Interventi a gamba tesa

Come funziona il salary cap in Europa e oltreoceano

salary cup

Barcelona’s Argentine forward Lionel Messi controls the ball during the Spanish League football match between Getafe and Barcelona at the Coliseum Alfonso Perez stadium in Getafe, south of Madrid, on October 17, 2020. (Photo by GABRIEL BOUYS / AFP) (Photo by GABRIEL BOUYS/AFP via Getty Images)


Da molti anni, in particolare a seguito dell’introduzione del FFP da parte della UEFA, il mondo del calcio discute a gran voce della possibilità di inserire un tetto salariale agli stipendi. Il tema è tornato alla ribalta durante l’estate 2020 quando, in piena crisi pandemica, persino le società più facoltose hanno iniziato a mettere in dubbio la sostenibilità del monte stipendi in proporzione al budget. Ma quando parliamo di Salary Cap, cosa intendiamo? Quale esempio vogliamo prendere a modello?


Nei mesi scorsi, ai microfoni del World Football Summit, Mino Raiola e Jonathan Barnett si erano espressi con parole infuocate contro il salary cap, mentre nuovi sostenitori della proposta sono spuntati come funghi appena hanno letto le cifre del contratto firmato da Messi con il Barcellona, probabilmente senza sapere che in Spagna esiste già un sistema di questo tipo: il tope salarial. In questo accesissimo dibattito polarizzato e polarizzante tra ultraliberisti e massimalsocialisti del calcio nostrano, come spesso accade è sembrato impossibile fermarsi un momento e farsi delle domande per comprendere meglio le possibili sfumature della questione. Cosa si intende per salary cap? Quale esempio vogliamo prendere a esempio? Come potremmo adattarlo alle peculiarità del calcio europeo? 

Qui di seguito, analizziamo tre diversi modelli di tetto salariale, cercando di capire quale potrebbero adattarsi al calcio nostrano.

1) NBA – Isalary cap è la cifra massima che ogni squadra può spendere per il pagamento degli stipendi dei propri giocatori, (re)introdotto nell’84/’85 dal commissioner David Stern per creare maggiore equilibrio e accrescere la competitività fra le franchigie: grazie a questa regola, si evita che solo i più ricchi possano ambire alla vittoria finale concentrando tutti i giocatori migliori in poche squadre. Questo è un punto fondamentale e ci tengo a ripeterlo: negli USA il salary cap è uno strumento volto ad aumentare la competizione, non a porre limiti finanziari o morali ai guadagni. Per questo motivo si tratta di un soft cap che può essere sforato a certe condizioni, quali il pagamento di una luxury tax che aumenta in caso di recidività. I fondi ricavati dalla luxury tax sono divisi equamente tra NBA e squadre che non hanno superato il tetto. Se il salary cap viene sforato di oltre 4 milioni si è costretti a pagare un’ulteriore tassa – Apron – e a subire limitazioni in sede di mercato. Inoltre, prima dell’inizio di ogni stagione, lNBA e la National Basketball Players Association (NBPA) stabiliscono anche un salary floor, cioè un tetto minimo per il gli ingaggi: chi non raggiunge tale importo dovrà comunque pagare la differenza ai propri tesserati.

salary cup

2) Serie B – Il tetto salariale in Italia esiste già, anche se non se ne parla spesso. La Serie B lo ha introdotto nel ‘13/’14 e modificato varie volte nel corso degli anniMa, a differenza dell’NBA, il salary cap all’italiana è stato creato per motivi meramente economico-finanziari: ridurre l’incidenza dei salari sul bilancio, spingere le società a sostenersi con i propri ricavi, garantire l’assolvimento dei debiti, eccetera. In principio, il tetto salariale era diviso tra una norma sui contratti individuali che fissava un massimo 150’000€ lordi fissi e altrettanti per i “bonus” – che però è già stata eliminata – da una che lega il budget complessivo al fatturato della società. In generale, il rapporto tra i salari lordi dei tesserati e il fatturato del club (riferito all‘ultima stagione conclusa) non deve superare il 70% (50% per i club retrocessi dalla Serie A). Quando il salary cap viene sforato, la società è tenuta a garantire la cifra dello sforamento attraverso una fideiussione. Secondo i dati del Report Calcio della Figc, in Serie B il rapporto tra il costo del lavoro del personale tesserato e i ricavi di vendita tra il 2014 e il 2019 non ha mai superato il 70%.

3) Liga – Un secondo esempio di salary cap nel Vecchio Continente è il tope salarial della Liga spagnola, fortemente voluto da Javier Tebas, introdotto nel 2013 e tutt’ora funzionante a pieno regime. A inizio stagione le società di Liga e Segunda sono tenute a stilare un prospetto del bilancio atteso per l’anno seguente, entrando persino nel dettaglio di costi e ricavi. Il costo degli emolumenti per il personale della società dovrà essere pari o inferiore alla differenza tra i ricavi attesi e i costi non legati agli stipendi, che non sono soltanto quelli dei giocatori in rosa, ma anche le retribuzioni per i diritti d’immagine, gli ammortamenti, la previdenza sociale, i TFR e gli stipendi dei calciatori in prestito. La cifra ovviamente non è fissa ma muta di anno in anno in base ai ricavi attesi. Cosa accade quando una squadra eccede questo limite? La Liga ha facoltà di bloccare i movimenti sul mercato che farebbero saltare i conti, cosa che è successa ad esempio l’estate scorsa al Malaga. Il presidente della Liga Javier Tebas ha comunque sottolineato che quest’anno, dato lo shock trasversale causato dalla pandemia, non verranno applicate sanzioni o blocchi del mercato.

EPA/Jorge Nune

Come abbiamo potuto esaminare, esistono tipologie di tetto salariale molto diverse tra loro sia nella forma in cui sono costruite sia nello scopo che vogliono ottenere. Oltre ai tre casi elencati se ne potrebbero nominare molti altri, in primis quello concepito e poi abortito dalle Football League One e Two in Inghilterra. 

Quindi, quando si parla di salary cap o di qualsiasi altra riforma o cambiamento sostanziale nel modo di organizzare lo sport e la società, prima di prendere una posizione netta ed etichettare qualcosa come l’intervento messianico che salverà il mondo o come un inferno pseudosovietico, forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo e porsi delle semplici domande. Cosa vogliamo ottenere? Come vogliamo ottenerlo? Qual è la maniera più congeniale a raggiungere il nostro obiettivo date le specifiche condizioni in cui ci troviamo? Non esiste una ricetta per cambiare il calcio – né tanto meno per cambiare il mondo – ma esistono molti ingredienti che possono essere mescolati e preparati in diverse maniere per ottenere risultati diversi.

Io, ad esempio, credo che il tetto salariale possa essere una misura estremamente utile ma solo se uniforme a livello continentale e fortemente orientata al riequilibrio della competizione tanto a livello europeo quanto all’interno dei singoli campionati, mentre moltissimi lo vedono come una misura economica volta esclusivamente alla sostenibilità dei bilanci o ancora per evitare ingaggi monstre ritenuti moralmente inaccettabili in tempi di crisi. A ognuno il suo, come diceva un tale. L’importante è continuare a discutere.

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.