Interventi a gamba tesa

Remix


Ritratto di quello che forse è stato il più grande what if della storia del gioco, ma anche uno dei giocatori più talentuosi ed eleganti che si sia mai visto in un campo da basket.


In uno degli ultimi capolavori firmati da uno dei massimi esponenti moderni della settima arte a nome Denis Villeneuve, viene trattata ampiamente la cosiddetta “ipotesi della relatività linguistica”: secondo questa teoria, lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla e imparare una nuova lingua “riprogramma” la mente. Nella sua forma più estrema, questa ipotesi assume che il modo di esprimersi determini il modo di pensare.

Ritornando al mondo cestistico, se c’è un giocatore che è riuscito ad influenzare e cambiare il mio modo di guardare e in un certo senso “pensare” la pallacanestro è sicuramente Tracy McGrady. E se vogliamo discutere sul modo di esprimersi utilizzato nella sua seppur breve carriera, ci sono veramente pochi interpreti nella storia del gioco che possono sedersi al tavolo e dire di aver parlato la sua stessa lingua.

Auburndale, Florida

Tracy Lamar McGrady Jr. nasce il 24 maggio 1979 a Bartow, in Florida. Sua madre, Melanise Williford, era appena uscita dal liceo e suo padre, come la maggior parte dei padri afroamericani dell’epoca, non era proprio la presenza che un figlio desidera e aveva abbandonato in tenera età lui e sua madre. In bisogno di aiuto, Melanise si diresse a nord verso Auburndale, dove viveva sua madre Roberta. Le due donne condividevano la responsabilità di crescere Tracy che alla fine avrebbe chiamato entrambe “mamma”.

Auburndale, situata tra Tampa e Orlando, a circa 90 minuti da ciascuna, era una confortevole cittadina di appena 9.000 abitanti, la maggior parte dei quali bianchi. Tracy si sentiva completamente a suo agio lì. Una zia, appena lo ha visto, lo ha soprannominato  “Testa di zucca”, perché da bambino la larghezza del suo cranio era molto vicina a quella delle sue spalle e quasi tutti in città lo chiamavano in quel modo.

La famiglia di Tracy non aveva molti soldi, ma è cresciuto con tutto ciò di cui aveva bisogno. Melanise faceva quasi due ore di macchina ogni giorno a Orlando per lavorare come cameriera in un hotel di Disney World. Teneva molto alla salute del figlio e c’era sempre in abbondanza il suo cibo preferito, gli spaghetti al sugo di Roberta. Anche Roberta ha aiutato. Lavorava come custode e la cena era spesso quello che prendeva mentre pescava in uno stagno locale. Un gruppo di parenti, nel frattempo, si assicurava che Tracy avesse un sacco di soldi da spendere per il suo compleanno. Ricorda di aver ricevuto fino a $ 100 ogni anno.

Tracy ha scoperto lo sport in tenera età e ha dimostrato da subito di essere un atleta a 360 gradi. È stato attratto per la prima volta dal baseball. Alto, magro e robusto, possedeva un buon lancio e una battuta micidiale. Tracy sembrava diretto verso una carriera sul diamante fino a quando un’altra palla rotonda iniziò a consumare la sua vita. Aveva sempre giocato a canestro, ma non decise di dedicarsi pienamente a questo sport fino a quando Penny Hardaway non si unì agli Orlando Magic, nell’autunno del 1993. Il neo-Magic fece cose sul campo che Tracy non aveva mai visto prima. Hardaway divenne rapidamente il suo eroe, da emulare in ogni singola parte del gioco.

Nelle sue prime due stagioni a Auburndale, l’allenatore Ty Willis lo utilizza molto di meno rispetto a quello che il suo talento richiedeva, per non snaturare del tutto la sua crescita. Durante il suo terzo anno è riuscito a sviluppare il suo gioco in maniera esponenziale, diventando a tutti gli effetti un all-around player, e finendo la stagione con una media di 23 punti, 12 rimbalzi e 5 assist a partita. Ma i problemi fuori dal campo minacciavano di annullare i progressi che aveva fatto. Uno studente pigro, con lo sguardo sempre assente che negli anni futuri gli farà guadagnare il soprannome di “The Big Sleep”.

Nella sua stagione da rookie a Toronto, racconterà poi di dormire anche 13-14 ore al giorno: era un “passatempo” quasi forzato dai problemi di ambientamento per un ragazzo afroamericano abituato al clima della Florida, ma fu presto evidente come, in realtà, soffrisse di una stranissima forma di narcolessia che lo portava ad addormentarsi nelle situazioni e nei luoghi più disparati. Sono famose le sue dormite durante le sessioni-video di allenamento e prima di ogni partita, compresa una serata in cui, svegliatosi pochi istanti prima della palla a due, stupì tutti i compagni di squadra andando in campo e segnando 41 punti.

Durante il suo terzo anno era abitualmente in ritardo per le lezioni – ammesso che si presentasse – ed è stato espulso dalla squadra di basket dopo aver avuto un’animata discussione (per usare un eufemismo) con un insegnante. L’incidente lo ha lasciato fuori dal radar della maggior parte dei reclutatori del college. Miami e la Florida erano le uniche scuole che parlavano di borsa di studio con lui, ma nessuna delle due ha approfondito ulteriormente la questione.

“Uno pterodattilo prestato al mondo della pallacanestro” cit.

