Interventi a gamba tesa

La Break Dance alle Olimpiadi non è funky


L’inserimento della Break Dance alle Olimpiadi che si terranno a Parigi nel 2024 offre spunti di riflessione importanti: perché tutto questo? Perché snaturare un movimento dalle radici solide e simbolicamente cariche a favore della spettacolarizzazione?


Un’edizione economica di “Così parlò Zarathustra” si prende una pausa di 88 pagine tra il primo e il secondo “Canto di danza”: più o meno due infiniti verticali, allo specchio, adagiati su premesse sufficienti per inoltrare ai posteri un facile, ma articolato, dibattito sull’eterno ritorno dell’uguale, delle innovazioni inclusive e delle relative e sconfinate modalità. Ma tant’è: di cringe e di fantasia, in questo mondo, non avremo mai abbastanza.

Ammettetelo: nel mare magnum delle considerazioni e delle paure per una quasi inevitabile, ma fortunatamente scampata, assenza della bandiera italiana ai giochi olimpici, ci avete sperato. Avete sperato, per un secondo o più, di risvegliarvi dal brutto sogno che la vostra mente stava magistralmente conducendo e dire che sì, insieme a una pandemia praticamente infinita e alla figuraccia che avremmo rimediato sfilando senza tricolore, era sparita anche la malsana e bizzarra idea di inserire ai giochi parigini del 2024 la Break Dance.

Se, poi, tra uno spin e un altro se ne può discutere senza tirare “in ballo” (oh, scusate) filosofie di vita tra le più disparate (lontane dalle motivazioni di partenza), la bellezza delle arti e la plasticità dei movimenti (moves, giusto?) di un ballerino, potremmo persino dar l’impressione di essere aperti al confronto. Il fatto stesso che la stesura di questo pezzo abbia richiesto un’approfondita visione di trequarti dei video sul tema presenti su Youtube rende chiaro un concetto: per quanto possa anche essere divertente per qualche minuto, sicuramente difficile da praticare (chi scrive riuscirebbe a fare sì e no due step, prima di cadere dolorante al suolo, abbracciandolo quindi per pietà) e per nulla scontato, cosa ne fa uno sport? E, soprattutto, cosa ne fa uno sport olimpico?

Il podio alle ultime Olimpiadi giovanili del 2018, categoria Breaking.

break dance

Bumblebee, Martin e Shigekix. (Photo via Getty Images)

LA FRATTURA NEL SISTEMA

L’11 ottobre del 2018 sarà sempre ricordato come l’apice del no sense e insieme dell’orgoglio giovanile italiano in questo sport. O almeno, così si legge dalla nota diffusa nella stessa data dalla Federdanza. A Buenos Aires, alle Olimpiadi giovanili, categoria Breaking, trionfano, insieme ad Alessandra “Lexy” Cortesia e al suo argento nella gara a squadre miste, il divertimento e, ahitutti, il grottesco, uniti nel sacro vincolo del matrimonio e della passione che solo una situazione del genere può concepire. Siamo fatti così, che possiamo farci. Bene per noi avere una B-Girl (B-Boy e B-Girl, avrete capito, sono i partecipanti) così importante: male per tutti illudersi che solo questo possa in qualche modo risollevare le sorti del nostro sistema sportivo.

In finale alle stesse Olimpiadi giovanili argentine, nel singolo maschile a contendersi la medaglia d’oro c’erano Bumblebee e Martin (un russo, Sergei Chernyshev, e un francese, Martin Lejeune). I cinque minuti (circa) della loro esibizione sono il tripudio del bello e del ritmo, l’esaltazione del concetto stesso di dadaismo che diventa il cardine di una porta per la nuova dimensione: stop alla competizione, tocca al giudizio finale. C’è un canestro, tra la folla, in un cerchio “ideale” in attesa di un parere definitivo. Atmosfera artificialmente composta ad arte: ma il Bronx è troppo lontano, ahinoi. Ahivoi. Poi il countdown: three, two, one. Applausi, abbracci, qualche “whoo” e diverse urla: vince Bumblebee, quattro round a zero.

