Interventi a gamba tesa

Considerazioni sparse post Australian Open

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Novak Djokovic stravince il suo nono Australian Open, trasformando l’antipatia che lo circonda in carburante e mettendo in mostra un servizio mai così incisivo.


Tocca parlare ancora di Djokovic, di come s’inventa l’ennesima maniera di sopravvivere proprio quando sembra in bilico sul cornicione, per poi ritrovarsi a dominare la finale in ciabatte e con la pipa in bocca, con almeno altre due o tre marce da innestare. Lo strano infortunio patito nei sedicesimi con Fritz svanisce con il passare dei giorni, giocandoci sopra migliora anziché peggiorate, sovvertendo ogni legge e aspettativa. Ormai – esclusi parenti e tifosi – è palpabile l’insofferenza che circonda la sua figura, anche fra i colleghi che commentano con sarcasmo questi leggendari infortuni, ma lui come sempre trasforma l’antipatia in carburante. A conti fatti rischia davvero solo con Fritz, poi entra in quella sua modalità Highlander e fa fuori chiunque. Zverev si ritaglia diverse chance ma si butta via litigando con se stesso e il proprio servizio. Dalla semifinale in poi non c’è più storia: l’armata rossa deve inchinarsi al tiranno di Belgrado. I progressi al servizio (impossibile non farne un’equazione con l’apporto di coach Ivanisevic) si rivelano fondamentali per questa nuova affermazione, la nona in Australia;

Dalla Russia con furore. Le pagine più interessanti di questa gita in Oceania sono scritte in cirillico. L’underdog Karatsev, ventisettenne alla prima partecipazione Slam, tra i sedicesimi e i quarti fa fuori nell’ordine Schwartzman, Auger Aliassime e Dimitrov, gli ultimi due con epiche rimonte da 2-0. Il sogno s’infrange nella semifinale a senso unico con Djokovic. Dall’altro lato del tabellone, intanto, fanno vittime con tanto di sangue e sbudellamenti vari i suoi due più illustri due connazionali in rotta di collisione nei quarti di finale. Lo scontro fratricida appare quasi prematuro ma si rivela meno equilibrato del previsto: stravince Medvedev in tre set, per la sorpresa di chi si aspettava una sorpresa da Rublev. E tre a zero deve arrendersi anche Tsitsipas in semifinale. Medvedev illude molti di essere abbastanza sporco, brutto e cattivo per detronizzare Nole. Il ragazzo irriverente però forse paga un percorso di poca lotta e si scioglie come neve alla prima difficoltà. Le faremo sapere;

– Eroismi secondari. Dobbiamo ammetterlo senza remore: la fase finale è stata avara di emozioni. Ma il pathos e le sfide giocate sul filo dei centimetri non sono mancate nei turni precedenti. Già detto delle rimonte poderose di Karatsev, che ha picchiato ogni pallina senza paura, ecco un podio arbitrario con tre match che ho amato. Sinner-Shapovalov, primo turno voluto dal un destino beffardo, prometteva scintille e non ha deluso. Il rosso di San Candido è in riserva dopo il dispendioso successo nel 250, gli organizzatori non lo aiutano piazzando il match nella giornata inaugurale ma lui si batte con onore, dimostrando la sua forza mentale. Shapo, dal canto suo, si scalda dopo qualche titubanza iniziale e ne vengono fuori cinque set belli e tirati. Vince chi ne ha di più, ma è una sfida che ci godremo negli anni a venire. Ha il gusto della storia la clamorosa rimonta di Tsitsipas su Rafa Nadal (ripreso per la terza volta in carriera dal 2-0, con Roger e Fognini a fare compagnia a Stefanos in questa statistica). Nadal ha qualche noia alla schiena ma cerca di nasconderlo nella maniera a lui più congeniale: asfaltare gli avversari nel più breve tempo possibile, senza lasciare loro nemmeno il tempo di respirare. Così arriva a un passo dalla semifinale, ma il risveglio del greco si tinge di epico. Tsitsi trova il coraggio per salvarsi al tiebreak, poi si suda ogni singolo punto capitalizzando la propria maggior freschezza. Nadal non regala niente, il che aumenta il valore dell’impresa. A qualcuno non piacerà, ma in cima al podio metto il terzo turno tra Kyrgios e Thiem, un match che mi ha visto metaforicamente in piedi sul divano. Nick, patrimonio del tennis, genio allo stato puro, è ispirato e regala magie a profusione, mentre Dominic rimane lì senza scomporsi di una virgola a lavorare quasi nell’ombra perché i riflettori sono puntati dall’altra parte. Ma quando la tempesta si placa, lui è bravissimo a raddrizzare la barca e a condurla in porto;

Vorrei ma non posso. Sarà la quarantena in hotel, saranno le insidie del primo torneo lungo dopo una stagione bizzarra, ma questo Slam è condizionato dagli infortuni e dagli stati di forma ballerini che giustificano almeno in parte le delusioni. Kyrgios è un delitto fatto a persona: dovrebbe allenarsi sul serio per provare a vincere un Major. Non pervenuti Bautista Agut e Schwartzman (vittima di Karatsev). Shapovalov si fa irretire al terzo turno dall’amico Auger Aliassime, ma lo stesso Felix (che la domenica precedente ha incassato la settima sconfitta su sette finali Atp) s’inceppa sul più bello contro Karatsev. Thiem paga lo sforzo e perde da Dimitrov il quale però, complice un infortunio, si fa scippare la grande occasione dall’onnipresente Karatsev;

Sfortuna azzurra. La finale di Atp Cup e la vittoria di Sinner autorizzavano sogni di gloria, invece si rimane con il gusto amaro delle occasioni perdute. Detto di Jannik, delude Sonego che si spegne sul 2-0 e si fa battere in rimonta da Feliciano Lopez, mentre Fognini fa tutto quello che ci si aspetta da lui: si comporta male nel bellissimo match contro Caruso, si avventa con delizia elegante su De Minaur e si arrende a un concentratissimo Nadal, memore delle sconfitte patite dal ligure. La nota più triste viene da Berrettini. Il romano, dopo le imprese di Atp Cup, sembrava al top della forma: solido, freddo e padrone dei tiebreak come un signor big server con qualcosa in più. Porta a casa eroicamente la sfida con Kachanov nonostante l’infortunio, ma è costretto a dare forfait prima degli ottavi contro Tsitsipas. Verranno tempi migliori.


 

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.