 

Mount Zion, North Carolina

Nonostante le pessime abitudini scolastiche, Tracy aveva alcune persone influenti nel suo angolo. Tra loro c’era Alvis Smith, allenatore dell’AAU (torneo dilettantistico che mette in vetrina i talenti emergenti americani) di Tracy e scout per Adidas. Nell’estate del 1996, Smith riuscì a convincerlo a partecipare all’ABCD Summer Camp dell’azienda di scarpe, alla Fairleigh Dickinson University nel New Jersey. Tracy arrivava al campus di Teaneck della scuola come nessuno.

Il grande nome presente era Lamar Odom, un playmaker nel corpo di un lungo con un mancino liscio come la seta, una sorta di reincarnazione di Magic Johnson più alta. Tracy si è fatto notare subito quando ha chiesto di confrontarsi con Odom, lasciandolo senza fiato per l’arsenale infinito di cui disponeva. Più tardi, nell’all-star game senior del campo, ha lanciato una schiacciata che ha sigillato la sua reputazione, passando nell’arco di un paio di settimane da giocatore semi-sconosciuto ad uno dei migliori del Paese.

E’ pratica molto comune in America, che i giovani talenti dell’high school al loro ultimo anno di liceo, passino l’intera stagione in una Prep school, una scuola privata d’élite che li possa preparare sia come giocatori che come uomini al passo successivi, e in alcuni casi, anche al professionismo. Un esempio di queste Prep school molto famoso è Oak Hill Accademy, una scuola che ha “sfornato” una quarantina di futuri giocatori NBA, dove tra l’altro è passata gente come Jerry Stackhouse, Carmelo Anthony e Rajon Rondo.

Data la discutibile posizione di Tracy ad Auburndale, Smith ha trovato una sistemazione ideale per farlo crescere, sia come giocatore che come uomo. Il figlio di Melanise si stabilì alla Mount Zion Christian Academy a Durham, nel North Carolina. Mount Zion è Prep School (una scuola privata) mista a Durham, N.C., con solo 200 studenti dalla scuola materna fino al 12 ° grado. “Siamo severi con i bambini, ma è perché abbiamo a che fare principalmente con i non credenti, i giovani che sono caduti nelle fessure della società“, dice il reverendo Donald Fozard, che ha fondato la scuola nel 1985. “Noi siamo qui per dare loro una seconda possibilità“.

I Mighty Warriors erano una delle potenze perenni dello stato, grazie in gran parte all’allenatore Joel Hopkins. Un rigoroso comandante con un temperamento ferrato, amava definirsi il “Bobby Knight nero”. L’allenatore ha definito il suo programma scherzosamente come “un campo di addestramento cristiano”, dove guida giovani come Tracy, giocatori che hanno bisogno di una guida nella loro vita. Smith pensava che Tracy avrebbe beneficiato dello stile intenso dell’allenatore e lo convinse che Mount Zion era il posto giusto per lui.

Tracy vive in una casa di 14 stanze con Hopkins e sua moglie, Pam, i loro tre figli e gli altri 12 Mighty Warriors. La vita a Durham è molto diversa da quella a cui era abituato: si doveva svegliare tutti i giorni prima di scuola alle 4:45 per correre cinque miglia al buio, come da accordo con coach Hopkins; le 15 ore settimanali di servizi in chiesa, il divieto di orecchini e telefonate, walkman e fidanzate, e persino viaggi al centro commerciale non erano di certo quello che un ragazzo di 17 anni si aspettava dall’ultimo anno del liceo. Diverse volte al giorno si chiede come avrebbe potuto lasciare la sua affettuosa nonna, Roberta Williford, e la soleggiata Florida per questo.

Vivere sotto lo stesso tetto ha aiutato i giocatori del Mount Zion a trasformarsi in una delle migliori squadre del liceo del paese: avevano un record di 20-1 alla fine della stagione nonostante giocassero quasi esclusivamente in trasferta. Secondo molti addetti al lavoro la squadra poteva contare fino a nove papabili prospetti di Division I nel roster.

All’inizio sembrava che Tracy avesse preso una decisione saggia. Si dedicò completamente al gioco e seguì le istruzioni di Hopkins senza mai battere ciglio. Il giocatore e l’allenatore col tempo si sono avvicinati, trascorrendo diverse sere a settimana guardando insieme le partite dell’NBA. I risultati del duro lavoro e della dedizione di Tracy erano evidenti a tutti. Il Mount Zion ha battuto due volte la Oak Hill Academy, una delle migliori squadre della nazione ogni anno, e ha scalato la classifica stilata ogni anno da ESPN per quanto riguarda le migliori squadre liceali del paese fino al secondo posto.

Tracy era il catalizzatore. Giocando in tutte e cinque le posizioni e facendo una media di quasi una tripla doppia a partita, ha fatto tutto per i Mighty Warriors, agendo da stopper difensivo da un lato e da marcatore inarrestabile dall’altro. Con suoi numeri finali per il 1996-97  (27,5 punti, 8,7 rimbalzi, 7,7 assist e 2,8 palle recuperate a partita) venne nominato Player of the Year da USA Today e Player of the Year della Carolina del Nord dall’Associated Press, nonchè All-American (cioè nella squadra ideale liceale di tutto il paese).

