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- di Simone Renza

Calcio e politica del decoro


Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio” Jorge Luis Borges.


"Cara Charo, mentre mi preparavo a partire per Buenos Aires per un lavoro, avevo cominciato a scriverti per chiarire un equivoco. Le cose non sono andate come hai pensato tu, Charo. Forse dovremmo accettare il fatto di non essere più dei ragazzi e che ci stiamo giocando la possibilità di vivere o di sprecare gli ultimi anni che ci sono rimasti, prima di diventare troppo vecchi"

(Manuel Vázquez Montalbán, Quintetto di Buenos Aires)

Partita di cartello della Premier League: Liverpool - Man City, il sempre puntuale Massimo Marianella racconta l'inzio della carriera di Raheem Sterling, punta attualmente in forza alla compagine di Pep Guardiola. Questa storia, inevitabilmente, mi ha fatto ritornare alla mente le centinaia di partite giocate per strada, nei cortili, nei giardini etc giocate o viste e di come le storie di molti calciatori, sia iniziata per le strade, con la porta (che per la maggior parte delle volte, causa mancanza di spazi decenti, era sempre una) delimitata con zaini, cappotti o quanto capitava ed i cui limiti spaziali erano sempre oggetto di accesi dibattiti nonostante, spesso, si procedesse ad una previa definizione tra i giocatori. Le porte del cortile, infatti, valevano di più: se ne hai segnato uno potevi diventare re per una mattina.

Ciò che, però, mi sono chiesto è come mai non si sentono più i garage tremare da pallonate o le urla reciproche dovute ad un gol contestato per le strade. Una risposta banale e semplicistica sarebbe quella di additare la sedentarietà digitale dei "giovani d'oggi", puntando il dito sulla dipendenza da videogames e smartphone. Ma, evidentemente, ciò non può essere il motivo fondante questa assenza dalle strade visto anche quanto, in questi giorni, ci sta dimostrando la contestatissima DAD (didattica a distanza), ovverosia che i ragazzi necessitano e bramano socialità e spazio pubblico.

Henry LaFebvre, nel 1974, affermava che "Spazio pubblico come forma di teatro spontaneo [...] dove il movimento ha luogo, l'interazione senza la quale la vita urbana non esisterebbe". Qual è, dunque, la vita urbana? I panni stesi, i pic-nic nei giardini pubblici, le partitelle a calcio per le strade, le opere d'arte murarie (alias i c.d. graffiti)... tutte forme di vita urbana che nel corso degli ultimi quindici anni sono state messe al bando ed additate come male assoluto perchè ritenute forme d'insulto al buon vivere cittadino e fortemente contrastate dalla politica del "decoro urbano" che ha visto, specie ai suoi albori, un ampio consenso dei c.d. "residenti", in soldoni tutte quelle persone che ci minacciavano (ma spesso anche lo facevano) di bucarci il pallone o di lanciarci secchi d'acqua gelata in testa.

Ma cos'è il decoro? Un set di norme costruite per rispondere ad una presunta esigenza di sicurezza e legalità quindi, sostanzialmente, da chi odia chi vive negli spazi pubblici. Perchè ciò che in essi accade provoca disagio, insicurezza e persino ripugnanza e deve essere allontanato, sanzionato e recluso in un altrove che sgomberi il campo dello spazio pubblico. Una risposta semplicistica e sanzionatoria, ammaliante per chi governa le città, a problemi per loro natura complessi e strutturati. Le politiche del decoro, difatti, incarnano il mantra thatcheriano secondo cui la società non esiste, esistono solo gli individui. In questo modo vengono occultati i rapporti sociali dietro all’uniformazione delle facciate dei palazzi lungo i viali e popolandole di vetrine per l’abbagliante spettacolo delle merci.

Questa concezione di spazio urbano trovò, agli inizi degli anni '90, nell’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani un suo campione attraverso una politica di colpevolizzazione strategica volta a colpire le fasce di popolazione più deboli socialmente ed economicamente. Gioco facile visto che essa è rivolta verso soggetti poco desiderati e non conformi al modello normativo vigente, accusati di essere i responsabili delle situazioni di degrado. Quello che si verifica è un duplice effetto: uno schermo dalle responsabilità politiche e un taglio della spesa in favore dei meno abbienti in quanto colpevoli della loro condizione.

Questa dottrina era stata sdoganata dal sindaco Gentilini di Treviso (si ricorderà la rimozione delle panchine affinchè non vi si sedessero i migranti - A.D. 1997), per poi essere sdoganata a "sinistra" da Sergio Cofferati a Bologna ed, infine, fatta propria dall'ex Ministro degli Interni Minniti (PD) con il D. Lg. 14/17 che, tra l'altro, importò il DASPO al di fuori degli stadi, dopo la politica Giulianiana praticata sugli Ultras, per poi arrivare alle più recenti vicende riguardanti i clochard a Torino. Insomma, tutti soggetti che l'opinione pubblica ha sempre ritenuto riprovevoli e portatori di degrado. Ma, come cantavano i 99 Posse, "zero tolleranza è un concetto, state attenti / Che non fa distinzione fra immigrati e residenti" (Esplosione Imminente, Album La vida que vendrà).