Il discrimine di ciascuno di essi rimane un mistero: “creatività, personalità, tecnica, varietà, attuazione e musicalità” (o, come recita la nota ufficiale con il resoconto, “abilità atletiche, creatività e musicalità”) restano, al netto della tecnica e dell’attuazione, astrazioni forti da impressionare. Spulciando il regolamento stilato da Federginnastica e relativo alla ginnastica artistica (2017-2020), la determinazione del punteggio è ben articolata e complessa: Punteggio D (difficoltà, esigenze di composizione e abbuoni di collegamento) si somma a Punteggio E (esecuzione e artisticità), consegnando il risultato. Per la Breaking il discorso è un po’ diverso: la Federdanza, attraverso le carte federali e i regolamenti, comunica che il criterio usato è quello dello Skating, con votazione palese e decimale nelle eliminatorie.

Un mini riassunto della vittoria di Bumblebee alle scorse olimpiadi giovanili.

In un altro testo a cura di Ivo Cabiddu, socio fondatore della Fids (Federazione italiana danza sportiva) e fruibile sempre tramite il sito ufficiale della Federdanza, si spiega in premessa di cosa si tratta: «I risultati delle gare di Danza Sportiva sono affidati al parere personale dei Giudici, che hanno facoltà di esprimere preferenze e voti secondo “conoscenza e coscienza”. Il metodo di giudizio è in larga parte “soggettivo”, pur essendoci vari aspetti tecnici – ad esempio: tempo musicale, direzioni, prese, programmi obbligatori, precede e segue delle figure – la cui valutazione rientra nel campo delle norme regolamentari e, quindi, della loro applicazione “semioggettiva”».

E ancora: «Generalmente le gare sono affidate a più Giudici, in maniera da ottenere una “media” che si avvicini – il più possibile – al reale merito sportivo degli atleti in pista. Non essendo permesso l’utilizzo di misure o valori facilmente quantificabili, va da sé che le votazioni devono essere integrate da un calcolo che sia ragionevolmente capace di individuare i competitori ritenuti migliori e, tra questi, di assegnare la classifica finale». Che sia articolato non vi è dubbio alcuno, basta provare a scorrere le pagine per rendersene conto: che sia poco oggettivo, non essendoci criteri ben precisi e fissi, pure.

Il contesto poi restituisce l’apparenza fredda di uno spettacolo di cui hanno goduto in realtà solo i due protagonisti in pista, con cenni di sfida continui e molto sudore. Se questo è uno sport, forse dovremmo rivedere alcune delle nostre priorità. Non vogliamo mica fare i puritani, anzi: siamo aperti al cambiamento per natura, progressisti per scelta e convinzione. Il problema nasce dalle forzature: che, tra l’altro, stonano un po’ con le radici stesse della Break Dance. Spontanea per principio, rottura in un sistema prestabilito quanto musicalmente fertile sì: ma mai, mai davvero, obbligata, né dovuta.

RADICI

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, gli Stati Uniti sono stati una pessima casa. Nulla a che vedere con l’aura ideale attribuita dagli esterofili dall’altra parte del mondo: si moriva, dentro e fuori, senza voce. In un quadro di sconfortante lotta ai mulini a vento, quella in parte condotta anche dagli afroamericani per il riconoscimento dei diritti civili, sono apparsi e si sono diffusi come radici in un terreno che chiamava a gran voce speranza, e con essi le derivazioni e le articolazioni di un movimento multiforme e mai statico.