Coach Hopkins, a parte alcuni scambi accesi in allenamento, ha dichiarato più volte di essersi sentito impotente come allenatore quando lo guardava giocare. “Ci sono molti momenti in cui mi siedo in panchina in soggezione per la sua abilità ” dichiarò più tardi in delle interviste. Si stava lentamente rendendo conto che Tracy non aveva niente a che fare con quel posto.

ABCD Camp , New Jersey

La persona che ha permesso a Tracy McGrady di far svoltare del tutto la sua carriera ha radici italoamericanoe che organizzava tornei di basket per i ragazzi che frequentavano le scuole superiori, tale Sonny Vaccaro. Se in un primo momento sembra il classico personaggio dei Soprano’s, questo figura rivoluzionò in maniera incredibile lo sport e il marketing che ruota attorno ad esso.

Aveva appena ventiquattro anni nel 1964 quando, insieme al compagno di stanza dell’università aveva fondato il Dapper Dan Roundball Classic, uno dei primi e che poi diventerà ABCD Camp ,uno dei più prestigiosi tornei riservati alle stelle del basket scolastico. Verso la fine degli anni ’70, Vaccaro godeva di una certa visibilità e aveva acquisito una sicurezza invidiabile, ciò lo portò a fare un passo decisivo. Nel 1977 chiamò al telefono gli uffici della Nike a Portland, in Oregon, per proporre una sua idea per una nuova scarpa. La proposta fu gentilmente declinata ma Rob Strasser, uno dei massimi dirigenti dell’azienda, ma Assunse Vaccaro con la paga di 500 dollari al mese, gli mise trentamila dollari a disposizione su un conto, e gli chiese di far diventare i coach testimonial della Nik. Per lui fu un gioco da ragazzi: a quel tempo cinquemila dollari, questo era l’importo dell’assegno che Sonny staccava agli allenatori, erano un bel po’ di soldi e ai coach non pareva vero: “Allora, fammi capire: tu mi dai scarpe gratis e mi paghi anche? È legale?”. Sì era legale.

Vaccaro dopo aver visto Michael Jordan per la prima volta, era convinto che il carisma avrebbe potuto rendere quel ragazzo una potenza di marketing. Desiderava che la Nike facesse firmare Jordan e realizzasse una linea di prodotti dedicati in esclusiva a lui. I dirigenti dell’azienda avevano stanziato un budget di due milioni e mezzo di dollari per includere anche anche dei giovani, tra cui Charles Barkley…L’idea di distribuire il budget su una serie di giovani, nel pieno del draft del 1984, aveva la sua logica: “Non lo fate!” disse Vaccaro ai dirigenti. “Date tutto a quel ragazzo. Date tutto a Jordan”.

Vaccaro spiega: “La mia posizione era: tutti i soldi che abbiamo diamoli a lui”, Rob Strasser (executive di Nike fino al 1987) lo ascoltava in silenzio fino a quando chiese: “Ci scommetteresti lo stipendio?”, la risposta fu: “si!”. Il resto, come sappiamo, è storia.

Ritornando al discorso ABCD Camp, Alvis Smith, scout per Vaccaro in Florida, insistette perché Tracy McGrady fosse inserito nella lista dei partecipanti. Non si dicevano grandi cose di T-Mac, soprattutto fuori dal campo. All’ultimo, però, si decide di dargli questa possibilità: a Tracy viene affidata la divisa numero 175, quella dell’ultimissimo arrivato.

Quella edizione doveva essere la vetrina per giocatori molto più quotati, come Elton Brand e Quentin Richardson, ma Tracy in un escalation di prestazioni arriva all’All Star Game del Camp come il miglior giocatore per distacco di tutto il torneo. Secondo molti addetti al lavoro dell’epoca McGrady mise in piedi una serie di giocate (iconico un suo poster con una windmill nella gara finale) che con una qualsiasi piattaforma come You Tube, gli avrebbe fatto ottenere milioni di visualizzazioni in stile Zion Williamson.

Niente di simile a Tracy era mai successo prima all’ABCD”, dice Sonny Vaccaro che ha diretto poi il campo per 13 anni. “Il suo nome si è diffuso per tutto il campo come un incendio. Abbiamo già avuto dei talenti che hanno fatto vedere il loro talento in passato, ma almeno erano conosciuti da qualcuno. Tracy era uno sconosciuto.”

Per tutta quella settimana Hopkins, che sta supervisionando il processo di reclutamento di Tracy, è stato assediato dall’élite degli allenatori del college: Rick Pitino di Kentucky, John Thompson di Georgetown e Jim Boeheim di Syracuse erano tra le dozzine di allenatori che improvvisamente hanno espresso interesse per un giocatore di cui non avevano mai sentito parlare solo una settimana prima. Il guru dei talenti liceali Bob Gibbons, che non aveva inserito Tracy tra i suoi 500 migliori potenziali talenti prima dell’estate, lo ha collocato con il numero 2 dietro a Lamar Odom della Redemption Christian Academy a Troy, NY, che è l’altro miglior giocatore in questo classe senior dell’anno.

NBA Draft, 1997

All’inizio di dicembre, mentre la stagione di Mount Zion iniziava, Hopkins ha ricevuto una telefonata dal superscout NBA Marty Blake che chiedeva di poter visionare Tracy. Gli scout di una dozzina di squadre NBA sono venuti a Mount Zion per vedere una partita o un allenamento, e quasi tutti hanno garantito a Hopkins che il suo giocatore sarebbe stato sicuramente una scelta al primo giro al prossimo Draft. Dirà poi lo stesso Blake a Hopkins: “Direi che andrà nelle prime 18 scelte”.

