
Il peso del terzo uomo
Un ruolo fondamentale nel calcio moderno.
Il dibattito concernente i vantaggi che la costruzione del gioco dal basso comporterebbe rispetto al calciare lungo in situazione di rimessa dal fondo, non è mai stato così intenso. Pertanto, abbiamo pensato che fosse il caso di intervenire anche per iscritto sul tema (dopo averlo fatto via podcast) mettendo nuovamente i dovuti e necessari puntini sulle “i” ed esaminando la questione da un ulteriore, innovativo punto di vista: quello del “terzo uomo”.
Costruire in maniera lenta e ragionata, uscendo con fraseggi corti sin dalla propria area di rigore, oppure calciare lungo all'indirizzo del più alto giocatore in campo a propria disposizione?
Gli animi non si sono mai scaldati così tanto per una semplice e mera questione di natura tecnico-tattica.
Si parta subito da un presupposto, tuttavia: come non esiste l'allenatore perfetto, in grado di portare al successo qualsiasi squadra, così non esistono filosofie e sistemi di gioco universalmente assimilabili da chiunque, indipendentemente dalle proprie caratteristiche individuali. Semmai, esistono allenatori perfetti per un determinato contesto e filosofie di gioco più vantaggiose di altre, in considerazione delle caratteristiche della squadra che decide di seguirle.
Per averne una prova basta osservare l'attuale classifica della Serie A. Sia il Sassuolo, sia il Verona, che fin qui hanno ottenuto gli stessi punti (35), hanno over-performato rispetto ai loro standard tecnici-qualitativi, adottando stili di gioco ben distanti tra loro ed approcciandosi alla costruzione della manovra in maniera radicalmente diversa, quasi antitetica. I neroverdi prediligono uscire dalla propria area di rigore in maniera lenta e ragionata, coinvolgendo anche il portiere, mentre l'estremo difensore gialloblù ha l'ordine di verticalizzare alto, senza tanti fronzoli, in direzione dei vari mismatch presenti sul terreno di gioco.
Dunque, invece di interrogarsi su quale delle due soluzioni tattiche sia la migliore in assoluto, ha più senso cercare di capire quale vada implementata nel caso concreto, e per farlo, andrebbero innanzitutto conosciuti i vantaggi e gli svantaggi che, teoricamente, ciascuno dei suddetti modi diversi di fare calcio apporta e comporta.
Costruzione del gioco dal basso: vantaggi e svantaggi
Specificamente, costruire dal basso serve in primo luogo ad attirare il pressing avversario, di modo che, superata la prima linea di pressione rivale, la squadra che vi ricorra possa godere di spazi più ampi all'interno dei quali sviluppare la propria manovra offensiva, risultando, di conseguenza, enormemente più pericolosa. È una tattica che esalta le qualità tecniche dei singoli componenti del reparto avanzato e che, più in generale, responsabilizza e rafforza l'autostima di tutti i calciatori coinvolti, poiché conferisce loro la percezione di poter determinare autonomamente il proprio destino in campo.
La stessa cosa non la si può dire dell'approccio opposto: quest'ultimo ripaga maggiormente le squadre dotate di attaccanti abili nel gioco aereo, ovviamente molto forti fisicamente, e consente a chi lo segue di scavalcare facilmente la prima (talvolta anche seconda) linea di pressione avversaria, ma allo stesso tempo, non restituisce ai giocatori coinvolti la sensazione di poter essere pienamente artefici del proprio destino (quantomeno allo stesso modo) e diminuisce drasticamente le probabilità di mantenimento della sfera dopo il rinvio (dato che, nella maggior parte dei casi, il contrasto viene perso o il tentativo di giocare di sponda non va a buon fine). Ecco allora che, per minimizzare i danni, chi lo pone in pratica deve disporre di giocatori lesti, reattivi, che siano abili nel portare il contrasto e che sappiano leggere in anticipo le traiettorie che percorrerà il pallone, altrimenti finirà giocoforza per consegnare la squadra in balia dell'avversario.
Anche chi costruisce dal basso non può, però, dormire sonni tranquilli. Il rovescio della medaglia dei tanti vantaggi che questo modo di far calcio comporta è rappresentato dalle terribili conseguenze che perdere il pallone all'interno della propria tre-quarti scatena. Basta poco, infatti, giusto un piccolo errore in disimpegno, che, improvvisamente, di fronte al nemico si spalanca un'autostrada per giungere a rete: vale davvero la pena di correre questo rischio?
Molti appassionati, colpiti dal cosiddetto effetto “salienza” generato dai media (che è lo stesso per il quale si percepisce più pericoloso un viaggio in areo di uno in macchina, nonostante le statistiche indichino l'esatto contrario), pensano di “no”. Altri, quelli che riescono a mantenere una lucida visione d'insieme delle cose, tendono a propendere per il “si”. Quasi tutti, però, trascurano un terzo elemento che non dovrebbe mai essere ignorato nel momento in cui si tenta di risolvere una questione di carattere strettamente economico, incentrata sulla messa a confronto di costi e benefici: non considerano la complessità e l'ingente mole di lavoro che richiede implementare ed eseguire correttamente la costruzione del gioco dal basso, della quale il mezzo tattico-collettivo del “terzo uomo” è principale e ricorrente strumento d'esecuzione. Sforzi che l'approccio opposto, molto più semplice ed immediato, non necessita.

