanche il binocolo.

Andammo a Cosenza speranzosi, subimmo un’ora di fila per entrare e poi ci tolsero i tappi di plastica ma non la bottiglia congelata di mano: ferisce più un tappo o un blocco di ghiaccio lanciato da dieci metri?

Incominciò la partita, segnò il Lione, pareggiò la Juventus con un rigore di Alex Del Piero, Amauri sembrava un carro armato in pensione, Marco Motta uno a cui dovevi insegnare proprio l’abc del laterale di difesa. Nel secondo tempo, segnò Simone Pepe su assist di Diego, un altro meritevole di un racconto all’incontrario. Il “San Vito” preparò la ola, ci toccò tre-quattro volte, si alzò pure mio padre, era stata l’unica volta in cui lo avevo trascinato in uno stadio. A venti minuti dalla fine dell’amichevole, accadde il miracolo: entrò lui, Jean Alain Boumsong!

Mi alzai in piedi, applaudì sentendo l’energia dentro di me scoppiare, quasi una sorta di apparizione divina. Qualche giorno dopo, il Lione cedette il nostro in Grecia per mezzo milione di euro. «Perché lui, perché proprio lui?». Perché lui era come noi, un autentico giocatore normale, il sogno di tutti noi realizzato: giocare nella Juventus, senza avere grosse doti tecniche.


  • Giornalista sportivo, classe 1988. Autore di due libri e impegnato su più fronti, riesco ad analizzare con senso critico e passione ogni argomento. Tifoso juventino, ho analizzato e raccontato il calcio in tutte le sue forme, dai Mondiali alle Olimpiadi con speciali realizzati per testate nazionali, nonché gli ultimi gradini del pallone italiano, raccontando gare ai limiti della decenza in terza categoria.

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