Quando Melanise e Roberta arrivarono a Durham per la festa del Ringraziamento e per fare pressioni per un’istruzione universitaria, Tracy ha chiarito subito la questione: “Se sei qualcuno che può ambire a diventare un professionista, allora perché anche andare al college? È un’opportunità che la maggior parte dei bambini può solo sognare“.

Lettere d’amore dai college di tutto il paese continuavano ad arrivare, ma Tracy non ne ha aperta nessuna. Pensava che se doveva frequentare il college, Kentucky sarebbe stata la sua prima scelta. In effetti, Kentucky ha dovuto annullare una conferenza stampa di novembre in cui si aspettava di annunciare l’impegno di Tracy per i Wildcats. Secondo Hopkins l’incontro con la stampa è stato annullato perché Tracy e sua madre non erano d’accordo su dove andare. Tracy preferiva Kentucky, sua madre voleva che andasse nello stato della Florida. Inoltre, Tracy deve ancora ottenere un punteggio del test abbastanza alto da permettergli di giocare nella Division One, il che limita notevolmente le sue opzioni.

Anche i compagni di squadra di Tracy mettono in dubbio la saggezza del suo arrivo ai professionisti nella prossima stagione. “Mi piacerebbe vederlo andare al college perché sei giovane solo una volta“, dice la guardia senior Max Owens, che frequenterà North Carolina. “Diamine, Tracy ha guadagnato così tanta fama in così poco tempo, ti chiedi se è troppo preso da tutto quel clamore NBA e non capisce davvero quale enorme passo sta per fare.”

Qualsiasi dubbio persistente che Tracy potesse avere sulle sue prospettive da professionista è stato cancellato al Reebok Holiday Prep Classic a Las Vegas alla fine di dicembre. Questo torneo è stato a lungo un appuntamento imperdibile per i reclutatori universitari, ma mai nei suoi 20 anni di storia hanno partecipato degli scout NBA Tracy ha vinto il titolo di MVP del torneo segnando 24 punti nella vittoria finale. Anche Lamar Odom ha giocato in quel torneo e ha parlato con Tracy del futuro. Lamar continuava a battere un unico tema: “Tracy, sei il migliore giocatore del liceo. Devi andare nell’NBA”.

Nel periodo successivo l’unico pensiero nella mente del figlio di Melanise era che voleva essere pagato per giocare in modo da poter aiutare la sua famiglia, e pensava di avere il potenziale per farcela nella NBA.

Anche il suo allenatore era convinto che Tracy dovesse fare questo passo: “Secondo me c’è Tim Duncan di Wake Forest e poi Tracy è il secondo miglior giocatore di basket nello stato del North Carolina“, dice Hopkins. “Questo include anche gli Charlotte Hornets.”

Nel frattempo, Tracy si concedeva una fantasia su come sarebbe giocare contro il suo idolo, Penny Hardaway degli Orlando Magic. Tracy indossava il numero 25 ad Auburndale perchè era il numero di Hardaway a Memphis State; ora Tracy indossa 1, proprio come Hardaway a Orlando (Negli anni a venire, questo sorta di adorazione velocizzerà la trade che lo porterà ad accasarsi ad Orlando).

Tra le squadre interessate a Tracy, i Chicago Bulls sono apparsi i più seri. Il GM Jerry Krause ha negoziato per inviare Scottie Pippen ai Vancouver Grizzlies per la loro scelta numero 4. Ma un paio di ore prima del draft Michael Jordan annullò l’accordo, promettendo di ritirarsi se Pippen fosse stato scambiato (in precedenza Krause aveva cercato di ottenere la scelta numero da San Antonio ma Popovich si era opposto in tutto i modi).

Ciò ha aperto la porta a molte altre squadre, inclusi i Toronto Raptors, che avevano gli occhi puntati su Tracy. Due anni prima, il GM Isiah Thomas, sperando di poter scegliere Kevin Garnett, aveva delineato un piano per portare con sé un fenomeno del liceo. Ora ha rispolverato il progetto in attesa di selezionare Tracy. Quando il diciottenne è stato superato dalle prime otto scelte del draft (Duncan e Van Horn sono andati 1-2), Toronto non ci ha pensato due volte a scieglierlo. Tracy si è consultata con Hopkins e Smith, che hanno convenuto che almeno uno dei due sarebbe rimasto con lui per tutta la sua stagioneda rookie. La struttura salariale dei debuttanti NBA ha eliminato tutti gli intrighi dalle trattative contrattuali con i Raptors, mentre Smith ha usato i suoi contatti per stipulare un dolce accordo con Adidas, per 12 milioni in sei anni.

Toronto Raptors

Thomas è stato elogiato nella maggior parte degli esperti per i suoi sforzi per costruire una quadra vincente a Toronto. Con Damon Stoudamire e Marcus Camby già nel roster, aveva messo insieme le basi di un nucleo di talento che avrebbe potuto un giorno ambire a qualcosa di grande. Tracy sembrava adattarsi perfettamente a questa immagine. Come si è scoperto, tuttavia, il suo primo anno da professionista è stato un incubo, così come la stagione 1997-98 per i Raptors.