“Il terzo uomo no, non l'avevo considerato”
Ma che cosa si intende per “terzo uomo” nel gergo calcistico? Secondo alcuni allenatori, nel vocabolario calcistico contemporaneo ricopre il ruolo di “terzo uomo” chiunque funga consapevolmente da tramite per la trasmissione del pallone da un primo giocatore ad un secondo, quando non è stato possibile servire direttamente quest'ultimo a causa della presenza di un avversario sull'iniziale, corrispondente linea di passaggio.
Secondo altri, invece, “terzo uomo” non è il calciatore di collegamento, bensì quello che per primo, nella medesima circostanza, doveva essere servito. Infine, c'è pure chi considera “terzo uomo” l'intera giocata collettiva volta a liberare in ampiezza o in profondità, un giocatore con linea di passaggio ostruita.
Stabilire quale di queste valide definizioni sia la più calzante è relativamente importante (noi comunque useremo la prima), ciò che va davvero sottolineato è che, sebbene questo strumento possa essere utilizzato in qualsiasi zona di campo e non sia l'unico esistente per riuscire a costruire il gioco dal basso, non si può prescindere dal farvi ricorso quando si voglia uscire dalla propria area di rigore in maniera studiata e ragionata, nella massima sicurezza possibile.
Già, perché una cosa è affidarsi al caso, confidando sulla pura e semplice superiorità numerica nella propria tre quarti campo, altra è battere il pressing avversario studiando soluzioni che permettano di imporre il proprio gioco, senza essere costretti a giocate forzate od obbligate, ed è proprio questo il fine ultimo del ricorso al “terzo uomo”.
Teoricamente parlando, per uscire dalla propria tre quarti campo il singolo difensore potrebbe anche attaccare lo spazio concessogli, oppure cercare l'1-2 col compagno più avanzato (fig. A), ma nel caso in cui perdesse palla, entrambi si troverebbero impossibilitati a recuperare (fig. B).


Il "terzo uomo verticale"
Esistono varie tipologie di “terzo uomo”. Ci sono il "terzo uomo orizzontale" e quello "diagonale", ma il più comunemente impiegato nella costruzione dal basso è il cosiddetto “verticale”, nel quale il "link player" (il giocatore di collegamento) si smarca in una zona di campo più avanzata, sia del compagno in possesso del pallone, sia del giocatore al quale si vuol far giungere la sfera, in modo che quest'ultimo usufruisca poi di campo libero, in situazione di “palla scoperta” (fig C).

Nel caso in cui il passaggio venga intercettato, oppure il link player perda il possesso del pallone, solo quest'ultimo viene tagliato fuori dalla possibilità di intervenire. Fig. D.
Il "terzo uomo verticale" è una giocata potenzialmente davvero efficace per eludere il pressing avversario, tra l'altro molto piacevole alla vista (vedasi sotto il video del Villareal per credere), ma non è di facile costruzione (ed è proprio questo che si dovrebbe comprendere). Perché sia eseguita nella maniera ideale, il giocatore di collegamento dovrebbe innanzitutto smarcarsi (possibilmente effettuando un contro-movimento, in modo da prendere sul diretto marcatore quei 2-3 metri di vantaggio che gli consentano una ricezione più tranquilla) andando ad occupare una posizione in campo coincidente col vertice di un triangolo formato dagli altri due giocatori: quello in possesso della sfera ed il destinatario finale della giocata.
Poi è importante che, conscio del proprio ruolo di "link player", sappia dettare la linea di passaggio al momento opportuno, sappia mantenere una postura adeguata in ricezione (non dovrebbe mai ricevere con il busto completamente orientato spalle alla porta) e sappia rimanere “freddo” sotto pressione. Altrettanto fondamentale, infine, è che il giocatore in possesso del pallone riconosca in anticipo il suo movimento e riesca a servirlo sul piede giusto.
Si può ben capire, quindi, come si tratti di movimenti tecnici-tattici-coordinati complessi che non possano essere lasciati alla libera improvvisazione dei singoli, ma debbano essere provati e riprovati nel corso di mirate e ripetute sessioni d'allenamento.
Mister De Zerbi (per non fare un nome a caso) tutto questo lo sa bene: le sue squadre sono sempre state istruite a ricorrervi egregiamente, tant'è che Manuel Locatelli, perfetto esempio di “terzo uomo” ideale, non è diventato per caso il giocatore del Sassuolo con la più alta quantità di passaggi tentati per novanta minuti.
Resta da chiedersi, tuttavia, se con un parco di giocatori a disposizione di livello qualitativo normale, per non dire mediocre, implementare una tattica così dispendiosa, che potrebbe essere vanificata in qualunque momento dal minimo errore tecnico, sia più intelligente, dal punto di vista economico, di rinviare lungo.
In fondo, a parità d'organico, sembrerebbe una strategia d'azione contraria al principio del “massimo risultato col minimo sforzo”.
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