Per descrivere l’incidenza della voce di Aretha Franklin, Curtis Mayfield, del buon vecchio Ray Charles o di Stevie Wonder (la lista è fin troppo lunga, perdonate alcune mancate citazioni) non basterebbero le righe di un’enciclopedia a più volumi: c’è una certa simbologia, però, in quello che riuscì a fare James Brown.Nel 1970, anno del suo trentunesimo (su novantanove) album in studio, “Ain’t it funky”, costruisce un ponte del tutto inconsapevole tra il passato e il presente, il nostro. La quarta traccia “Give It Up or Turnit a Loose” ispira un non so che in Clive Campbell, un giovane di Kingston che si trasferisce presto nel Bronx e che ama la musica al pari dei suoi coetanei, in un contesto di degrado assoluto dovuto alla costruzione dell’autostrada, che porta prima ad una fuga dei vecchi abitanti della zona, quindi alla diffusione di gang e violenza.

Ma al 1520 di Sedgwick Avenue succede qualcosa: “Hercules”, “Kool Herc”, che nel frattempo aveva pensato bene di aderire a una crew e che ama mettere su il suo sound system e giocare con la musica, in una festa (“Back to school jam”) sfrutta l’assolo di percussioni di “Give It Up or Turnit a Loose,” il “break”, plasmandolo a suo piacimento. È la nascita del merry-go-down, è la nascita di una nuova era musicale. E no, il caso ride: il titolo dell’album di James Brown lo dice forte e chiaro. “Non è funky”, è Hip Hop.

James Brown: l’icona eterna, del funk, del soul e non solo.

Tra l’altro, l’accentuarsi di una netta contrapposizione tra una parte di New York votata alla Disco, quella più “alta”, e un’altra fortunatamente distratta (con tutto quel che succedeva, figuratevi se non è stata una fortuna) dai Block Party, spensierate feste dell’isolato che riunivano i ragazzi della strada al ritmo di musica, non faceva che alimentare una convinzione. L’Hip Hop, o la sua prima forma, poteva essere salvifico. Da qui il rap, da qui la Break Dance: da qui le battle. Da qui un patto. Si poteva far la guerra senza violenza (finché dura…): si poteva urlare la propria identità in gesti. Spontaneamente.

MAINSTREAM E AUDIENCE

Oggi la Break Dance (correttamente B-Boying, come espressione del B-Boy, come detto), come forma di Hip Hop è tutto fuorché underground. E forse è da questo assunto che muove la nostra domanda sul perché di questo frenetico snaturare qualcosa che nasce per altro, non certo per un palcoscenico e applausi composti di chi, seduto comodamente sul divano, twitta, posta e scherza disinteressato. Noi, per intenderci. Relegarlo ad un ruolo marginale sarebbe stupido e irriverente: non è mica una roba esclusiva. Questione di atmosfera, se permettete: giusto per precisare. Qui non si critica la Break Dance in sé: si discute del suo sfruttamento per fini puramente di facciata e “spettacolari”. Non si sa mai.

Togliere spontaneità ad una pratica che nasce con altri presupposti rappresenta la morte della stessa. Professionalizzare ci sta: per carità! Ma giunti a questo punto ci sarebbero due o tre cose che meritano la nostra e la vostra attenzione, come anche la professionalizzazione su scala olimpionica: perché non gli scacchi? D’altronde era già presente come disciplina, in passato. Nel 2002 una relazione del Comitato olimpico internazionale esclude un suo possibile inserimento nel programma olimpico, in quanto “sport della mente” e non fisico. Nah, troppo noiosi. Figuriamoci. “Ritmo, ritmo!”: il karate? Oh, ma insomma: autodifesa. Baseball? Poche nazioni lo praticano davvero: escluso.

La Breaking (avrà questo nome) però sì: chi vince? Quante domande: vince il migliore per creatività, personalità, tecnica, varietà, attuazione e musicalità, come già scritto. Vince il pubblico più giovane, quindi l’audience: vince lo sport? Un po’ meno.

Dj Kool Herc aka il padre dell’Hip Hop (per i più).