I problemi sono iniziati presto per Toronto quando gli infortuni a Camby, Carlos Rogers, Popeye Jones e Walt Williams hanno decimato il front court della squadra. L’allenatore Darrell Walker ha perso rapidamente il controllo della squadra e Toronto ha vinto solo due delle sue prime 24 partite, perdendone 17 di fila a un certo punto. Alla fine, Thomas abbandonò la nave, accettando una zattera di salvataggio con la NBC come annunciatore, e Walker fu licenziato e sostituito da Butch Carter, un’onesto mestierante quando era giocatore. Nel frattempo, sono arrivati ​​Alvin Williams, Gary Trent (padre di quel Gary Trent Jr. che sta facendo vedere ottime cose a Portland), Chauncey Billups e Dee Brown.

Tracy osservava la maggior parte delle partite dalla panchina. L’allenatore ha criticato l’etica del lavoro di Tracy, dicendo ad alcuni che il giovane non sarebbe durato due anni nella lega. Quando Carter è subentrato, ha usato un tocco più delicato con il rookie. Il nuovo allenatore si è seduto con Tracy e ha spiegato che doveva diventare un giocatore eccezionale in allenamento prima di poter anche solo pensare di essere un giocatore NBA.

La mano severa ma indulgente di Carter era proprio ciò di cui Tracy aveva bisogno. Chiamò il suo allenatore “zio Butch” e ascoltò attentamente tutto ciò che diceva Carter.  Ha anche trovato un alleato in Kobe Bryant. Bryant, al suo secondo anno con i Los Angeles Lakers, consigliò a Tracy di cogliere le opportunità durante gli allenamenti per impressionare i Raptors. Quello, ha detto, era tutto ciò che l’organizzazione voleva vedere. Nella seconda metà dell’anno, Tracy ha iniziato a prendere confidenza con la vita dentro e fuori dal campo tra i professionisti. Ha iniziato ad accarezzare l’idea della sala pesi e trascinare se stesso e i compagni di squadra in allenamento. Ma i risultati, per una squadra nata da poco come i Raptors, continuavano a non arrivare.

Le cose iniziarono a migliorare per Tracy a giugno, quando i Raptors tirarono fuori un coniglio dal cappello al Draft che portò Vince Carter in Canada. I due si erano originariamente incontrati mentre giocavano nella AAU in Florida, e la loro amicizia è cresciuta durante i loro giorni nella Carolina del Nord: Tracy da senior al Mount Zion e Carter come star fiorente per i Tarheels. Il loro legame si è rafforzato dopo aver scoperto di avere anche un legame di sangue. In effetti, a una riunione di famiglia, Tracy ha scoperto che sua nonna e la nonna di Carter erano cugine.

Grazie al blocco NBA, che si trascinò nell’inverno del 1998, Tracy e Carter ebbero tutto il tempo per riprendere conoscenza. Su consiglio di Joel Hopkins, ha lavorato con un personal trainer di nome Wayne Hall. Lo zio Butch, nel frattempo, è andato a trovarlo in Florida e lo ha messo alla prova in un campo di calcio gestito da suo fratello, il ricevitore Cris Carter. Quando le sedute di allenamento erano finite, Tracy, che ha aggiunto 10 chili di muscoli alla sua struttura un tempo snella, sembrava un giocatore nuovo.

Il nuovo GM Greg Grunwald è riuscito a firmare i veterani Kevin Willis e Charles Oakley, che hanno dato a Toronto una presenza fisica necessaria nel pitturato. Con un record finale di 23-27, Toronto ha goduto della sua migliore stagione nella storia della franchigia. Carter, che è stato nominato Rookie of the Year, ha dato nuova linfa alla franchigia canadese con le sue schiacciate e le sue performance da record.

Anche Tracy è diventata parte integrante della squadra. Parte del miglioramento di Tracy era legato alla sua amicizia con suo cugino Vince. Tracy trascorreva la maggior parte del suo tempo libero nell’appartamento del rookie, giocando ai videogiochi, ascoltando Busta Rhymes e banchettando con pollo fritto e braciole di maiale. L’allenatore Carter ha preso atto della chimica tra i due e si è assicurato di farli scendere in campo insieme più spesso.

“La maglia più cool della storia dell’NBA”

Tracy aveva già suscitato qualche polemica quando ha detto ai media che meritava vedere il campo almeno 30 minuti a partita. Il front office di Toronto non ha apprezzato le sue dichiarazioni , soprattutto perché il suo gioco aveva ancora bisogno di essere affinato. I Raptors non potevano contare su di lui per lo stesso impegno e la stessa produzione ogni notte. Fino a quando non avrebbero potuto, sarebbe rimasto il sesto uomo della squadra.

Tracy e il suo agente, Arn Tellem, tenevano sotto stretto controllo il modo in cui Toronto lo trattava. Essendo un free agent a fine stagione, il 20enne sentiva di avere un’enorme influenza. Quando ha rifiutato un’offerta dei Raptors per sei anni a $ 70 milioni, era chiaro che avrebbe potuto correre per pascoli più verdi quando la campagna fosse finita.

Entro la fine di febbraio, l’allenatore ha dovuto fare spazio nei cinque titolari per Tracy. Con lui, i Raptors con un record di 45-37, si sono assicurati la loro prima apparizione ai playoff nella storia della franchigia.