E così è stato. La logica dell'ordine e pulizia era, ed è, ormai pensiero dominante e massificante tanto da riuscire ad intaccatare anche la Rift Valley calcistica: la strada.

Paradigmatica, in tal senso, è l'ordinanza 1558 del 2000 del piccolo Comune di Camporosso, in Liguria, dove veniva vietato il giuoco per strada pena una multa di 50.000 lire e il sequestro del pallone. L'allora Sindaco si giustificò così "Stiamo valorizzando questa zone (il centro storico, n.d.a.) dove abita il 40% della nostra popolazione. A chi ristruttura la facciata della propria abitazione diamo un contributo del 50%. Il problema era sensibilizzare la gente su questa iniziativa e le partite dei ragazzini erano un piccolo, grande inconveniente". Prosegue il primo cittadino "Inoltre si lamentavano anche le persone anziane che sfruttano questa zona [...] qui non c'è il comune cattivo, anzi abbiamo in atto molte iniziative a favore dei giovani [...] però è giusto tutelare la libertà di tutti, anche di quelli che non vogliono vedere la propria casa presa a pallonate".

Se dapprima, come detto, questo tipo di politica andava a colpire mendicanti, migranti, ultras etc., fasce della popolazione che molti vorrebbero relegate fuori il proprio campo visivo perchè stridenti con lo scintillante mondo delle facciate ristrutturate e delle vetrine addobbate, piano piano, nell'ormai assuefatta e stitica idea di progresso, s'è introdotta, a pieno titolo, anche la rappresentazione più comune e normale del teatro sociale quale il gioco del pallone per strada. E l'ordinanza sopra menzionata è solamente una delle migliaia che nel corso di questi decenni anni hanno flagellato le nostre strade con l'intento di reprimere e sanzionare comportamenti ritenuti inadeguati, inopportuni e che vanno a creare degrado e disagio ai residenti.

Come ricorda anche la storia di Sterling, molti dei migliori calciatori della storia hanno espresso il loro talento inizialmente per strada dove hanno affinato le mirabolanti gesta che abbiamo potuto tutti ammirare sui più morbidi prati verdi.

Si pensi, ad esempio, a Johan Cruijff che, a tal proposito, disse: "A giocare a calcio ho imparato per strada. Il quartiere in cui vivevo era soprannominato "Betondorp", "villaggio di cemento". Era pieno di palazzi popolari, destinati alla classe operaia e noi bambini passavamo un sacco di tempo fuori casa, giocavamo a pallone ovunque fosse possibile. In questo ambiente che ho avuto modo di riflettere su come ogni svantaggio porti con sé un vantaggio. Il cordolo del marciapiede, per esempio, non è un ostacolo, ma una superficie su cui esercitarsi sugli uno-due, uno strumento che ho usato per affinare la mia tecnica. Quando il pallone rimbalza su diverse superfici e devi saperti adattare in un attimo. Nel corso della mia carriera ho sorpreso spesso il pubblico con tiri o passaggi da angoli inaspettate. E' una cosa che ho imparato da piccolo, tirando il pallone per strada tra spigoli e buche. E ho imparato a stare in equilibrio. Se giochi in strada e cadi, ti fai male; ma il dolore è una cosa che vuoi evitare, quindi mentre giochi, ti impegni anche a non cadere. Se sai giocare in queste condizioni, sei in grado di affrontare qualunque situazione".

Ma non solo Johann: Gascoigne per le strade di Newcastle, Maradona per quelle di Villa Fiorito, Gerrge Best etc. Appare, quindi, chiaro che ogni qualvolta si decide di arretrare anche di un solo passo davanti allo svuotamento ed inaridimento del teatro sociale da quelli che sono i propri attori, ogni qualvolta si tace davanti ad una negazione di socialità, in quel momento stiamo negando ciò che può essere la bellezza fosse anche fatta solo, banalmente, di un dribbling o di un gol.

Non potranno proibirci di giocare a palla, come non potranno bandirci dal calcio di strada perchè solo il proprietario della palla aveva il potere di farlo o la mamma di turno che si affacciava alla finestra gridando: LA CEEEEEEENAAAAAAAAAAAA! Prima, però, di tornare a casa, qualcuno diceva sempre "chi fa l'ulitmo vince!", anche se stai perdendo per più di venti gol. E nessuno aveva mai il coraggio di opporsi, tutti dicevano sì. Perchè tutti volevamo cenare con il retrogusto di quell'ultimo gol.

Que viva el Fùtbol callejero!


 

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Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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