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La diffusione della Break Dance dovuta, secondo alcuni e in parte, all’uscita nelle sale di “Flashdance” (ma si ballava anche prima di questo film?) ha ribaltato il mondo. Qui occorre operare una distinzione fondamentale quanto sottile tra “diffusione televisiva” e “spettacolarizzazione di un evento”: in Italia, ad esempio, “Due di tutto” e “Blitz” sono stati programmi televisivi fin troppo importanti per la diffusione del movimento negli anni ’80. Persino i contest, le gare ufficiali e convenzionali, internazionali (tra i più importanti il “Battle of the Year” e il “Red Bull BC One”, di cui vi consigliamo la visione spensierata), si pongono nel lecito, qualche gradino sotto la degenerazione.

Se per McLuhan «il medium è il messaggio», forse bisognerebbe ridonare importanza a quest’ultimo, tralasciando il fruitore e il destinatario. In “Misinformation”, testo del 2016 scritto da Quattrociocchi e Vicini, si sostiene che «sostanzialmente un fatto non esiste come news, cioè vicenda di un qualche interesse collettivo, se non passa prima attraverso ripetitori radiofonici o televisivi; rotative di quotidiani e periodici, o attraverso i molteplici canali della rete».

Durante una conferenza nel marzo del 2019, il presidente del Cio, Thomas Bach, riferendosi ai nuovi sport in programma a Parigi nel 2024 (oltre alla Breaking, anche il Surf, lo skateboard e l’arrampicata sportiva) pare categorico: «Contribuiscono a rendere il programma dei Giochi più equilibrato tra i sessi, più giovane e più urbano. Questi quattro sport offrono anche l’opportunità di entrare in contatto con le giovani generazioni». Come sospettavamo. In buona sostanza anche nello sport abbiamo già compiuto quello che Baudrillard definiva, titolando un suo libro, “Il delitto perfetto”:«la realtà ha schiacciato la realtà», sempre meno attenta alle viscere del contenuto, ma impacchettata e imbellita per lo spettatore. Siamo curiosi di scoprire, a tal proposito, l’effetto che avrà la Break Dance sui suoi fedeli, interpreti, portavoce e uomini di tutto il mondo che ne incarnano lo spirito simbolico, una volta snaturato dal palcoscenico olimpico.

Se noi non possiamo concepirlo come sport, non vuol dire che non possa esserlo. Ma il suo inserimento alle Olimpiadi del 2024 potrebbe segnare irrimediabilmente il declino delle premesse di DJ Kool Herc e di un movimento intero: delle crew (ingeneroso non citare la Rock Steady Crew, forse il gruppo più famoso) e del sentimento di rivalsa che al suono di “Peace between all gangs and a powerfull unity”, “Pace tra tutte le gang e una potente unità”, aveva trovato chiara espressione nelle jam come movimento partito dal basso, rientrando a pieno titolo nell’estremizzazione della spettacolarizzazione di un evento.

Noi non riusciamo a farlo, e voi?

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Un’immagine dal Red Bull BC One Camp a Mumbai, con Neguin in azione. (Foto Ali Bharmal via Red Bull Content Pool)

Ad essere sinceri anche l’inserimento in programma del Surf lascia in qualche modo interdetti: ma tra un’onda e l’altra potremmo anche sognare panorami interessanti. Abbiamo trovato ciò che cercavamo? Un motivo che ci induca a pensare che sì, la presenza della Break Dance a Parigi 2024 sia cosa buona e giusta? Sì: per l’audicence. Per l’ennesimo tentativo di spettacolarizzare qualcosa che non ha bisogno di telecamere: le emozioni, la lotta intima e identitaria per l’affermazione personale. L’umanità e le sue mille espressioni, in danza e musica. E gli atleti no, non c’entrano nulla: buona fortuna a loro, buon divertimento a chi riuscirà a sorridere del tramonto di un’altra cultura mercificata. Per il resto, “Clap your hands and stomp your feet”. E, se rimane tempo due spin qua e là. Giusto per.


 

Giornalista pubblicista classe '94 a metà tra filosofo e sofista. Fautore del calcio come "prodotto sociale", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e intervistando i parenti. Vive costantemente tra microfono, cuffia e tastiera, alla ricerca di storie da raccontare.