Interventi a gamba tesa

Davide Nicola salverà il Torino? Tre motivi per esser ottimisti

Nicola

Dopo due stagioni sottotono e 3 allenatori cambiati, il presidente Cairo ha deciso di affidarsi a Davide Nicola, uomo di imprese salvezza disperate. Riuscirà anche stavolta? Ecco i motivi per cui i tifosi granata potrebbero essere ottimisti.


Che il Torino stia vivendo una stagione sull’orlo di una crisi di nervi è piuttosto evidente: quell’orlo è la zona retrocessione e da inizio stagione la squadra del presidente Cairo gioca col fuoco, scottandosi e allontanandosi appena, ma restando sempre in una situazione rischiosissima.

Dopo l’esperienza fallimentare di Marco Giampaolo (penultimo posto in classifica, 0,53 di media punti, morale sotto i tacchi, giocatori importanti fuori dai radar), con l’arrivo di Davide Nicola la squadra è uscita dalla zona rossa grazie ai suoi 4 punti in 4 partite (media tutt’altro che entusiasmante ma molto migliore rispetto a quella precedente), ma la distanza dal terzultimo posto è ancora ravvicinatissima ed il rischio retrocessione tutt’altro che scampato. C’è da dire che l’ambiente sembra aver ritrovato nuova linfa, che si intravedono segnali incoraggianti (su tutti, l’epica rimonta da 0-3 a 3-3 di Bergamo), e che la squadra, pur ancora incapace di vincere, almeno ha smesso di perdere (il che la dice lunga su quanto questa stagione assomigli ad una interminabile via crucis).

L’epica rimonta contro l’Atalanta del Gasp.

Ma Davide Nicola sta davvero cambiando il Torino? Ci sono tre punti di svolta rispetto al passato, che da tifoso mi fanno provare ad essere ottimista:

  • IL MERCATO: Il peccato originale della stagione granata è stato l’eccessiva accondiscendenza sul mercato dell’ex tecnico Giampaolo, che decise di non insistere sulla ricerca pedine fondamentali per il suo gioco, pagandone poi sul campo lo scotto in prima persona con l’esonero. L’esempio più eclatante è quello del regista, dove inseguiti vanamente sul mercato Torreira e Biglia, alla fine semplicemente si ripiegò sull’adattamento dell’incontrista puro Rincon, non certo noto per i piedi di velluto ed il timing delle giocate. Questo primo grande errore imputabile a Giampaolo (già apparso nel Milan, ricordate l’affaire Suso trequartista?) non è stato invece commesso da Nicola, che è stato irremovibile sulla necessità di un regista e di una seconda punta: sono arrivati Mandragora e Sanabria, che non sono certamente Modric e Messi, ma sono ciò di cui l’allenatore aveva bisogno (e peraltro avevano già lavorato con lui in passato). In più, alcuni giocatori finiti nel dimenticatoio e già con le valigie pronte (Izzo, Nkolou, Zaza, Bonazzoli), sono rimasti dando sul campo un contributo decisivo nelle ultime uscite : non è una rivoluzione, ma un punto di partenza importante.

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  • LO SPIRITO: sin dal “body language”, il tecnico abruzzese non incarnava certo uno spirito battagliero ed emotivamente dirompente, per usare un eufemismo. E in fin dei conti, dato che le squadre spesso somigliano ai loro allenatori, lo stesso atteggiamento rassegnato era mostrato dalla squadra in campo: i risultati non arrivavano, ed il circolo vizioso risucchiava l’ambiente in una depressione inevitabile. Nicola ha fatto leva su concetti emotivi, prima che tattici: il senso di gruppo unito che lotta, di famiglia, i discorsi in cerchio a centrocampo, la fisicità nei rapporti e le esultanze con i giocatori presi per il bavero saranno merce trita e ritrita, ma di sicuro di immediata efficacia in un ambiente depresso e in astinenza da entusiasmo e risultati. Sarà un caso, ma il Torino di Giampaolo ha perso 23 punti a causa delle rimonte subite (curioso vedere dove sarebbe in classifica con quei punti): quello di Nicola, nelle 3 occasioni in cui è andato in svantaggio, ha sempre rimontato.

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  • L’ESPERIENZA NELLE SITUAZIONI DISPERATE: Se nelle situazioni stressanti della sua carriera, Giampaolo si arrovellava fino a perdere testa e panchina (Milan, ma prima Brescia e Cesena), Nicola sembra nutrirsi di imprese disperate: quella celeberrima è la rimonta salvezza col Crotone, che gli costò anche un fioretto in bici di più di 1000 km, ma anche nella scorsa stagione con il Genoa la salvezza raggiunta in extremis era tutto fuorchè scontata. In una situazione difficile, conta essere abituati a gestire quella pressione e sporcarsi le mani: Nicola ha già dimostrato di saperlo fare, e sinceramente la classifica e la rosa del Torino, almeno in apparenza, sembrano rendere questa impresa meno complessa di quelle sopra citate.

Insomma, pur andandoci piano con gli entusiasmi (il Toro è totalmente impicciato nella lotta salvezza e la sensazione è che ci resterà fino alla fine), non mancano gli aspetti che fanno pensare ad un bivio della stagione granata: se svolterà in positivo, questo cambio di guida tecnica sarà timbrato necessariamente come un momento decisivo.

Un ultimo motivo per cui crederci veste la storia di romantico: dopo il fallimento societario, fu proprio Nicola, quindici anni fa, con un’incornata indimenticabile, a riportare il Toro in Serie A. Se nello sport esiste il lieto fine, è giusto che la penna per scriverlo, con inchiostro granata, sia data in mano a lui.


 

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.