Le tensioni che ribollivano sotto la superficie però rischiavano di rovinare tutto. Alcuni veterani non erano contenti del piano offensivo della squadra e il rapporto tra Tracy e suo cugino si era in qualche modo raffreddato. Al primo turno in una serie al meglio delle tre partite, New York ha completato uno sweep (3-0) con una vittoria per 87-80 all’Air Canada Center, la prima partita ai playoff mai disputata a nord del confine degli Stati Uniti.

Con i dirigenti NBA di tutte le squadre a guardare, Tracy si è affermato come uno dei pezzi più pregiati del mercato dei free-agent.

Coming Home

Dopo la sconfitta nei playoff, era tempo per Tracy di iniziare a pensare alla sua futura casa NBA. Elton Brand dei Bulls ha cercato di convincerlo ad andare a Chicago, ma non era interessato a una squadra di ricostruzione. Tracy ha escluso anche i Raptors, in parte perché hanno licenziato l’allenatore Carter. Le due squadre in lizza erano Orlando Magic e Miami Heat. Unirsi a entrambi permetteva anche a Tracy di tornare a casa e riunirsi con la famiglia e gli amici.  Alonzo Mourning gli aveva offerto un ruolo chiave a Miami, ma l’allenatore di Orlando Doc Rivers è stato ancora più convincente e Orlando sembrava a tutti gli effetti una sorta di chiusura del cerchio, dove tutto è partito.

Rivers aveva preso le redini un anno prima e aveva guidato una squadra di basso livello ad un sorprendete record positivo. Doc aveva promesso di mettere la palla nelle sue mani nel momenti decisivi della partita e ha inventato una posizione ibrida simile a quella di Scottie Pippen durante gli anni a Chicago. In un sign-and-trade tra Toronto e Orlando che gli ha fruttato  93 milioni in sette anni, Tracy si è unita ai Magic e ha scelto il numero 1, il numero che il suo idolo, Penny Hardaway, aveva indossato con i Magic.

Tracy è stata anche influenzato dall’impegno dei Magic di costruire un squadra vincente. Sebbene abbia sentito storie sui volubili fan di Orlando, è rimasto impressionato dalla ricerca di altre star da affiancargli. Infatti, dopo essere stato respinto da Tim Duncan (all’ultimo), il club ha firmato Grant Hill. Tracy pensava che lui e Hill avrebbero potuto aprire un nuovo ciclo vincente in quel di Orlando.

Non è accaduto nella stagione 2000-01, soprattutto perché all’inizio dell’anno Hill ha subito un infortunio alla caviglia (che lo perseguiteranno per tutta la carriera) che ha richiesto un intervento chirurgico nel bel mezzo della stagione. La perdita del sei volte All-Star ha cambiato il ruolo di tutti nella squadra. A nessuno, tuttavia, è stato chiesto di fare più di Tracy, che ha portato i Magic a un record di 43-39.  Tracy è diventato più forte con il progredire della stagione. La media punti di Tracy (26,8) è stata la più alta di sempre per un giocatore di età inferiore ai 22 anni. Alla fine della stagione ha vinto il premio per il giocatore più migliorato dell’NBA ed è stato nominato nella seconda squadra All-NBA.

Tuttavia, nei playoff non è riuscito a superare l’ostacolo Milwaukee Bucks. In Gara 1 ha chiuso con 33 punti, nove rimbalzi e otto assist. In Gara 2, ha segnato 20 gol di fila nel primo tempo. In Gara 3, ha messo a referto 42 punti (diventando il secondo giocatore più giovane dietro Magic Johnson a segnare 40 o più in una gara post-stagione) e ha aggiunto 10 assist. Tuttavia, non era abbastanza e Orlando perse in 4 partite.

Tracy e i Magic hanno atteso con ansia il ritorno di Hill nell’autunno del 2001, soprattutto dopo che il front office ha aggiunto i veterani Horace Grant e Patrick Ewing per fornire muscoli e leadership. Ancora una volta però, Hill ha subito un infortunio alla caviglia che lo ha messo da parte per quasi tutto l’anno. A sua volta, Tracy è diventato una giocatore più completo. Nominato nella All-NBA First Team, è stato uno degli unici due giocatori in campionato a raggiungere una media di almeno 25 punti, cinque rimbalzi e cinque assist. Si è anche guadagnato il rispetto dei giornalisti, che l’hanno inserito al quarto posto nella corsa per l’MVP.

Sebbene il suo talento fosse sotto gli occhi di tutti, la prova che ci si trovava di fronte a qualcosa mai vista prima fu l’All Star Game del 2002 svoltosi a Philadelphia. Per la prima volta venne introdotto un nuovo spettacolo: l’All-Star Hoop-It-Up, una gara 3 contro 3, con un giocatore NBA, una giocatrice WNBA, un ex giocatore NBA, e un tifoso “celebre” (in questo caso Jamie Foxx e Justin Timberlake). Le partite della domenica erano (giustamente) caratterizzate dalle divise tutte diverse da loro in base alla squadra d’appartenenza e la lega era dominata da Kobe Bryant da una parte, e da Allen Iverson dall’altra.

Ma il giocatore che è riuscito a rubare la scena quella sera, nonostante il premio di MVP dato allo stesso Kobe, è sicuramente quello in maglia Magic. All’inizio del secondo quarto, Tracy in transizione lascia partire un pallone verso il tabellone in mezzo alla testa di Nash e Nowitzki, la riprende in aria e la inchioda al ferro. Se il miglior complimento per una giocata è la reazione dei compagni e degli spettatori, l’incredulità dei presenti è un buon indizio.

