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Villar
, 11 Febbraio 2021

Innamorati di Gonzalo Villar


Con eleganza e semplicità il giovane di Murcia si è preso il centrocampo della Roma.

Se il giorno della presentazione Ibanez e Carles Pérez li conoscevamo un pochino di più (il primo proveniente dall'Atalanta, il secondo per via del gol all'Inter in Champions League), Gonzalo Villar sembrava lì quasi per caso. Uno "studente Erasmus", come simpaticamente definito in una puntata del miglior podcast di Sportellate (no, non Fattore Campo e neanche Golazo, bensì Dilly Dong). Preso nel mercato di riparazione per allungare un reparto che avrebbe fatto a meno del miglior Diawara che si sia visto in Italia. Sembra passato un eone.

Di Diawara e Carles Pérez se n'erano praticamente perse le tracce fino alle ultime uscite, a parte lo scivolone sulle distinte di Verona-Roma. Mentre il numero 14 appare come uno dei giovani più interessanti del nostro campionato, titolare fisso in una Roma che a livello qualitativo non ha nulla da invidiare a nessuna compagine della Serie A.

"El jugador que no sienta los colores del club no lo queremos." Questa la risposta che l'allora direttore generale del Valencia Mateu Alemany diede ad una domanda sul caso Villar, che faceva seguito ad un perentorio e definitivo: "No va a jugar en el Valencia FC." Si è parlato di caso Villar, generato da diatribe sul prolungamento del contratto, perché il murciano era il canterano più quotato, aggregato in allenamento alla prima squadra agli ordini di Marcelino ed accostato, per qualità e posizione in campo, ad un talento cristallino come Dani Parejo. Da lì a poco la cessione dal sapore di purgatorio al Elche in Segunda Divisòn, una clausola di riacquisto non esercitata da parte del Valencia, l'approdo in Serie A per volere del DS Petrachi.

Al minuto 3:24 l'unico gol in maglia Elche

"Forse la posizione nella quale mi sento più a mio agio è quella di numero 8 con un mediano difensivo al fianco." E se Veretout non è proprio quel centrocampista difensivo di cui lo spagnolo parla in conferenza stampa, col tempo si è comunque trovato a suo agio, togliendo al francese l'incombenza dell'impostazione, abbassandosi tra i difensori, riuscendo a mostrare intelligenza senza palla ed una semplicità che è forse la sua caratteristica più peculiare.

Non possiede dribbling funambolici, o uno strappo palla al piede che ti lascia lì, piuttosto la capacità di giocare col tempo e muoversi nello spazio. Gira su stesso, gira intorno agli avversari, passa in mezzo, alterna fraseggio corto all'abilità di guardare in verticale creando spazi per i compagni. Gioca a quattro o cinque tocchi e, se serve, di prima. Fugge dalla pressione avanzando o indietreggiando, alla ricerca dello spazio e quasi sempre con la postura corretta del corpo per eseguire la giocata successiva.

In sostanza dà l'idea di ricercare sempre la maniera che gli pare più diretta per arrivare ai compagni. Quelli che appaiono vezzi tecnici non sono altro che la soluzione ottimale per uscire da situazioni difficili. Giocate essenziali ed eleganti, eseguite spesso nelle zone più pericolose del campo. Le lunghe leve di certo lo aiutano in progressione, ma la sua corsa è più un andare in controtempo. La conduzione è un aspetto che reputa fondamentale nel bagaglio di un centrocampista e nel quale ammette di dover migliorare, soprattutto quando decidere di rischiare per generare vantaggi per i compagni.

La miglior partita da quando è in Italia

https://youtu.be/mQSt3Md6aFQ

Fiducia

In un'intervista con Miguel Quintana, uscita praticamente all'inizio del lock-down, appare un ragazzo onesto e franco, con le idee chiare, che dà molta importanza al feeling umano ed alle sensazioni che prova nelle relazioni professionali che lo coinvolgono. Spiega i motivi che lo hanno portato ad accettare l'offerta della Roma e del rapporto col Valencia: "A livello economico non c'erano differenze. [..] Tra i motivi, molto importante, mi ha chiamato l'allenatore Paulo Fonseca, mi ha spiegato da quando mi conosceva e perché si era interessato a me."

"Ero in una squadra di seconda divisione. Tutti conosciamo il mercato e sappiamo che è molto difficile che un club importante, per di più come la Roma, paghi cinque milioni per un giocatore di seconda divisione. Quando un club come la Roma è "pazzo" per te, paga cinque milioni. E l'altro che è il Valencia, come essere a casa, deve pensarci su per pagare un milione, mi ha fatto sentire che alla fine il Valencia non mi voleva più. Mi ha voluto, questo sì, però al momento di guardare ai piccoli dettagli, che per me non sono così piccoli, ho deciso con la mia famiglia di venire a Roma."

La parola che più ripete è fiducia, soprattutto quando parla di Pacheta, allenatore del Elche fondamentale nella sua crescita: "All'inizio della stagione ( la seconda) fatico a trovare la forma, gioco normale, né bene né male, ad un livello abbastanza basso rispetto a dove potevo arrivare. Il problema è che all'inizio facevamo fatica coi risultati e personalmente pensavo poco ai dettagli e ad avere un peso nel gioco. Ed in questo tratto ha continuato a mettermi in campo, 21 anni senza esperienza in Seconda, in un club importante come l'Elche. Mi ha dato fiducia ed ha continuato a mettermi, sempre per 90 o 70 minuti, quando ancora non stavo dimostrando il mio potenziale. Mi metteva domenica dopo domenica. [..] Dopo la nazionale, se già sapevo di essere una parte importante del gioco del Elche, sentivo che la squadra girava intorno a me. I compagni e l'allenatore mi facevano sentire che era l'Elche di Gonzalo Villar."

La stessa sensazione si ha nel gioco dei giallorossi, di cui Villar scandisce i tempi e detta i modi, ripagando ampiamente la fiducia di Fonseca e permettendo così l'avanzamento di Pellegrini sulla trequarti. Mossa che ha pagato elevati dividendi nel corso di questa stagione.

La speranza per la Roma, e di riflesso per il nostro campionato, è che questo spagnolo, con lo sguardo sorridente ed un po' sonnecchiante, non sia solo un altro talento di passaggio sacrificato sull'altare del bilancio.


  • Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.

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