“Qualcuno lo definirebbe un gesto barbaro” cit.

Sebbene i Magic siano migliorati di una sola vittoria, sono arrivayi ai  playoff con grandi speranze. La Eastern Conference non aveva un chiaro favorito. Sfortunatamente, Orlando si è imbattuto in Baron Davis e agli Charlotte Hornets, ed è naufragata dopo quattro partite frustranti. Tracy ha giocato bene, ma ancora una volta non ha ricevuto supporto dai suoi compagni di squadra.

Ora facciamo un rapido passo avanti fino al post partita di gara 4 dei playoff del 2003. I Magic avevano perso per l’ennesima volta Grant Hill a gennaio per un problema al piede, e l’infortunio a Horace Grant ha privato Orlando del suo giocatore più esperto. Tuttavia Tracy era riuscito a chiudere la stagione a 32 punti abbondanti di media e a chiudere la stagione all’ottavo posto a East.

Nonostante i pronostici avversi  contro i ben più quotati Detroit Pistons, che avevano chiuso al primo posto ad East, i Magic riuscirono a portarsi avanti 3 a 1 nella serie, e come capita spesso in queste situazioni (tranne rare eccezioni) la serie sembra essere chiusa. Soprattutto Tracy è sicuro che questa serie sia archiviata.

“Essere al secondo turno dei Playoff è una sensazione meravigliosa” dirà lo stesso McGrady dopo la vittoria in gara 4 che permetteva a Orlando di avere 3 match point per chiudere la serie e completare l’upset. Ma, come capita spesso in queste situazioni, i Pistons hanno tirato fuori tre prestazioni difensive clamorose, che poi caratterizzeranno la vittoria del titolo l’anno dopo, e riuscirono a vincere in gara 7 e portarsi a casa la serie.

Il desiderio di Tracy di prendersi le colpe per il fallimento ai palyoff dei Magic indicava che stava crescendo nel suo ruolo di leader. Fuori dal campo, stava cominciando a vedere la vita attraverso gli occhi di un adulto. In effetti, Tracy si è fidanzato con la sua fidanzata di lunga data, ClaRenda Harris. I due si sono incontrati nel 1998 quando lei stava lavorando per la NC State. Stava comprando un’auto in una concessionaria Lexus, ma non riusciva a staccare gli occhi da Clarenda. Laureata in logopedia, lo ha aiutato a sentirsi più sicuro parlando con i giornalisti e davanti alle telecamere.

Ma ai passi importanti nella vita fuori dal campo non seguirono i tanto sperati miglioramenti nel campo. A causa anche  dell’ennesima serie di infortuni di Grant Hill portarono ad una stagione disastrosa, con un record finale di 21-61. Le uniche soddisfazioni sono arrivate dal punto di vista personale, chiudendo nuovamente al primo posto nella classifica marcatori e delle prestazioni della serie “solo su un’isola” con escalation da 62 punti. Era arrivato però il momento, sfortunatamente, di lasciare Orlando, perchè come ben sapeva Tracy, ciò che separa i grandi stat-guy dai grandi di tutti i tempi sono gli anelli nella mano.

“Da notare il raddoppio a 10 metri dal canestro” cit.


 “Da notare il raddoppio a 10 metri dal canestro”

Deal with Yao

Dopo la stagione deludente, la domanda per Tracy era se voleva continuare a indossare la maglia dei Magic. Ha menzionato molte squadre per le quali vorrebbe giocare, inclusi i Lakers, che sarebbero interessati se Kobe Bryant avesse dato la piena disponibilità. Si è scoperto pii che i Rockets avevano le carte giuste al tavolo. Steve Francis e altri 3 giocatori furono inviati a Orlando per Tracy e una serie di giocatori per allungare le rotazioni. Con Yao Ming al suo fianco, lo scambio ha cambiato completamente gli equilibri a Ovest.

I due però provenivano da due contesti completamente diversi. Nasce come figlio di una coppia cinese abbastanza forzata. Ai genitori, i due pivot della nazionale maschile e femminile di basket,  fu “consigliato” di avere un figlio. Da questa relazione nasce Yao, che da lì a poco avrebbe dovuto lasciare la pallanuoto, lo sport scelto in principio per il figlio e si dedica alla pallacanestro. Una volta sfondato e fatto il grande passo negli States, si deve abituare alla realtà dell’NBA.

Prima di tutto non era abituato ai referti statunitensi e al modo di giocare dei suoi compagni: fino a 15 anni fa in Cina non venivano contati i punti, per non far risaltare un giocatore rispetto agli altri e le schiacciate erano proibite. Oltre a questo, a Shangai non era abituato ad usare la macchina, ed infatti si spostava tranquillamente in bicicletta. Per imparare a guidare verranno sfasciate un paio di auto dei proprietari nel parcheggio dei Rockets. Era diventato con gli anni l’icona sportiva di tutto il mercato asiatico.

Ecco, nonostante le differenze culturali abissali con Tracy i due riuscirono a creare uno dei rapporti più forti e genuini di quegli anni , sia fuori che dentro il campo. Inoltre, i nuovi compagni e l’allenatore Jeff Van Gundy erano riusciti a creare quel tipo di unità difensiva laboriosa che si adattava al suo stile grind-it-out. La stagione sarà ottima. Houston chiude al terzo posto ad Ovest, ma com’è accaduto e accadrà nella vita cestistica di Tracy non riuscirà mai a concretizzare con una vittoria quello che molti altri talenti hanno ottenuto prima di lui.

Dicono che ci vogliono 30 secondi per capire se una persona che ci sta di fronte e che, magari, vediamo per la prima volta, diventerà o no una parte importante della nostra vita. Basta pochi secondi dunque per indirizzare da una parte o dall’altra i nostri sentimenti nei confronti di questa persona.

Se penso al primo ricordo che ho di Tracy e dell’NBA in generale, non posso che pensare alla stagione 2004-2005. Erano le difese le vere protagoniste delle partite e San Antonio e Detroit si contendevano lo scettro della migliore squadra di basket. Era un periodo di transizione dal gioco dominato dai centri vecchio stampo all’NBA moderna dominata dal tiro da tre punti. Se di primo impatto non possa sembrare la stagione migliore per approcciarsi al basket d’oltreoceano, una delle giocate che influenzò il mio orientamento cestistico per forza di cose furono i famosi 30 secondi di Tracy contro San Antonio.

Se da un lato quello che ha fatto Tracy quel 9 Dicembre 2004 è ormai sotto gli occhi di tutti, il significato che quei 35 secondi hanno si allontana del tutto dalla mera concezione di rimonta che caratterizzano quelle giocate. E’ una rivendicazione di uno status che a causa delle tante sconfitte degli anni passati era stato messo in dubbio. In quei 35 secondi è come se avesse dichiarato “io ci sono e quando voglio posso essere il migliore”, nonostante fosse venuto dal nulla e dal nulla è stato l’ultimo giocatore scelto al Camp ABCD quando era all’high school. In quei 35 secondi ha nuovamente superato quei limiti che ha dovuto superare nel corso della sua carriera, per dimostrare a chi non credeva in lui che si sbagliava. E l’ha fatto con l’incoscienza di un ragazzino dallo sguardo perso con la testa troppo sproporzionata rispetto al corpo da sembrare normale.

La cosa più impressionante è che in quella partita prima dei famosi 35 secondi, Tracy stava tirando 1 su 10 da tre punti ed era marcato dal difensore più forte della lega (Bruce Bowen).

Springfield, 2017

Tracy sale sul palco. E’ l’ora di salire sul palco più importante per un giocatore NBA, il momento in cui verrà inserito nell’Hall of Fame. Sale con lui Isaiah Thomas. Isaiah come lui ha dovuto passare un momento difficile all’inizio della carriera, perchè non riusciva ad accettare il fatto di non poter vincere e che i suoi compagni non fossero al suo stesso livello, a tal punto da voler abbandonare il mondo dello sport. Lo ringrazia per averlo scelto la notte del Draft e avergli permesso di avverare il suo sogno.

Prima di ringraziare i vari giocatori, allenatori e sponsor che l’hanno accompagnato durante la sua carriera, Tracy si focalizza su una conversazione avuta con con sua moglie nell’ascensore dell’Hotel prima della cerimonia. La moglie ha chiesto a Tracy di guardarsi allo specchio e pronunciare la frase “io merito di essere nell’Hall of Fame”, ma non ci riusciva. Gli venivano in mente milioni di motivi per cui non meritava di essere lì, pensava a tutte le cose che gli altri Hall of Famer avevano fatto prima di lui. Ma in quel momento si rese conto di tutte quelle persone che avevano creduto in lui ancora prima che lui credesse in se stesso, e soprattutto tutti quelli che avevano visto l’uomo prima del giocatore. E aveva capito il vero senso della parola perseveranza, venendo dal nulla e contro tutti quelli che credevano sarebbe durato un paio di stagione nell’NBA.

Nella lista infinita di persone ringraziate, ci sono un paio di nomi che fanno cambiare decisamente il tono e lo sguardo di Tracy. Quelle due persone sono Pam e Sonny Vaccaro che “nel 1996 mi diederono un’opportunità. Entrando come l’ultimo ragazzo con la maglia numero 175 al torneo…”. Visibilmente commosso non riesce a finire la frase. Poi continuando “nessuno conosceva Tracy prima di quel momento ma voi mi avete dato la possibilità di competere con i ragazzi migliori di quel momento, uscendo da quello stesso torneo come numero uno nella nazione“.  L’ultimo ringraziamento va a sua madre, la sua più grande fan e fonte d’ispirazione. E al suo essere sempre stata “the loudest in the gym”.

Nella storia dello sport ci sono state un sacco di variabili che hanno impedito a dei grandi giocatori di diventare i “più grandi”. Basti pensare a Ronaldo che con delle ginocchia diverse di quelle di un 50enne sarebbe diventato forse il più forte di tutti. Ma forse nessun giocatore più di Tracy ha dovuto affrontare così tanti problemi come lui, sia a livello fisico che legato a quello che molti chiamano fortuna.

Ma se Tracy è stato veramente un what if, per me è stato il what if più grandi di tutti.


 

 

 

 


Nato a Cesena nel 1997, vive a Villa Verucchio (in provincia di Rimini). Al primo anno di laurea magistrale in Amministrazione e Gestione d'Impresa presso l'università di Bologna, è appassionato sin da piccolo di tutti gli Sport Americani possibili ed immaginabili.